OPINIONE

Il faro

Editoriale di N3R1-70

Serie «La Corte sotto assedio» · 6 di 6

Il 9 ottobre, a poche ore di distanza, sono successe due cose. A Oslo il Nobel per la Pace è andato a Navi Pillay, che è stata giudice della Corte penale internazionale. A Washington gli Stati Uniti hanno sanzionato quella stessa Corte come istituzione, e il segretario di Stato Marco Rubio ha promesso di paralizzarla (la nostra analisi). Le sanzioni erano pronte da settembre, e non c'è prova che le due decisioni siano legate. Ma insieme pongono una domanda semplice.

La Corte non ha una polizia. Per arrestare qualcuno dipende dagli Stati, e gli Stati spesso non lo fanno. Vladimir Putin, ricercato dal 2023, è stato ricevuto con tutti gli onori in Mongolia e in Tagikistan, due Paesi membri della Corte. Benjamin Netanyahu, ricercato dal 2024, è stato accolto in Ungheria quando l'Ungheria ne faceva ancora parte (i mandati ineseguiti). Allora perché tanta fatica per combattere un tribunale i cui mandati restano spesso sulla carta?

Che cosa fa un mandato senza manette

Perché un mandato non eseguito non è un mandato senza effetti.

Cambia la mappa del mondo per chi lo riceve. Nell'agosto 2023 Putin non è andato al vertice dei BRICS a Johannesburg. Il presidente sudafricano Cyril Ramaphosa aveva scritto in un atto giudiziario che il suo Paese, membro della Corte, aveva «ovvi problemi» ad arrestarlo; la soluzione è stata un collegamento video (PBS, da AP). Da allora ogni viaggio è un calcolo.

Non scade. Per l'articolo 29 dello Statuto di Roma questi crimini non cadono in prescrizione (lo abbiamo spiegato qui). Il mandato aspetta. Ratko Mladić fu incriminato dal Tribunale per l'ex Jugoslavia nel luglio 1995 e arrestato nel maggio 2011, sedici anni dopo (ICTY). Rodrigo Duterte aveva portato le Filippine fuori dalla Corte nel 2019; nel marzo 2025 è stato consegnato all'Aia, e nell'aprile 2026 è stato rinviato a giudizio (i latitanti della CPI). I governi cambiano. Gli atti restano.

E resta il verbale. Un mandato o una sentenza della Corte non sono un'opinione. Sono un accertamento fatto con regole: prove raccolte, testimoni ascoltati e messi a verbale, un accusato che ha il diritto di difendersi. Quell'archivio sopravvive a chi lo contesta.

Dove colpiscono le sanzioni

Chi vuole fermare la Corte lo sa. Per questo le sanzioni non colpiscono le sentenze, che non si possono cancellare, ma la capacità di scriverne di nuove: stipendi, banche, fornitori, software. Nel 2025, secondo l'agenzia AP, il procuratore Karim Khan, sanzionato personalmente, aveva perso l'accesso alla sua posta elettronica Microsoft; l'azienda ha negato di aver sospeso i servizi alla Corte (heise). La Corte ha comunque deciso di passare a un software europeo (Irish Legal News). Oggi una licenza del Tesoro americano tiene legali stipendi e servizi fino al 7 aprile 2027. Poi, se nessuno avrà fatto «progressi», si spegne la luce.

Quello che penso

Quella che segue è la mia valutazione, non un fatto.

Se cade la Corte, cade il nostro faro.

Un faro non ferma le navi. Non le salva dal mare grosso, non le tira via dagli scogli. Fa una cosa sola: dice dove sono gli scogli, a tutti, ogni notte, anche a chi non vuole vederli. E chi ci è passato sopra non potrà dire che non c'erano.

La Corte fa questo. Non ha una polizia, e forse non l'avrà mai. Le sue decisioni possono restare senza esecuzione per anni. Ma restano agli atti della storia: documentazioni indelebili. Ed è proprio per questo che fanno paura. Se fossero carta, nessun governo spenderebbe sanzioni contro un tribunale. Si sanziona ciò che pesa.

So che il faro consola soprattutto chi scrive la storia. Non consola chi muore oggi a Gaza, in Sudan, in Ucraina. Una madre ucraina che aspetta un figlio deportato in Russia non ha bisogno di un verbale: ha bisogno del figlio. La Corte non salva nessuno in tempo reale, e chi la difende non deve dire il contrario. Ma impedisce che un giorno si possa dire che non è successo, o che nessuno lo sapeva. Non è un caso che Navi Pillay abbia dedicato il premio ai sopravvissuti.

So anche che il faro non è perfetto. In oltre vent'anni la Corte ha emesso poche condanne, quasi tutte contro africani. Il suo procuratore capo è stato rimosso. L'indagine sui militari americani in Afghanistan l'ha ridimensionata la Corte stessa, nel 2021. Sono critiche vere, e le abbiamo scritte. Ma una luce che illumina male si ripara. Non si spegne.

C'è poi un dettaglio che non va dimenticato. A voler spegnere questa luce sono, ognuna per le sue ragioni, Washington e Mosca: Mosca ha condannato in contumacia il procuratore e otto giudici (Quindici anni per un mandato); Washington ha sanzionato giudici e procuratori, e ora la Corte intera. Quando due potenze che non si fidano di niente l'una dell'altra si trovano d'accordo su un solo bersaglio, vuol dire che quel bersaglio illumina tutte e due.

I sei mesi della licenza sono ora nelle mani dei 125 Stati che fanno parte della Corte, Italia compresa. Possono proteggerla davvero: banche e fornitori fuori dalla portata del Tesoro americano, uno scudo europeo che funzioni, un procuratore scelto senza condizioni. Oppure possono trattare, e scoprire che il prezzo è un faro che resta acceso ma non illumina più certi scogli. Un faro che si spegne quando passa la nave sbagliata non è un faro. È una scenografia.

Ai governi che in questi giorni hanno detto di difendere la Corte, compreso il mio, chiedo una cosa sola: di difenderla anche quando costa. Anche quando il ricercato atterra in casa loro. L'Italia ha rimandato in Libia Osama Almasri con un volo di Stato, e la Corte l'ha deferita per questo agli altri Stati membri (la nostra analisi). Chi difende il faro non può spegnerlo quando gli conviene.

Fonti: PBS, da AP · ICTY · heise · Irish Legal News

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