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SERIE
La Corte sotto assedio
Tutti i pezzi della serie in un unico documento, nell'ordine di lettura. Aggiornato all'11 ottobre 2026.
La Corte penale internazionale sotto pressione da più parti, in sei pezzi: i mandati che nessuno esegue, le condanne di Mosca contro i suoi giudici, gli Stati che se ne vanno, l'appello di Trump all'ONU, le sanzioni americane contro l'istituzione intera. In fondo, un'opinione.
1/6 · ANALISI · 27 luglio 2026
Due mandati, zero arresti
Il contesto
Un tribunale può emettere un mandato d'arresto. Ma se nessuno ha il potere di eseguirlo, quel mandato resta un pezzo di carta, per quanto solenne. È esattamente ciò che è successo due volte negli ultimi due anni alla Corte Penale Internazionale: due capi di governo sotto mandato d'arresto hanno visitato, senza conseguenze, Stati che per trattato erano obbligati ad arrestarli. Il primo caso riguarda il presidente russo Vladimir Putin, il secondo il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu. Le circostanze politiche non potrebbero essere più diverse. Il meccanismo che le rende identiche, invece, è lo stesso.
Il mandato contro Putin: Mongolia e Tagikistan
Il 17 marzo 2023 la CPI emette un mandato d'arresto contro Putin per la deportazione illegale di minori ucraini. Il 3 settembre 2024 Putin visita la Mongolia, Stato membro dello Statuto di Roma dal 2000, ricevuto con tutti gli onori di Stato; nessun arresto viene eseguito. Il 24 ottobre 2024 i giudici della CPI accertano formalmente l'inadempienza mongola e rinviano il caso all'Assemblea degli Stati Parte; la decisione viene confermata in appello. Il 9 ottobre 2025 la sequenza si ripete in Tagikistan: Putin viene ricevuto a Dushanbe, il governo tagiko invoca impegni verso Mosca nel quadro della Comunità degli Stati Indipendenti come giustificazione per non procedere; la CPI respinge l'argomento e formalizza un secondo rinvio all'Assemblea il 19 marzo 2026.
Il mandato contro Netanyahu: Ungheria
Il 21 novembre 2024 la CPI emette un mandato d'arresto contro Netanyahu, insieme all'allora ministro della difesa Yoav Gallant, per crimini di guerra e contro l'umanità a Gaza. Dal 3 al 6 aprile 2025 Netanyahu visita l'Ungheria su invito del primo ministro Viktor Orbán, che aveva pubblicamente respinto in anticipo il mandato e garantito che non sarebbe stato eseguito; nessun arresto avviene. Il 16 aprile 2025 la CPI avvia un procedimento ai sensi dell'art. 87 dello Statuto di Roma, fissando un termine di risposta al 23 maggio; il 13 giugno 2025 i giudici formalizzano l'accertamento dell'inadempienza ungherese. Nella stessa settimana della visita, Orbán annuncia l'intenzione di far uscire l'Ungheria dalla Corte — primo Stato dell'Unione Europea a farlo. Un nuovo viaggio di Netanyahu in Ungheria viene annunciato per marzo 2026, a ridosso delle elezioni ungheresi; il 12 aprile 2026 il candidato d'opposizione Péter Magyar vince le elezioni e dichiara che, diversamente da Orbán, farebbe arrestare Netanyahu e manterrebbe l'Ungheria nella Corte — segnale che la non cooperazione non discendeva da un vincolo istituzionale del Paese, ma da una scelta politica del governo in carica, reversibile con un cambio di maggioranza.
Le dichiarazioni mai messe alla prova
(Dato riportato come contesto di clima politico, non come fatto accertato dalla Corte: dopo l'emissione del mandato contro Netanyahu, Argentina, Repubblica Ceca, Romania e Polonia hanno dichiarato pubblicamente che non lo avrebbero arrestato in caso di visita, mentre Italia e Francia hanno sostenuto una tesi di immunità in quanto capo di governo di uno Stato non membro della CPI. In nessuno di questi sei casi risulta una visita reale seguita da un accertamento di inadempienza da parte della Corte, a differenza dei tre casi sopra.)
Il test di simmetria
Lo schema è identico nei due mandati principali: capo di governo sotto mandato CPI, Stato membro che lo ospita senza arrestarlo, unica reazione della Corte un rinvio all'Assemblea degli Stati Parte privo di qualunque potere coercitivo. Il test regge in entrambe le direzioni: se Mosca avesse ricevuto la stessa impunità di fatto concessa a Gerusalemme, o viceversa, il giudizio non cambierebbe. Vale la pena notare che l'Ungheria attraversa entrambi i casi da fronti opposti nello stesso arco di tempo — ospita Netanyahu senza arrestarlo e, negli stessi mesi, avvia l'uscita dalla Corte proprio mentre Mosca vi resta sotto mandato — il che rende difficile leggere la vicenda come schieramento di blocco, e più coerente leggerla come assenza strutturale di un meccanismo di esecuzione, indipendente da quale bandiera sventoli il fuggitivo.
Commento giuridico
Il problema non è che due Stati abbiano scelto di proteggere un alleato. È che la Corte non dispone di alcuno strumento coercitivo proprio: dipende integralmente dalla cooperazione volontaria degli Stati membri per ogni arresto, ogni consegna, ogni esecuzione di sentenza. Un rinvio all'Assemblea degli Stati Parte non è una sanzione: è la registrazione formale di un'inadempienza che nessuno ha il potere di far cessare. Questo non è un vuoto occasionale — è l'assenza strutturale di una forza di polizia dietro lo Statuto di Roma, lo stesso vuoto già segnalato a proposito del caso Netanyahu-Mamdani e ribadito nel caso Mosca-Khan.
Fonti: Human Rights Watch, "Tajikistan: Arrest Putin" (8 ottobre 2025) · Courthouse News, "ICC calls out Tajikistan..." (7 maggio 2026) · Human Rights Watch, "Hungary: Arrest Netanyahu if He Visits" (20 marzo 2026) · Common Dreams, "ICC Demands Hungary Explain..." (16 aprile 2025) · Al Jazeera (20 aprile 2026) · CPI, verbale ufficiale ICC-01/22 (19 marzo 2026)
2/6 · ANALISI · 27 luglio 2026
Quindici anni per un mandato
Il contesto
Il 12 dicembre 2025 un tribunale di Mosca ha condannato in contumacia il procuratore capo della Corte Penale Internazionale, Karim Khan, a quindici anni di reclusione. Con lui, otto tra giudici ed ex funzionari della Corte — incluso l'ex presidente Piotr Hofmanski — hanno ricevuto pene comprese tra tre anni e mezzo e quindici anni. Tutti dichiarati latitanti internazionali. Undici mesi prima, un'altra potenza non firmataria dello Statuto di Roma aveva scelto uno strumento diverso per colpire esattamente gli stessi funzionari, per la stessa ragione: un mandato d'arresto contro un capo di stato o un alleato stretto.
