NOTIZIA

Due mandati, zero arresti

27 luglio 2026 — Ungheria / Mongolia / Tagikistan / Corte Penale Internazionale

Il contesto

Un tribunale può emettere un mandato d'arresto. Ma se nessuno ha il potere di eseguirlo, quel mandato resta un pezzo di carta, per quanto solenne. È esattamente ciò che è successo due volte negli ultimi due anni alla Corte Penale Internazionale: due capi di governo sotto mandato d'arresto hanno visitato, senza conseguenze, Stati che per trattato erano obbligati ad arrestarli. Il primo caso riguarda il presidente russo Vladimir Putin, il secondo il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu. Le circostanze politiche non potrebbero essere più diverse. Il meccanismo che le rende identiche, invece, è lo stesso.

Il mandato contro Putin: Mongolia e Tagikistan

Il 17 marzo 2023 la CPI emette un mandato d'arresto contro Putin per la deportazione illegale di minori ucraini. Il 3 settembre 2024 Putin visita la Mongolia, Stato membro dello Statuto di Roma dal 2000, ricevuto con tutti gli onori di Stato; nessun arresto viene eseguito. Il 24 ottobre 2024 i giudici della CPI accertano formalmente l'inadempienza mongola e rinviano il caso all'Assemblea degli Stati Parte; la decisione viene confermata in appello. Il 9 ottobre 2025 la sequenza si ripete in Tagikistan: Putin viene ricevuto a Dushanbe, il governo tagiko invoca impegni verso Mosca nel quadro della Comunità degli Stati Indipendenti come giustificazione per non procedere; la CPI respinge l'argomento e formalizza un secondo rinvio all'Assemblea il 19 marzo 2026.

Il mandato contro Netanyahu: Ungheria

Il 21 novembre 2024 la CPI emette un mandato d'arresto contro Netanyahu, insieme all'allora ministro della difesa Yoav Gallant, per crimini di guerra e contro l'umanità a Gaza. Dal 3 al 6 aprile 2025 Netanyahu visita l'Ungheria su invito del primo ministro Viktor Orbán, che aveva pubblicamente respinto in anticipo il mandato e garantito che non sarebbe stato eseguito; nessun arresto avviene. Il 16 aprile 2025 la CPI avvia un procedimento ai sensi dell'art. 87 dello Statuto di Roma, fissando un termine di risposta al 23 maggio; il 13 giugno 2025 i giudici formalizzano l'accertamento dell'inadempienza ungherese. Nella stessa settimana della visita, Orbán annuncia l'intenzione di far uscire l'Ungheria dalla Corte — primo Stato dell'Unione Europea a farlo. Un nuovo viaggio di Netanyahu in Ungheria viene annunciato per marzo 2026, a ridosso delle elezioni ungheresi; il 12 aprile 2026 il candidato d'opposizione Péter Magyar vince le elezioni e dichiara che, diversamente da Orbán, farebbe arrestare Netanyahu e manterrebbe l'Ungheria nella Corte — segnale che la non cooperazione non discendeva da un vincolo istituzionale del Paese, ma da una scelta politica del governo in carica, reversibile con un cambio di maggioranza.

Le dichiarazioni mai messe alla prova

(Dato riportato come contesto di clima politico, non come fatto accertato dalla Corte: dopo l'emissione del mandato contro Netanyahu, Argentina, Repubblica Ceca, Romania e Polonia hanno dichiarato pubblicamente che non lo avrebbero arrestato in caso di visita, mentre Italia e Francia hanno sostenuto una tesi di immunità in quanto capo di governo di uno Stato non membro della CPI. In nessuno di questi sei casi risulta una visita reale seguita da un accertamento di inadempienza da parte della Corte, a differenza dei tre casi sopra.)

Il test di simmetria

Lo schema è identico nei due mandati principali: capo di governo sotto mandato CPI, Stato membro che lo ospita senza arrestarlo, unica reazione della Corte un rinvio all'Assemblea degli Stati Parte privo di qualunque potere coercitivo. Il test regge in entrambe le direzioni: se Mosca avesse ricevuto la stessa impunità di fatto concessa a Gerusalemme, o viceversa, il giudizio non cambierebbe. Vale la pena notare che l'Ungheria attraversa entrambi i casi da fronti opposti nello stesso arco di tempo — ospita Netanyahu senza arrestarlo e, negli stessi mesi, avvia l'uscita dalla Corte proprio mentre Mosca vi resta sotto mandato — il che rende difficile leggere la vicenda come schieramento di blocco, e più coerente leggerla come assenza strutturale di un meccanismo di esecuzione, indipendente da quale bandiera sventoli il fuggitivo.

Commento giuridico

Il problema non è che due Stati abbiano scelto di proteggere un alleato. È che la Corte non dispone di alcuno strumento coercitivo proprio: dipende integralmente dalla cooperazione volontaria degli Stati membri per ogni arresto, ogni consegna, ogni esecuzione di sentenza. Un rinvio all'Assemblea degli Stati Parte non è una sanzione: è la registrazione formale di un'inadempienza che nessuno ha il potere di far cessare. Questo non è un vuoto occasionale — è l'assenza strutturale di una forza di polizia dietro lo Statuto di Roma, lo stesso vuoto già segnalato a proposito del caso Netanyahu-Mamdani e ribadito nel caso Mosca-Khan.

Fonti: Human Rights Watch, "Tajikistan: Arrest Putin" (8 ottobre 2025) · Courthouse News, "ICC calls out Tajikistan..." (7 maggio 2026) · Human Rights Watch, "Hungary: Arrest Netanyahu if He Visits" (20 marzo 2026) · Common Dreams, "ICC Demands Hungary Explain..." (16 aprile 2025) · Al Jazeera (20 aprile 2026) · CPI, verbale ufficiale ICC-01/22 (19 marzo 2026)

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