ANALISI

Chi comanda davvero sulle scelte europee

18 ottobre 2026 — Europa

Serie «Le scelte dell'Europa» · 7 di 8

In sintesi

La tesi da mettere alla prova

Una tesi circola spesso: l'Europa non decide davvero. Washington la guida senza bisogno di ordini, con il dollaro, i tassi d'interesse, le agenzie di rating, i grandi fondi. Un governo che si mette di traverso può essere messo in ginocchio in pochi giorni.

In questo pezzo della serie, che segue quello sulle scelte dopo il 2022, la mettiamo alla prova leva per leva. Per ognuna cerchiamo i casi documentati in cui ha funzionato e quelli in cui l'Europa ha resistito. Una regola, come sempre: un interesse dimostrato non è la prova di una causa.

Prima leva: il dollaro e le sanzioni

Il dollaro è ancora la prima moneta del mondo: vale il 56,7% delle riserve delle banche centrali (FMI, 30/9/2026). Chi fa affari in dollari passa per il sistema americano, e per questo Washington può punire anche chi viola sanzioni decise solo da lei.

Il caso più noto è francese. Nel giugno 2014 BNP Paribas si è dichiarata colpevole davanti a un tribunale di New York e ha pagato 8,9 miliardi di dollari per aver aggirato, tra il 2004 e il 2012, le sanzioni americane contro Sudan, Cuba e Iran (Al Jazeera, 30/6/2014).

Quando gli Stati Uniti sono usciti dall'accordo nucleare con l'Iran, Francia, Germania e Regno Unito hanno creato INSTEX, una società per commerciare con Teheran senza passare dal dollaro. In quattro anni ha fatto una sola operazione, una fornitura di materiale medico all'inizio del 2020. Nel marzo 2023 è stata sciolta; i governi europei ne hanno attribuito la colpa all'Iran, che respingeva le proposte (Governo britannico, 9/3/2023).

Il caso più recente riguarda il diritto internazionale. Il 9 ottobre 2026 Washington ha sanzionato la Corte penale internazionale in quanto tale, dopo il mandato d'arresto per Netanyahu e l'indagine sulle truppe americane in Afghanistan. Banche e assicurazioni europee che lavorano con la Corte rischiano sanzioni secondarie. 58 eurodeputati hanno chiesto alla Commissione di attivare lo «statuto di blocco», la legge europea che vieta alle imprese di applicare sanzioni straniere e permette di chiedere i danni (Euronews, 14/10/2026). La Commissione per ora preferisce la diplomazia (EUobserver, 14/10/2026); il 16 ottobre il Consiglio europeo si è detto profondamente rammaricato per le sanzioni, ma nelle conclusioni non nomina lo statuto di blocco (Consiglio europeo, 16/10/2026). Del lungo assedio alla Corte abbiamo scritto qui.

Il controesempio. Nel maggio 2021 l'amministrazione Biden ha rinunciato a sanzionare la società del Nord Stream 2 e il suo amministratore, pur riconoscendo che avevano compiuto attività sanzionabili, per non rompere con la Germania, che voleva il gasdotto (Maritime Executive, 19/5/2021). Quando Berlino tiene il punto, Washington può cedere.

Seconda leva: lo spread

Qui la tesi va corretta. Nelle due crisi più dure del debito europeo, la pressione decisiva è venuta da Francoforte e dalle capitali europee.

Italia, 2011. Il 5 agosto la Banca centrale europea, con la firma di Jean-Claude Trichet e di Mario Draghi, scrisse al governo Berlusconi chiedendo misure precise e immediate: tagli, riforme, pareggio di bilancio. Il sostegno della BCE ai titoli italiani fu legato a quelle richieste. La lettera fu resa pubblica dal Corriere della Sera il 29 settembre; Berlusconi si dimise il 12 novembre (Wikipedia, lettera Trichet-Draghi). Nelle sue memorie, l'allora segretario al Tesoro americano Timothy Geithner ha scritto che in quell'autunno «funzionari europei» chiesero a Washington di aiutarli a far cadere Berlusconi, anche negando il sostegno a un salvataggio del FMI. Washington rifiutò: «Non possiamo avere sangue sulle mani» (The Local, 14/5/2014).

Grecia, 2015. Il 28 giugno, alla vigilia del referendum sul piano dei creditori, la BCE rifiutò di aumentare la liquidità d'emergenza alle banche greche. Il governo Tsipras chiuse le banche e impose limiti ai prelievi (NPR, 28/6/2015).

Il controesempio. La stessa BCE ha chiuso la crisi degli spread. Il 26 luglio 2012 Draghi disse a Londra: «La BCE è pronta a fare tutto il necessario per preservare l'euro». I tassi dei Paesi deboli scesero (Quartz). E i mercati non puniscono solo chi disobbedisce a Washington: nel settembre 2022 il Regno Unito di Liz Truss, alleato fedelissimo degli Stati Uniti, annunciò tagli di tasse senza coperture; la sterlina toccò il minimo storico, la Banca d'Inghilterra dovette intervenire e Truss si dimise dopo 44 giorni (CNBC, 21/10/2022).

Sulle agenzie di rating e sui grandi fondi di investimento non abbiamo trovato prove documentate di pressioni dirette su un governo europeo per conto di Washington. Per questo non le contiamo tra le leve dimostrate.