La condanna russa
Il capo d'imputazione più grave contro Khan e i giudici equipara il perseguimento legale di un capo di stato a un "attacco a un rappresentante di stato estero allo scopo di provocare la guerra" — la stessa condotta della Corte, cioè, trattata come un atto bellico. La condanna arriva quasi tre anni dopo che, il 17 marzo 2023, la CPI aveva emesso un mandato d'arresto contro il presidente russo Vladimir Putin e la Commissaria per i diritti dell'infanzia Maria Lvova-Belova, ritenuti responsabili della deportazione illegale di minori ucraini verso la Russia dai territori occupati. Il 4 febbraio 2026 gli Special Rapporteurs delle Nazioni Unite hanno definito le condanne russe "nulle e prive di effetto giuridico", avvertendo del rischio che l'uso di giurisdizioni nazionali contro la Corte diventi un precedente riproducibile da altri Stati.
Le sanzioni americane
Il 6 febbraio 2025 Donald Trump aveva firmato l'Executive Order 14203, sanzioni contro funzionari della CPI, con Khan primo bersaglio: congelamento beni, divieto di ingresso negli Stati Uniti, restrizioni sui servizi finanziari. Tre round successivi — giugno, agosto e dicembre 2025 — hanno esteso le sanzioni a otto giudici e ai vice procuratori Nazhat Shameem Khan e Mame Mandiaye Niang, colpendo anche chi aveva lavorato sull'indagine per crimini di guerra statunitensi in Afghanistan. Il motivo dichiarato: i mandati contro il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e l'ex ministro della difesa Yoav Gallant. La lista si è poi allungata: ad agosto 2026 le sanzioni hanno raggiunto anche la presidente della Corte, Tomoko Akane, portando il totale di giudici e procuratori colpiti a più di una dozzina — cronologia in L'appello caduto nel vuoto.
Il test di simmetria
Due strumenti diversi — condanna penale in contumacia, sanzioni economiche — applicati dagli stessi due paesi che, non a caso, non hanno mai ratificato lo Statuto di Roma, contro gli stessi funzionari, per la stessa ragione. Il test vale in entrambe le direzioni: se fosse stata Mosca a sanzionare e Washington a condannare penalmente, il giudizio non cambierebbe. Colpire l'indipendenza della magistratura internazionale per proteggere il proprio capo di stato o un proprio alleato resta la stessa condotta, quale che sia la bandiera. Una ricerca di un terzo caso comparabile — la Cina, unica altra potenza permanente del Consiglio di Sicurezza non firmataria dello Statuto di Roma — non ha prodotto un caso equivalente: l'unica reazione pubblica rintracciata è un richiamo diplomatico alla "prudenza" dopo l'arresto dell'ex presidente filippino Duterte nel marzo 2025, non un'azione punitiva, e la Corte non ha mai emesso un mandato contro la leadership cinese. La lacuna va dichiarata come tale, non colmata a forza.
Commento giuridico
Il vero problema non è che due grandi potenze abbiano reagito duramente a mandati che le toccavano da vicino. È che la Corte non dispone di alcuno strumento coercitivo proprio: dipende dalla cooperazione degli Stati per ogni arresto, ogni sequestro di beni, ogni esecuzione di sentenza. Uno Stato che condanna penalmente i propri giudici e uno che ne congela i conti bancari stanno facendo, con mezzi diversi, la stessa dimostrazione: che la giustizia internazionale resta un'arma spuntata quando si scontra con chi ha il potere di ignorarla. Non è un difetto di applicazione occasionale — è l'assenza strutturale di una polizia propria dietro lo Statuto di Roma, la stessa lacuna già segnalata a proposito del mandato contro Netanyahu.
Fonti: OHCHR, Special Rapporteurs (4 febbraio 2026) · The Moscow Times (12 dicembre 2025) · Zona.Media (12 dicembre 2025) · The White House, Executive Order 14203 (6 febbraio 2025) · The Times of Israel (18 dicembre 2025) · Inquirer.net (13 marzo 2025)
3/6 · ANALISI · 7 settembre 2026
Il Niger lascia la Corte penale internazionale, mentre Stati Uniti e Italia proseguono la cooperazione militare
Il fatto
Il 6 gennaio 2026 un drone dell'esercito nigerino bombarda il mercato affollato di Kokoloko, regione di Tillabéri, per colpire tre miliziani dello Stato Islamico nel Sahel travestiti da civili. Muoiono 17 civili — 11 donne, 2 uomini, 4 bambini tra i 5 e i 10 anni — e altri 13 restano feriti. Human Rights Watch, che ha ricostruito l'attacco sul campo, scrive che colpire «obiettivi militari e civili senza distinzione» rende il bombardamento illegittimamente indiscriminato. Il 26 gennaio l'organizzazione invia alla giunta militare una richiesta formale di chiarimenti: non riceve risposta. Nello stesso mese, a poche decine di chilometri di distanza, miliziani dello stesso gruppo giustiziano 30 civili a Bossieye e Alfaga Daweyzé Koira come rappresaglia per il rifiuto di pagare la zakat o per sospetta collaborazione con l'esercito — anche qui Human Rights Watch parla di apparenti crimini di guerra.
Chi riceve cosa, da chi. Il 26 maggio 2026 l'ambasciata statunitense a Niamey consegna alle stesse forze armate nigerine — quelle della giunta responsabile del bombardamento di gennaio — una fornitura non letale del valore dichiarato di circa 2,3 milioni di dollari: uniformi, equipaggiamento protettivo e forniture mediche, destinate esplicitamente a «rafforzare la capacità del Paese di combattere gruppi estremisti». L'Italia, tramite la missione bilaterale MISIN, ha in corso per il 2025-2026 un impegno strutturalmente più ampio: fino a 550 militari italiani autorizzati e una dotazione di 75,1 milioni di euro (cifra relativa al quadro complessivo della missione in Africa occidentale di cui il Niger è il fulcro), 23 mezzi terrestri e 5 mezzi aerei, con compiti dichiarati di addestramento — incluso quello paramedico — e di capacity building alle frontiere contro terrorismo e traffici. Il 3 giugno 2026 Human Rights Watch documenta che entrambi i programmi proseguono senza condizioni verificabili legate ai fatti di gennaio, e chiede l'applicazione delle Leahy Laws — la normativa statunitense che vieta l'assistenza a unità militari straniere responsabili di gravi violazioni dei diritti umani — oltre a un'indagine indipendente sul bombardamento. Il mese successivo il Niger annuncia il ritiro dalla Corte Penale Internazionale, insieme a Mali e Burkina Faso; il Ciad li seguirà a luglio.
Altri interessi in gioco
Nessuna delle due cooperazioni risulta finora sanzionata o sospesa per le violazioni documentate, e ci sono ragioni dichiarate — non necessariamente sufficienti a giustificarlo — per cui Washington e Roma hanno interesse a non rompere. Per gli Stati Uniti pesa un contenzioso specifico: circa 1.000 tonnellate di uranio della società francese Orano restano bloccate dal 2025 all'aeroporto di Niamey dopo che la giunta ha nazionalizzato la miniera di Somair (giugno 2025) e un tribunale arbitrale internazionale ha vietato la vendita o il trasferimento del materiale. Un'analisi dell'Atlantic Council (marzo 2026) descrive questa crisi come un'apertura per il riavvicinamento USA-Niger, legata a tre interessi dichiarati: la messa in sicurezza di materiale nucleare, il contenimento dell'influenza russa (Africa Corps) nel Sahel e l'eredità della base drone da 110 milioni di dollari di Agadez, chiusa nel ritiro USA del 2024 ma non dimenticata. Per l'Italia la contropartita non è energetica ma migratoria, ed è documentata fin dall'origine dell'impegno: il governo italiano chiese di inviare un contingente in Niger già a dicembre 2016 (470 militari) con l'obiettivo dichiarato di stabilizzare il principale Paese di transito verso le coste italiane. L'accordo di cooperazione in materia di difesa fu firmato il 26 settembre 2017 — e il governo ne rifiutò per anni la pubblicazione integrale, trattandolo come «atto politico» esente da trasparenza, finché il TAR del Lazio non lo ha obbligato a renderlo pubblico (27 novembre 2018). Nella stessa causa il governo ha rivendicato come risultato della cooperazione il crollo dei transiti migratori dal Niger verso la Libia, da 291.912 persone nel 2016 a circa 10.000 a metà 2018, attribuito ai «progetti finanziati» e alla «buona collaborazione» con le autorità nigerine. Oggi restano in Niger circa 350 Carabinieri — un corpo che unisce funzioni militari e di polizia, utile proprio al controllo del territorio — mentre Francia, Stati Uniti e ONU sono stati espulsi dal Paese: un'analisi geopolitica del luglio 2026 (Ohio State University) osserva che l'assenza di un passato coloniale paragonabile a Francia e USA lascia all'Italia un margine negoziale che altri attori occidentali hanno perso. Resta un punto scoperto, che vale la pena notare piuttosto che tacere: la legge nigerina 2015-036 che criminalizzava il traffico di migranti — la cornice giuridica su cui poggiava l'intera cooperazione — è stata abrogata dalla giunta a novembre 2023, e la cooperazione italiana è proseguita comunque.
Commento giuridico
Il ritiro dallo Statuto di Roma non cancella la giurisdizione della Corte sui crimini commessi finché il Niger ne era membro: l'attacco di Kokoloko resta, in teoria, perseguibile. Ma il ritiro arriva mentre pende esattamente il tipo di episodio che quella giurisdizione dovrebbe poter giudicare, e segnala l'intenzione di non rispondere a nessuna istruttoria futura. Un attacco che non distingue tra combattenti e civili in un luogo affollato viola il principio di distinzione del diritto internazionale umanitario consuetudinario, applicabile anche ai conflitti non internazionali; la responsabilità penale individuale seguirebbe chi ha ordinato o eseguito l'attacco, non lo Stato in quanto tale.
Sul lato di chi fornisce armi e assistenza, l'Italia — Stato parte del Trattato sul Commercio delle Armi e vincolata dalla Posizione Comune UE 2008/944/PESC — ha un obbligo di valutazione del rischio prima di autorizzare o proseguire trasferimenti verso Stati per cui esistono prove credibili di gravi violazioni del diritto umanitario: un obbligo di condotta, non di risultato, ma che la sola prosecuzione dei rapporti, senza una valutazione resa pubblica, non sembra soddisfare. Gli Stati Uniti non sono parte del trattato, ma la stessa Human Rights Watch invoca uno strumento equivalente di diritto interno americano, le Leahy Laws — la cui applicazione, per sua stessa ammissione, chiede di rafforzare.
Implicazioni — test di simmetria
Anche qui il test è pulito quasi per costruzione, e nello stesso mese: lo Stato Islamico nel Sahel giustizia civili per rappresaglia, l'esercito regolare ne uccide altri con un attacco indiscriminato, e Human Rights Watch applica alle due parti lo stesso linguaggio — «apparenti crimini di guerra» — senza attenuanti per nessuna delle due. Il terzo elemento, più netto qui che nel caso del Burkina Faso, è il ruolo di chi arma e addestra: non solo la giunta rifiuta l'accountability, ma Stati Uniti e Italia scelgono di non subordinare l'assistenza a nessuna condizione verificabile, mentre l'indagine sul crimine di guerra apparente resta aperta.
Fonti: Human Rights Watch — bombardamento drone Kokoloko · JURIST · Human Rights Watch — massacri IS Sahel · Human Rights Watch — cooperazione militare USA/Italia · Ambasciata USA a Niamey — annuncio ufficiale donazione (verificato via fonti secondarie, vedi nota) · Analisi Difesa — cifre MISIN 2025 · Atlantic Council — crisi uranio e riavvicinamento USA · Altreconomia — accordo Italia-Niger reso pubblico dal TAR Lazio · Ohio State University — perché i Carabinieri restano in Niger · CPI — dichiarazione sul ritiro
Nota di verifica: l'annuncio dell'ambasciata USA non è stato raggiungibile direttamente (errore 403); il contenuto citato è confermato incrociando due testate che lo riportano (Shabelle Media, Newsmax) più la ripresa di HRW. La cifra italiana (550 militari, 75,1 milioni di euro) è quella autorizzata per il 2025 nel quadro missione Africa occidentale — non ho trovato un aggiornamento 2026 scorporato, da verificare quando esce il nuovo decreto missioni.
4/6 · ANALISI · 26 settembre 2026
L'appello caduto nel vuoto: Trump, la CPI e il peso di ciò che non si riconosce
Il fatto
Il 22 settembre 2026, nel suo discorso all'Assemblea generale delle Nazioni Unite, Donald Trump ha definito la Corte penale internazionale un'istituzione "canaglia", "fuori controllo" e "antiamericana", aggiungendo che i suoi funzionari sono "un gruppo di persone malvagie". Ha chiesto a tutti gli Stati membri di ritirarsi immediatamente e ha ribadito che Washington non permetterà mai che militari americani o altri cittadini siano sottoposti a "processi farsa" da parte di un "tribunale antiamericano" privo di giurisdizione sugli Stati Uniti. Non ha nominato Israele né Netanyahu.
L'esito, secondo Reuters, è misurabile: durante l'intera Assemblea generale un solo Paese ha raccolto l'appello. Naoero — piccola nazione insulare del Pacifico nota fino a pochi anni fa come Nauru — ha annunciato per bocca del suo presidente David Adeang il ritiro dallo Statuto di Roma, motivandolo con la "crescente irrilevanza" della Corte. Un alto funzionario del Dipartimento di Stato per gli Affari dell'Asia orientale e del Pacifico ha salutato su X la scelta come una difesa della sovranità contro gli "abusi illegittimi" della CPI.
Altri interessi in gioco
L'appello non nasce isolato. In base all'ordine esecutivo firmato da Trump nel febbraio 2025, gli Stati Uniti hanno già sanzionato più di una dozzina tra giudici e procuratori della Corte; ad agosto 2026 l'elenco si è esteso alla presidente della CPI, la giapponese Tomoko Akane. A luglio il segretario di Stato Marco Rubio aveva promesso una campagna per smantellare la Corte "mattone dopo mattone". Da allora Venezuela e Ciad hanno annunciato il ritiro dallo Statuto, dopo Burkina Faso, Mali e Niger l'anno precedente.