Terza leva: le tasse

Il 28 giugno 2025 i Paesi del G7, tra cui Germania, Francia e Italia, hanno accettato di esentare le multinazionali americane dalla tassa minima globale del 15% concordata all'OCSE: pagheranno solo negli Stati Uniti. L'intesa è arrivata mentre il Congresso discuteva una «tassa di ritorsione» contro i Paesi che avessero applicato l'imposta minima alle aziende americane (Reuters via Arab News, 28/6/2025).

Ma il quadro non è a senso unico. Nel settembre 2024 la Corte di giustizia dell'UE ha stabilito che l'Irlanda aveva concesso ad Apple aiuti di Stato illegali e che Apple doveva restituire oltre 13 miliardi di euro di tasse. A difendere Apple, accanto all'azienda, c'era il governo irlandese (Silicon Republic, 10/9/2024). La concorrenza fiscale che favorisce le multinazionali, in questo caso, la faceva un Paese europeo.

Il controesempio. Nell'aprile 2025 la Commissione ha multato Apple per 500 milioni di euro e Meta per 200 milioni in base alla nuova legge sui mercati digitali (AFP via Arab News, 23/4/2025). Nel settembre 2025 ha multato Google per 2,95 miliardi; Trump ha minacciato ritorsioni commerciali (Euronews, 6/9/2025). Le multe sono state decise lo stesso.

Quarta leva: la sicurezza

È la leva più esplicita. Il 28 luglio 2025, difendendo l'accordo che accettava dazi americani del 15%, il commissario europeo al Commercio Maroš Šefčovič disse: «Non è solo commercio, è sicurezza, è l'Ucraina» (IBTimes, 28/7/2025). Nei pezzi precedenti abbiamo visto il resto: il 58% delle armi importate dai Paesi europei della NATO viene dagli Stati Uniti, e i governi europei comprano armi americane per Kiev.

Il controesempio. Nel 2008, al vertice NATO di Bucarest, Germania e Francia bloccarono il percorso d'ingresso di Ucraina e Georgia che Washington voleva avviare (NATO, 3/4/2008).

E il debito americano?

Si dice anche che gli Stati Uniti abbiano bisogno dell'Europa per finanziare il loro debito. I numeri dicono altro. A luglio 2026 i titoli del Tesoro americano in mani straniere valevano circa 9.250 miliardi di dollari (Trading Economics, su dati del Tesoro), meno di un quarto di un debito che ad agosto ha superato i 40.000 miliardi (Africanews, 20/8/2026). I primi detentori stranieri sono Giappone, Regno Unito e Cina. Il debito americano si finanzia soprattutto in casa.

Che cosa ha funzionato

Quando l'Europa agisce insieme, con regole e istituzioni comuni, ottiene risultati anche contro gli interessi americani: le multe alle grandi piattaforme digitali sono state decise nonostante le minacce, la sentenza su Apple è definitiva, la BCE ha fermato la speculazione sull'euro nel 2012, e nel 2021 Berlino ha ottenuto che Washington rinunciasse a sanzionare la società del Nord Stream 2.

Il nostro giudizio

Questa sezione esprime la posizione del sito. È separata dai fatti esposti sopra.

La tesi di partenza è vera a metà. Washington ha leve reali e documentate: il dollaro, con cui punisce chi commercia con i suoi nemici, e la sicurezza, che scambia apertamente con concessioni commerciali e fiscali. Le sanzioni contro la Corte penale internazionale lo mostrano in modo crudo: colpiscono un tribunale che l'Europa ha voluto e finanzia.

Ma l'altra metà della tesi non regge. Lo spread che piegò l'Italia nel 2011 e la Grecia nel 2015 aveva un indirizzo europeo: Francoforte e le capitali europee. E i paradisi fiscali che favoriscono le multinazionali stanno anche dentro l'Unione. Dire che comanda l'America è vero per una parte; per l'altra parte è un modo comodo di assolvere le classi dirigenti europee.

Il punto, per noi, è un altro. Quando l'Europa usa gli strumenti che ha, vince: lo hanno dimostrato la BCE e la politica della concorrenza. Lo statuto di blocco esiste dal 1996, ed è rimasto in un cassetto anche ora che le sanzioni colpiscono la Corte penale internazionale. La dipendenza non è solo imposta: in buona parte è scelta, ogni volta che si rinuncia a usare ciò che si ha.

Cosa seguire

Fonti: FMI, 30/9/2026 · Al Jazeera, 30/6/2014 · Governo britannico, 9/3/2023 · Euronews, 14/10/2026 · EUobserver, 14/10/2026 · Consiglio europeo, 16/10/2026 · Maritime Executive, 19/5/2021 · Wikipedia, lettera Trichet-Draghi · The Local, 14/5/2014 · NPR, 28/6/2015 · Quartz · CNBC, 21/10/2022 · Reuters via Arab News, 28/6/2025 · Silicon Republic, 10/9/2024 · AFP via Arab News, 23/4/2025 · Euronews, 6/9/2025 · IBTimes, 28/7/2025 · NATO, 3/4/2008 · Trading Economics, su dati del Tesoro · Africanews, 20/8/2026

Unione EuropeaStati UnitiSanzioniCorte penale internazionaleDiritto internazionale

← Tutte le notizie e i manifesti

Resta informato

Una sintesi essenziale, solo quando un fatto lo merita. Niente spam, nessun algoritmo: la tua email resta tua.

Iscrivendoti accetti di ricevere aggiornamenti da I Will Not Look Away. Puoi annullare quando vuoi.