Il salto di qualità, riportato dal Wall Street Journal e ripreso da Reuters, sta nel bersaglio: finora le sanzioni avevano colpito singoli funzionari, ora sarebbero rivolte contro la Corte nel suo insieme, con l'obiettivo dichiarato di tagliarla fuori da gran parte delle transazioni in dollari dopo un periodo di grazia di sei-sette mesi. Una decisione finale non risultava presa al momento delle prime indiscrezioni, ma funzionari americani avevano indicato ai giornalisti la possibilità di un annuncio già durante l'Assemblea generale o subito dopo.
Il movente è in parte dichiarato dallo stesso Trump, che in altre occasioni ha collegato la campagna alla difesa di Netanyahu, destinatario nel 2024 — insieme all'allora ministro della Difesa Yoav Gallant e a un comandante di Hamas — di un mandato di arresto della CPI per crimini di guerra a Gaza, dove sono state uccise oltre 73.000 persone secondo le autorità sanitarie palestinesi. Washington chiede inoltre la chiusura della vecchia indagine della Corte sulle truppe americane in Afghanistan.
Nell'aula la replica è arrivata da più fronti. Il premier olandese Rob Jetten, che guida il Paese ospite della Corte, ha detto che la CPI "è sotto attacco" e ha invitato la comunità internazionale a proteggere le istituzioni legali globali, ricevendo lunghi applausi. La premier giapponese Sanae Takaichi ha ribadito nel proprio discorso il sostegno del Giappone alla Corte. L'Unione europea, tramite l'Alta rappresentante Kaja Kallas, ha fatto sapere di valutare uno statuto di blocco contro le eventuali sanzioni americane. Il commissario tedesco per i diritti umani, Lars Castellucci, ha respinto l'appello di Trump ricordando che "i crimini più gravi non devono restare impuniti".
Commento giuridico
La tesi giuridica americana va riportata con precisione, perché è l'unico punto in cui la posizione di Washington ha un fondamento tecnico: gli Stati Uniti sostengono che la Corte non abbia giurisdizione sui cittadini di Paesi che non hanno ratificato lo Statuto di Roma. La risposta dello Statuto è l'art. 12(2)(a): la giurisdizione della CPI è territoriale, non basata sulla nazionalità. La Corte può giudicare crimini commessi sul territorio di uno Stato parte, chiunque ne sia l'autore. Sia la Palestina sia l'Afghanistan sono Stati parte. La disputa reale, dunque, non riguarda l'esistenza della giurisdizione in astratto, ma se uno Stato non aderente possa sottrarre i propri cittadini — o i cittadini di un alleato non aderente, nel caso di Israele — a una giurisdizione territoriale che appartiene ad altri.
Sul piano della durata degli atti, l'art. 29 dello Statuto stabilisce che i crimini di competenza della Corte non cadono in prescrizione. Un mandato non decade con il cambio di amministrazione che lo contesta, né quando lo Stato del ricercato rifiuta di riconoscerlo. Anche l'efficacia di un ritiro dallo Statuto non è immediata: per l'art. 127, decorre un anno dalla notifica — regola valida anche per Naoero.
Implicazioni — test di simmetria
Il primo attrito riguarda l'irrilevanza dichiarata e la sanzione mobilitata. Naoero ha motivato il proprio ritiro con la "crescente irrilevanza" della Corte, e Washington ha applaudito la scelta come difesa della sovranità. Nello stesso momento l'amministrazione prepara contro quella stessa Corte le sanzioni più pesanti mai dirette a un tribunale internazionale, al punto che la presidenza e la cancelleria della CPI hanno avvertito che potrebbero essere compromesse anche operazioni ordinarie come l'acquisto di servizi informatici e assicurativi o il pagamento di decine di dipendenti americani. Non si mobilita il Tesoro degli Stati Uniti contro un'istituzione davvero irrilevante: la campagna smentisce l'argomento che applaude.
Il secondo attrito riguarda la giurisdizione a intermittenza. Nel marzo 2023 il presidente Joe Biden aveva definito "giustificato" il mandato di arresto della CPI contro Vladimir Putin, pur riconoscendo che gli Stati Uniti non riconoscono la Corte: "non è riconosciuto a livello internazionale nemmeno da noi — ma penso che sia un segnale molto forte", aveva detto. Allora era Mosca a bollare la Corte come organismo "politicamente di parte" e "un burattino" dell'Occidente. Oggi Washington usa un lessico non dissimile contro la stessa istituzione. La giurisdizione della CPI, per due amministrazioni americane successive, sembra valere quando colpisce altri.
Il terzo attrito riguarda ciò che resta. Il disconoscimento di una Corte è un atto politico, e dura quanto dura chi lo pronuncia. Gli atti della Corte seguono un'altra logica: non si prescrivono, e un ritiro dallo Statuto ha effetto solo un anno dopo la notifica. Anche la frase di Biden su Putin lo conferma indirettamente: il presidente di uno Stato che non riconosce la CPI ha comunque riconosciuto il peso di un atto emesso da quella Corte. Il non-riconoscimento cambia dove un ricercato può viaggiare in sicurezza. Non cambia ciò che è stato accertato, né ciò che resta agli atti.
New York, due giorni dopo
Il 25 settembre Netanyahu ha parlato all'Assemblea generale in un'aula da cui decine di delegazioni erano uscite non appena salito sul podio, tra fischi e applausi contrapposti. Li ha definiti "codardi morali", invitando chi non fosse ancora uscito a farlo. Ha attaccato il sindaco di New York Zohran Mamdani — che aveva chiesto alle autorità federali di dare esecuzione al mandato di arresto della CPI — definendolo "antisemita" e dicendogli: "Hai provato a impedirmi di venire qui. Hai provato a farmi tacere. Ebbene, non puoi farmi tacere". Ha respinto le accuse di genocidio a Gaza come "la più grande bugia del secolo".
Poche ore prima, il presidente palestinese Abbas aveva parlato all'Assemblea solo in videocollegamento: per il secondo anno consecutivo il Dipartimento di Stato gli ha negato il visto per l'ingresso negli Stati Uniti. Netanyahu, ricercato dalla CPI, è stato accolto di persona nello stesso Paese che ha negato l'ingresso al leader della controparte palestinese. Gli Stati Uniti non sono parte dello Statuto di Roma e non avevano alcun obbligo di arresto; l'accordo di sede ONU garantisce comunque l'accesso ai capi di governo. Ma l'asimmetria fra chi entra e chi resta fuori non è spiegata da nessuna norma: è una scelta.
Fonti: Reuters/US News — discorso di Trump all'ONU · The Federalist — citazioni integrali e sanzioni WSJ · Reuters — solo Naoero segue l'appello · Politiko — dichiarazione di Jetten · Al Jazeera — discorso di Netanyahu · CBC — visto negato ad Abbas · NPR — Netanyahu e Mamdani · Biden sul mandato contro Putin (marzo 2023) · Statuto di Roma — artt. 12, 29, 127
Nota di verifica: le sanzioni contro l'intera CPI risultavano, alla pubblicazione, preparate ma non ufficialmente annunciate — riportate da WSJ/Reuters, non confermate dal Dipartimento di Stato; formulazione al condizionale. La cifra "più di una dozzina" di funzionari sanzionati e la designazione di Tomoko Akane si basano su fonti giornalistiche aggregate, senza un elenco ufficiale consolidato reperito in sessione — da verificare con la lista OFAC quando disponibile.
Sullo statuto di blocco che l'Unione europea sta valutando esiste un appello pubblico. Eumans, movimento politico europeo presieduto da Marco Cappato, chiede alla Commissione europea di attivarlo subito per proteggere la Corte dalle sanzioni americane, e sostiene la candidatura della CPI al premio Nobel per la pace 2026. È una campagna di parte, non di questo sito: la segnaliamo perché riguarda direttamente lo strumento discusso nell'articolo.
Leggi e firma l'appello (in inglese)5/6 · ANALISI · 10 ottobre 2026
Sei mesi alla Corte: Washington sanziona la CPI intera e apre una trattativa sulla sua indipendenza
In sintesi
- Il 9 ottobre gli Stati Uniti hanno sanzionato la Corte penale internazionale come istituzione. Finora avevano colpito almeno tredici tra giudici e altri funzionari della Corte.
- Le sanzioni non bloccano subito la Corte. Una licenza del Tesoro americano tiene legali stipendi, affitti, servizi e versamenti degli Stati membri fino al 7 aprile 2027.
- Washington dice che i sei mesi servono agli Stati membri per mostrare «progressi» verso una soluzione. Le richieste americane sono note: ritirare i mandati contro i leader israeliani e chiudere l'indagine sui militari americani in Afghanistan.
- Lo stesso giorno, poche ore prima, il Nobel per la Pace è andato a Navi Pillay, giudice della Corte dal 2003 al 2008. Le sanzioni erano pronte da settembre: la sequenza è un fatto, un nesso tra le due decisioni non è dimostrato.
- La Corte ha scritto che il suo destino è ora anche nelle mani degli Stati che l'hanno istituita. Otto governi, Italia compresa, si sono opposti alle sanzioni e, nella stessa dichiarazione, hanno offerto dialogo agli Stati che non aderiscono alla Corte.
Venerdì mattina, a Oslo, il presidente del Comitato norvegese per il Nobel ha annunciato il premio per la Pace e ha dovuto chiedere dal podio alla vincitrice di rispondere al telefono, se avesse visto una chiamata da un numero norvegese: non erano riusciti ad avvisarla (CBS News). La vincitrice era Navi Pillay, 85 anni, giurista sudafricana, già giudice della Corte penale internazionale e poi Alta commissaria ONU per i diritti umani. Il pomeriggio, a Washington, il segretario di Stato Marco Rubio ha pubblicato un video: gli Stati Uniti sanzionavano la Corte in cui Pillay aveva lavorato. Due notizie dello stesso giorno, sulla stessa Corte.
Il fatto
Il 9 ottobre il Dipartimento di Stato ha designato la Corte penale internazionale in base all'ordine esecutivo 14203, firmato da Donald Trump nel febbraio 2025. Fino a quel giorno quell'ordine era stato usato contro persone: almeno tredici funzionari della Corte, tra cui nove giudici, la presidente Tomoko Akane e i due viceprocuratori che oggi guidano l'Ufficio del procuratore, oltre alla relatrice speciale ONU Francesca Albanese (OFAC, elenco delle designazioni). Ora il bersaglio è l'istituzione.
Nel video Rubio ha detto che gli Stati Uniti vieteranno le transazioni con questa «corte fuorilegge», tagliandole le risorse e paralizzandone la capacità di operare, e che il presidente Trump non permetterà mai alla Corte di processare cittadini americani. Ha concluso con un'alternativa: o la Corte mette fine alle sue minacce, o gli Stati Uniti metteranno fine alla Corte (The National).
Che cosa vieta, e che cosa no. Una sanzione di questo tipo proibisce a cittadini e imprese americane qualsiasi transazione con la Corte senza un'autorizzazione del Tesoro, e di fatto scoraggia anche le banche straniere, che dipendono dal sistema finanziario degli Stati Uniti (Reuters, via The Senior). Ma insieme alla designazione il Tesoro ha pubblicato quattro licenze generali. La più importante, la n. 13, autorizza fino alle 00:01 (ora di Washington) del 7 aprile 2027 tutte le operazioni necessarie a mantenere o chiudere le attività della Corte. Il testo le elenca: i versamenti degli Stati membri, gli stipendi, l'assicurazione sanitaria e le cure del personale, l'affitto, le utenze, le tasse, i servizi commerciali in abbonamento, le fatture precedenti al 9 ottobre (OFAC, licenza generale n. 13). Le altre tre licenze tengono legali i servizi di telecomunicazione, internet e software, il pagamento delle pensioni del personale e la detenzione degli imputati già in custodia all'Aia (The Sanctions Drop).
In altre parole: oggi la Corte continua a funzionare. Fra sei mesi, se la licenza non viene prorogata, no.
Perché sei mesi. Secondo il Dipartimento di Stato, il periodo serve a dare agli Stati membri della Corte l'occasione di mostrare «progressi significativi» verso soluzioni diplomatiche e giuridiche, che potrebbero portare alla revoca delle sanzioni o a una proroga della licenza (The Sanctions Drop, che cita il comunicato). Che cosa Washington consideri un progresso lo ha detto più volte: il ritiro dei mandati d'arresto del 2024 contro il premier israeliano Benjamin Netanyahu e l'ex ministro della Difesa Yoav Gallant, e la chiusura della vecchia indagine sulle truppe americane in Afghanistan (Reuters, via The Senior).
Le reazioni
La Corte ha definito le sanzioni un attacco allo stato di diritto e ai fondamenti dell'ordine giuridico internazionale. La presidente Akane ha detto che la Corte continuerà a svolgere il proprio mandato con indipendenza e imparzialità, sulla base del diritto e delle prove, per le vittime di crimini gravi (UPI). La nota aggiunge che la Corte non può agire da sola, e il suo destino è ora anche nelle mani degli Stati che l'hanno istituita (Corriere della Sera). La viceprocuratrice Nazhat Shameem Khan, a sua volta sanzionata nel 2025, ha detto a Reuters che le misure vanno condannate (Jerusalem Post, da Reuters).
Gli Stati hanno risposto in due modi insieme: con la difesa della Corte e con l'offerta di dialogo.
- Otto governi, Italia compresa. I ministri degli Esteri di Italia, Canada, Danimarca, Francia, Germania, Giappone, Paesi Bassi e Regno Unito hanno firmato una dichiarazione congiunta. Esprimono ferma opposizione alle sanzioni e sostegno all'indipendenza della Corte, e avvertono che, se applicate, avrebbero un impatto significativo sul suo lavoro e sul personale. Nella stessa dichiarazione si impegnano a un dialogo «costruttivo e inclusivo» con gli Stati che non aderiscono allo Statuto, in vista dell'Assemblea degli Stati parte di dicembre 2026 (Corriere della Sera). Il giorno dopo il ministro Antonio Tajani ha ribadito al Messaggero che l'Italia si oppone «con fermezza» alle sanzioni e continuerà a sostenere la Corte (Italpress).
- Unione europea. Il 9 ottobre la Commissione ha definito profondamente deplorevole l'annuncio e si è detta pronta ad adottare tutte le misure necessarie per permettere alla Corte di lavorare e per tutelare gli operatori europei nel mercato unico; con sei mesi di transizione, ha aggiunto, c'è spazio per il dialogo (Corriere della Sera). Il 10 ottobre l'Alta rappresentante Kaja Kallas, a nome dell'Unione, ha chiesto agli Stati Uniti di ritirare le sanzioni. Nella stessa dichiarazione ha accolto con favore la disponibilità di Washington a confrontarsi con gli Stati parte e ha letto il rinvio delle misure come uno spazio per la diplomazia (Sky TG24). Lo statuto di blocco, che spetta alla Commissione attivare, alla sera del 10 ottobre non era stato attivato.
- Paesi Bassi. Il premier Rob Jetten ha detto che il suo Paese proteggerà la Corte «mattone dopo mattone», rovesciando l'espressione di Rubio. Ha anche spiegato che diversi Paesi stanno lavorando a proposte di riforma della Corte, e che il messaggio agli americani è di partecipare a quel dialogo (Corriere della Sera). Il ministro degli Esteri Tom Berendsen ha accolto il periodo di sei mesi come un'occasione da esplorare con gli altri Stati membri (News.az, da Anadolu).
- Altri governi europei. Il presidente del Consiglio europeo António Costa ha detto che la giustizia internazionale va difesa e che l'Unione userà strumenti politici, diplomatici, finanziari e pratici (TRT World). Il ministro degli Esteri belga Maxime Prévot ha chiesto di attivare lo statuto di blocco europeo per proteggere la Corte (Al Jazeera). Hanno condannato le sanzioni anche Austria, Danimarca, Portogallo e Svezia; la Svizzera, che non fa parte dell'Unione, si è detta contraria a sanzioni e minacce contro l'indipendenza della Corte (TRT World).
- ONU. Il segretario generale António Guterres si è detto profondamente allarmato: secondo lui la decisione è un duro colpo alla giustizia penale internazionale (Al Jazeera). L'Alto commissario per i diritti umani Volker Türk ha definito le sanzioni inaccettabili (Corriere della Sera).
- Stati Uniti, sul Nobel. In un comizio a Syracuse, la sera del 9 ottobre, Trump ha detto di non aver mai sentito nominare Pillay e ha definito la scelta del Comitato una decisione «vergognosa e imbarazzante», una «macchia indelebile» per la Norvegia (GV Wire, da Reuters). Non ha parlato della Corte.
- Sudafrica. Il presidente Cyril Ramaphosa si è congratulato con Pillay, mettendola accanto a Luthuli, Tutu, Mandela e de Klerk. Il suo messaggio non menziona la Corte né le sanzioni (SAnews).
- Israele. Il premier Benjamin Netanyahu si è congratulato con Trump e Rubio e ha scritto che la Corte non è un tribunale ma un organo politico (Corriere della Sera).
Sul Nobel, la reazione più dura è arrivata da Israele. Il ministro degli Esteri Gideon Sa'ar ha definito il premio una strumentalizzazione grottesca e ha scritto che, se esistesse un premio per le menzogne e le calunnie, Pillay ne sarebbe la favorita assoluta. Ha chiamato le sue conclusioni su Gaza la più grande menzogna del secolo, arrivando a evocare Goebbels (Open). Il bersaglio è il lavoro di Pillay alla guida della Commissione d'inchiesta ONU sui Territori palestinesi occupati. Il suo rapporto del 2025 ha concluso che le forze e i leader israeliani hanno commesso quattro dei cinque atti di genocidio previsti dalla Convenzione del 1948.
Il presidente del Comitato, Jørgen Watne Frydnes, ha risposto che quel lavoro viene da una commissione dell'ONU, che il Comitato ha piena fiducia nella professionalità di Pillay, e che decidere se sia genocidio spetta ai tribunali internazionali, non al Comitato. Pillay ha detto che non capisce perché serva coraggio per dire la verità (Open). Il giorno dopo, in collegamento da Norimberga con il Centro Nobel per la Pace di Oslo, ha definito le sanzioni contro giudici per le loro decisioni «senza precedenti, inaccettabili» (Dawn, da AFP).
Per quanto abbiamo potuto verificare, alla sera del 10 ottobre non risultavano dichiarazioni ufficiali di Russia, Cina e India, che non aderiscono alla Corte, né del Brasile, che ne fa parte (Rio Times, per il Brasile).
Il Nobel e la sequenza dei fatti
Il Comitato ha premiato Pillay «per i suoi sforzi per promuovere la pace e il diritto internazionale», scrivendo che ha contribuito in modo decisivo a far perseguire crimini di guerra, crimini contro l'umanità e genocidio, e che il premio vuole ricordare al mondo che lo stato di diritto, nazionale e internazionale, è la base del sistema costruito per mantenere la pace (nobelprize.org). Pillay oggi siede alla Corte internazionale di giustizia nel caso in cui il Myanmar è accusato di genocidio contro i Rohingya. Ha dedicato il premio ai sopravvissuti dei crimini internazionali (Al Jazeera).
La tentazione è leggere le sanzioni come una risposta al premio. I fatti non la sostengono. Già il 21 settembre due fonti dicevano a Reuters che le sanzioni contro l'intera Corte erano pronte e mancava solo la data (Reuters, via The Senior). Lo abbiamo riportato nello stesso periodo, raccontando l'appello di Trump all'ONU. La coincidenza di calendario è reale, e dice qualcosa su come due istituzioni guardano allo stesso diritto. Un movente, no.
Come si è arrivati qui
| Data | Fatto |
|---|---|
| 2020 | La prima amministrazione Trump sanziona la procuratrice Fatou Bensouda per l'indagine sull'Afghanistan. Biden revoca le sanzioni nel 2021. |
| Settembre 2021 | Il nuovo procuratore Karim Khan mette in secondo piano la parte dell'indagine sulle forze americane e sulla CIA, citando risorse limitate, e si concentra su Talebani e Stato islamico (Al Jazeera). |
| Novembre 2024 | Mandati d'arresto per Netanyahu, Gallant e il comandante di Hamas Mohammed Deif. |
| Febbraio 2025 | Ordine esecutivo 14203; primo sanzionato: Karim Khan. |
| Giugno-agosto 2025 | Sanzioni a sei giudici e ai due viceprocuratori. |
| Dicembre 2025 | La Camera d'appello respinge, con tre voti contro due, un'obiezione di Israele nel caso Palestina. Tre giorni dopo gli Stati Uniti sanzionano due giudici del collegio. |
| Luglio 2026 | Rubio annuncia una campagna per «smantellare» la Corte. L'Assemblea degli Stati parte rimuove Khan per grave condotta scorretta. |
| Agosto 2026 | Sanzioni alla presidente Akane e a un avvocato dell'accusa. |
| Settembre 2026 | All'ONU Trump chiede a tutti gli Stati di lasciare la Corte; risponde solo Naoero. |
| 9 ottobre 2026 | Sanzioni alla Corte come istituzione. |
Lettura giuridica
1. La giurisdizione contestata. La tesi americana è che la Corte non possa giudicare cittadini di Stati che non hanno aderito allo Statuto di Roma, come Stati Uniti e Israele. Lo Statuto dice altro: per l'articolo 12, la Corte giudica i crimini commessi sul territorio di uno Stato parte, qualunque sia la nazionalità di chi li commette. È la stessa regola per cui un tribunale italiano giudica uno straniero che commette un reato in Italia. Afghanistan e Palestina sono Stati parte. L'abbiamo spiegato più a fondo qui.
Israele contesta questa lettura con due argomenti seri: la Palestina non sarebbe uno Stato ai fini dello Statuto, e per gli Accordi di Oslo non avrebbe giurisdizione penale sugli israeliani da poter trasferire alla Corte (Lieber Institute, West Point). Nell'aprile 2025 la Camera d'appello della Corte ha dato ragione a Israele su un punto di procedura e ha chiesto ai giudici di esaminare quella contestazione nel merito (JURIST). A gennaio 2026 quell'esame era ancora in corso. Su un'altra obiezione, secondo cui la Corte avrebbe dovuto avvisare Israele e lasciargli la possibilità di indagare da sé, la Camera d'appello si è pronunciata il 15 dicembre 2025 e l'ha respinta con tre voti contro due; tre giorni dopo gli Stati Uniti hanno sanzionato due giudici di quel collegio (Just Security). Nel frattempo i mandati restano validi (The New Arab, da Reuters). È la sede in cui la questione va decisa: un tribunale, non una licenza del Tesoro.
2. Chi decide che cosa. Né i giudici né il procuratore possono «ritirare» un mandato per accordo politico: un mandato si revoca con una decisione giudiziaria. Gli Stati membri non hanno il potere di farlo. Hanno però strumenti indiretti: il bilancio, l'elezione del nuovo procuratore, che l'Assemblea degli Stati parte deve scegliere dopo la rimozione di Khan, e la pressione politica. È su questi strumenti che si giocano i sei mesi.
3. L'immunità di chi giudica. L'articolo 48 dello Statuto riconosce a giudici e procuratori l'immunità per gli atti compiuti nelle loro funzioni. Lo hanno ricordato gli esperti ONU quando la Russia ha condannato in contumacia Khan e otto giudici per il mandato contro Putin (JURIST). Vale anche oggi.
Il test di simmetria
Mosca e Washington. Nel dicembre 2025 un tribunale di Mosca ha condannato il procuratore Khan a quindici anni e otto giudici a pene fino a quindici anni, per aver emesso il mandato contro Putin. Lo abbiamo raccontato in Quindici anni per un mandato. La presidente Akane è oggi condannata dalla Russia e sanzionata dagli Stati Uniti: due potenze che non riconoscono la Corte e ne colpiscono le stesse persone, per ragioni opposte. Il metro deve essere lo stesso.
Chi critica la Corte da dentro. Mali, Burkina Faso, Niger, Venezuela e Ciad hanno notificato l'uscita dallo Statuto nel 2026, accusando la Corte di parzialità verso Africa e America Latina (BSS, da AFP). L'Ungheria aveva fatto lo stesso nel 2025, ma il nuovo governo ha revocato il ritiro prima che diventasse effettivo (ASIL).
L'Italia. Nel gennaio 2025 l'Italia ha arrestato e poi rimandato in Libia con un volo di Stato Osama Almasri, ricercato dalla Corte per crimini contro l'umanità. La Corte ha accertato l'inadempimento italiano e nel gennaio 2026 ha deferito l'Italia all'Assemblea degli Stati parte (Università di Padova, Centro diritti umani). Nel febbraio 2025, quando Trump firmò l'ordine esecutivo, l'Italia non fu tra i 79 Stati che sottoscrissero una dichiarazione in difesa della Corte (LaPresse). Questa volta Roma ha firmato la dichiarazione degli otto in difesa della Corte. È un cambio di posizione, e va registrato. Resta aperto il caso Almasri: chi difende la Corte contro Washington deve chiedere a Roma la stessa coerenza.
La Corte stessa. La Corte ha i suoi limiti, e un pezzo che la difende non deve tacerli. A metà 2025 contava, secondo Reuters, undici condanne e quattro assoluzioni in oltre vent'anni, solo sei per i crimini più gravi (Daily Maverick, da Reuters). Quasi tutti gli imputati sono africani (University of Minnesota, Imagine Rights). A luglio 2026 il suo procuratore capo è stato rimosso per molestie, con 82 voti su 125; lui nega e ricorre (Anadolu). E l'indagine sull'Afghanistan, che Washington chiede di chiudere, era già stata ridimensionata dalla Corte stessa nel 2021, tra le critiche delle organizzazioni per i diritti umani (Al Jazeera).
Giudizio editoriale
Questa sezione esprime la posizione del sito. È separata dai fatti esposti sopra.
Il titolo dei giornali è stato «gli Stati Uniti sanzionano la Corte». Il testo della licenza n. 13 racconta una cosa più sottile: la Corte non viene chiusa, viene messa sotto condizione. Stipendi, affitto, contributi degli Stati restano legali per sei mesi. Poi, se nessuno avrà fatto «progressi», si spegne la luce. Non è un colpo: è un conto alla rovescia, e un invito a trattare.
Per questo la domanda dei prossimi mesi non riguarda Washington, la cui posizione è chiara. Riguarda i 125 Stati che hanno creato la Corte, ed è la Corte stessa a dirlo: il suo destino, ha scritto, è nelle loro mani. La prima risposta è arrivata in giornata, e contiene già le due strade: ferma opposizione alle sanzioni, e nella stessa frase dialogo con chi le impone, riforme, l'Assemblea di dicembre. Possono usare questi sei mesi per proteggerla davvero: banche e fornitori fuori dalla portata del Tesoro americano, uno scudo europeo che funzioni, un procuratore eletto senza ipoteche. Oppure possono usarli per «dialogare», come ha detto il governo olandese, e scoprire che il prezzo del dialogo è un'indagine lasciata morire o un procuratore scelto perché non disturbi. Il primo scenario salva un tribunale. Il secondo salva l'edificio e svuota il tribunale.
Una Corte che sopravvive rinunciando a giudicare chi è protetto da una grande potenza non è più la stessa Corte. Sarebbe, alla lettera, ciò di cui la accusano Mosca, i governi del Sahel e oggi anche Washington: uno strumento che vale solo per i deboli.
Cosa seguire
- Il comunicato completo del Dipartimento di Stato e la durata delle licenze n. 14, 15 e 16.
- La risposta dell'Unione europea: attivazione o meno dello statuto di blocco, e se può proteggere un'istituzione internazionale.
- Le posizioni degli Stati membri, a partire da Paesi Bassi, Germania, Giappone (primo finanziatore della Corte) e Italia.
- Se e come parleranno Russia, Cina, India e Brasile, finora in silenzio.
- L'Assemblea degli Stati parte di dicembre 2026, il «dialogo» con gli Stati non aderenti e le proposte di riforma annunciate da Jetten: che cosa contengono.
- L'elezione del nuovo procuratore.
- La decisione dei giudici sulla contestazione israeliana della giurisdizione, pendente da oltre un anno.
- Il 7 aprile 2027: proroga, revoca o blocco.
Fonti: CBS News · OFAC, elenco delle designazioni · The National · Reuters, via The Senior · OFAC, licenza generale n. 13 · The Sanctions Drop · UPI · Corriere della Sera · Jerusalem Post, da Reuters · Italpress · Sky TG24 · News.az, da Anadolu · TRT World · Al Jazeera · GV Wire, da Reuters · SAnews · Open · Dawn, da AFP · Rio Times · nobelprize.org · Al Jazeera · Al Jazeera · Lieber Institute, West Point · JURIST · Just Security · The New Arab, da Reuters · JURIST · BSS, da AFP · ASIL · Università di Padova, Centro diritti umani · LaPresse · Daily Maverick, da Reuters · University of Minnesota, Imagine Rights · Anadolu · Al Jazeera
6/6 · OPINIONE · 11 ottobre 2026
Il faro
Il 9 ottobre, a poche ore di distanza, sono successe due cose. A Oslo il Nobel per la Pace è andato a Navi Pillay, che è stata giudice della Corte penale internazionale. A Washington gli Stati Uniti hanno sanzionato quella stessa Corte come istituzione, e il segretario di Stato Marco Rubio ha promesso di paralizzarla (la nostra analisi). Le sanzioni erano pronte da settembre, e non c'è prova che le due decisioni siano legate. Ma insieme pongono una domanda semplice.
La Corte non ha una polizia. Per arrestare qualcuno dipende dagli Stati, e gli Stati spesso non lo fanno. Vladimir Putin, ricercato dal 2023, è stato ricevuto con tutti gli onori in Mongolia e in Tagikistan, due Paesi membri della Corte. Benjamin Netanyahu, ricercato dal 2024, è stato accolto in Ungheria quando l'Ungheria ne faceva ancora parte (i mandati ineseguiti). Allora perché tanta fatica per combattere un tribunale i cui mandati restano spesso sulla carta?
Che cosa fa un mandato senza manette
Perché un mandato non eseguito non è un mandato senza effetti.
Cambia la mappa del mondo per chi lo riceve. Nell'agosto 2023 Putin non è andato al vertice dei BRICS a Johannesburg. Il presidente sudafricano Cyril Ramaphosa aveva scritto in un atto giudiziario che il suo Paese, membro della Corte, aveva «ovvi problemi» ad arrestarlo; la soluzione è stata un collegamento video (PBS, da AP). Da allora ogni viaggio è un calcolo.
Non scade. Per l'articolo 29 dello Statuto di Roma questi crimini non cadono in prescrizione (lo abbiamo spiegato qui). Il mandato aspetta. Ratko Mladić fu incriminato dal Tribunale per l'ex Jugoslavia nel luglio 1995 e arrestato nel maggio 2011, sedici anni dopo (ICTY). Rodrigo Duterte aveva portato le Filippine fuori dalla Corte nel 2019; nel marzo 2025 è stato consegnato all'Aia, e nell'aprile 2026 è stato rinviato a giudizio (i latitanti della CPI). I governi cambiano. Gli atti restano.
E resta il verbale. Un mandato o una sentenza della Corte non sono un'opinione. Sono un accertamento fatto con regole: prove raccolte, testimoni ascoltati e messi a verbale, un accusato che ha il diritto di difendersi. Quell'archivio sopravvive a chi lo contesta.
Dove colpiscono le sanzioni
Chi vuole fermare la Corte lo sa. Per questo le sanzioni non colpiscono le sentenze, che non si possono cancellare, ma la capacità di scriverne di nuove: stipendi, banche, fornitori, software. Nel 2025, secondo l'agenzia AP, il procuratore Karim Khan, sanzionato personalmente, aveva perso l'accesso alla sua posta elettronica Microsoft; l'azienda ha negato di aver sospeso i servizi alla Corte (heise). La Corte ha comunque deciso di passare a un software europeo (Irish Legal News). Oggi una licenza del Tesoro americano tiene legali stipendi e servizi fino al 7 aprile 2027. Poi, se nessuno avrà fatto «progressi», si spegne la luce.
Quello che penso
Quella che segue è la mia valutazione, non un fatto.
Se cade la Corte, cade il nostro faro.
Un faro non ferma le navi. Non le salva dal mare grosso, non le tira via dagli scogli. Fa una cosa sola: dice dove sono gli scogli, a tutti, ogni notte, anche a chi non vuole vederli. E chi ci è passato sopra non potrà dire che non c'erano.
La Corte fa questo. Non ha una polizia, e forse non l'avrà mai. Le sue decisioni possono restare senza esecuzione per anni. Ma restano agli atti della storia: documentazioni indelebili. Ed è proprio per questo che fanno paura. Se fossero carta, nessun governo spenderebbe sanzioni contro un tribunale. Si sanziona ciò che pesa.
So che il faro consola soprattutto chi scrive la storia. Non consola chi muore oggi a Gaza, in Sudan, in Ucraina. Una madre ucraina che aspetta un figlio deportato in Russia non ha bisogno di un verbale: ha bisogno del figlio. La Corte non salva nessuno in tempo reale, e chi la difende non deve dire il contrario. Ma impedisce che un giorno si possa dire che non è successo, o che nessuno lo sapeva. Non è un caso che Navi Pillay abbia dedicato il premio ai sopravvissuti.
So anche che il faro non è perfetto. In oltre vent'anni la Corte ha emesso poche condanne, quasi tutte contro africani. Il suo procuratore capo è stato rimosso. L'indagine sui militari americani in Afghanistan l'ha ridimensionata la Corte stessa, nel 2021. Sono critiche vere, e le abbiamo scritte. Ma una luce che illumina male si ripara. Non si spegne.
C'è poi un dettaglio che non va dimenticato. A voler spegnere questa luce sono, ognuna per le sue ragioni, Washington e Mosca: Mosca ha condannato in contumacia il procuratore e otto giudici (Quindici anni per un mandato); Washington ha sanzionato giudici e procuratori, e ora la Corte intera. Quando due potenze che non si fidano di niente l'una dell'altra si trovano d'accordo su un solo bersaglio, vuol dire che quel bersaglio illumina tutte e due.
I sei mesi della licenza sono ora nelle mani dei 125 Stati che fanno parte della Corte, Italia compresa. Possono proteggerla davvero: banche e fornitori fuori dalla portata del Tesoro americano, uno scudo europeo che funzioni, un procuratore scelto senza condizioni. Oppure possono trattare, e scoprire che il prezzo è un faro che resta acceso ma non illumina più certi scogli. Un faro che si spegne quando passa la nave sbagliata non è un faro. È una scenografia.
Ai governi che in questi giorni hanno detto di difendere la Corte, compreso il mio, chiedo una cosa sola: di difenderla anche quando costa. Anche quando il ricercato atterra in casa loro. L'Italia ha rimandato in Libia Osama Almasri con un volo di Stato, e la Corte l'ha deferita per questo agli altri Stati membri (la nostra analisi). Chi difende il faro non può spegnerlo quando gli conviene.
Fonti: PBS, da AP · ICTY · heise · Irish Legal News
N3R1-70 — I Will Not Look Away — Versione online: https://iwillnotlookaway.org/s/it/serie-corte-sotto-assedio-testo-completo.html