ANALISI
Il Niger lascia la Corte penale internazionale, mentre Stati Uniti e Italia proseguono la cooperazione militare
Settembre 2026
Serie «La Corte sotto assedio» · 3 di 6
Il fatto
Il 6 gennaio 2026 un drone dell'esercito nigerino bombarda il mercato affollato di Kokoloko, regione di Tillabéri, per colpire tre miliziani dello Stato Islamico nel Sahel travestiti da civili. Muoiono 17 civili — 11 donne, 2 uomini, 4 bambini tra i 5 e i 10 anni — e altri 13 restano feriti. Human Rights Watch, che ha ricostruito l'attacco sul campo, scrive che colpire «obiettivi militari e civili senza distinzione» rende il bombardamento illegittimamente indiscriminato. Il 26 gennaio l'organizzazione invia alla giunta militare una richiesta formale di chiarimenti: non riceve risposta. Nello stesso mese, a poche decine di chilometri di distanza, miliziani dello stesso gruppo giustiziano 30 civili a Bossieye e Alfaga Daweyzé Koira come rappresaglia per il rifiuto di pagare la zakat o per sospetta collaborazione con l'esercito — anche qui Human Rights Watch parla di apparenti crimini di guerra.
Chi riceve cosa, da chi. Il 26 maggio 2026 l'ambasciata statunitense a Niamey consegna alle stesse forze armate nigerine — quelle della giunta responsabile del bombardamento di gennaio — una fornitura non letale del valore dichiarato di circa 2,3 milioni di dollari: uniformi, equipaggiamento protettivo e forniture mediche, destinate esplicitamente a «rafforzare la capacità del Paese di combattere gruppi estremisti». L'Italia, tramite la missione bilaterale MISIN, ha in corso per il 2025-2026 un impegno strutturalmente più ampio: fino a 550 militari italiani autorizzati e una dotazione di 75,1 milioni di euro (cifra relativa al quadro complessivo della missione in Africa occidentale di cui il Niger è il fulcro), 23 mezzi terrestri e 5 mezzi aerei, con compiti dichiarati di addestramento — incluso quello paramedico — e di capacity building alle frontiere contro terrorismo e traffici. Il 3 giugno 2026 Human Rights Watch documenta che entrambi i programmi proseguono senza condizioni verificabili legate ai fatti di gennaio, e chiede l'applicazione delle Leahy Laws — la normativa statunitense che vieta l'assistenza a unità militari straniere responsabili di gravi violazioni dei diritti umani — oltre a un'indagine indipendente sul bombardamento. Il mese successivo il Niger annuncia il ritiro dalla Corte Penale Internazionale, insieme a Mali e Burkina Faso; il Ciad li seguirà a luglio.
Altri interessi in gioco
Nessuna delle due cooperazioni risulta finora sanzionata o sospesa per le violazioni documentate, e ci sono ragioni dichiarate — non necessariamente sufficienti a giustificarlo — per cui Washington e Roma hanno interesse a non rompere. Per gli Stati Uniti pesa un contenzioso specifico: circa 1.000 tonnellate di uranio della società francese Orano restano bloccate dal 2025 all'aeroporto di Niamey dopo che la giunta ha nazionalizzato la miniera di Somair (giugno 2025) e un tribunale arbitrale internazionale ha vietato la vendita o il trasferimento del materiale. Un'analisi dell'Atlantic Council (marzo 2026) descrive questa crisi come un'apertura per il riavvicinamento USA-Niger, legata a tre interessi dichiarati: la messa in sicurezza di materiale nucleare, il contenimento dell'influenza russa (Africa Corps) nel Sahel e l'eredità della base drone da 110 milioni di dollari di Agadez, chiusa nel ritiro USA del 2024 ma non dimenticata. Per l'Italia la contropartita non è energetica ma migratoria, ed è documentata fin dall'origine dell'impegno: il governo italiano chiese di inviare un contingente in Niger già a dicembre 2016 (470 militari) con l'obiettivo dichiarato di stabilizzare il principale Paese di transito verso le coste italiane. L'accordo di cooperazione in materia di difesa fu firmato il 26 settembre 2017 — e il governo ne rifiutò per anni la pubblicazione integrale, trattandolo come «atto politico» esente da trasparenza, finché il TAR del Lazio non lo ha obbligato a renderlo pubblico (27 novembre 2018). Nella stessa causa il governo ha rivendicato come risultato della cooperazione il crollo dei transiti migratori dal Niger verso la Libia, da 291.912 persone nel 2016 a circa 10.000 a metà 2018, attribuito ai «progetti finanziati» e alla «buona collaborazione» con le autorità nigerine. Oggi restano in Niger circa 350 Carabinieri — un corpo che unisce funzioni militari e di polizia, utile proprio al controllo del territorio — mentre Francia, Stati Uniti e ONU sono stati espulsi dal Paese: un'analisi geopolitica del luglio 2026 (Ohio State University) osserva che l'assenza di un passato coloniale paragonabile a Francia e USA lascia all'Italia un margine negoziale che altri attori occidentali hanno perso. Resta un punto scoperto, che vale la pena notare piuttosto che tacere: la legge nigerina 2015-036 che criminalizzava il traffico di migranti — la cornice giuridica su cui poggiava l'intera cooperazione — è stata abrogata dalla giunta a novembre 2023, e la cooperazione italiana è proseguita comunque.
Commento giuridico
Il ritiro dallo Statuto di Roma non cancella la giurisdizione della Corte sui crimini commessi finché il Niger ne era membro: l'attacco di Kokoloko resta, in teoria, perseguibile. Ma il ritiro arriva mentre pende esattamente il tipo di episodio che quella giurisdizione dovrebbe poter giudicare, e segnala l'intenzione di non rispondere a nessuna istruttoria futura. Un attacco che non distingue tra combattenti e civili in un luogo affollato viola il principio di distinzione del diritto internazionale umanitario consuetudinario, applicabile anche ai conflitti non internazionali; la responsabilità penale individuale seguirebbe chi ha ordinato o eseguito l'attacco, non lo Stato in quanto tale.
Sul lato di chi fornisce armi e assistenza, l'Italia — Stato parte del Trattato sul Commercio delle Armi e vincolata dalla Posizione Comune UE 2008/944/PESC — ha un obbligo di valutazione del rischio prima di autorizzare o proseguire trasferimenti verso Stati per cui esistono prove credibili di gravi violazioni del diritto umanitario: un obbligo di condotta, non di risultato, ma che la sola prosecuzione dei rapporti, senza una valutazione resa pubblica, non sembra soddisfare. Gli Stati Uniti non sono parte del trattato, ma la stessa Human Rights Watch invoca uno strumento equivalente di diritto interno americano, le Leahy Laws — la cui applicazione, per sua stessa ammissione, chiede di rafforzare.
Implicazioni — test di simmetria
Anche qui il test è pulito quasi per costruzione, e nello stesso mese: lo Stato Islamico nel Sahel giustizia civili per rappresaglia, l'esercito regolare ne uccide altri con un attacco indiscriminato, e Human Rights Watch applica alle due parti lo stesso linguaggio — «apparenti crimini di guerra» — senza attenuanti per nessuna delle due. Il terzo elemento, più netto qui che nel caso del Burkina Faso, è il ruolo di chi arma e addestra: non solo la giunta rifiuta l'accountability, ma Stati Uniti e Italia scelgono di non subordinare l'assistenza a nessuna condizione verificabile, mentre l'indagine sul crimine di guerra apparente resta aperta.
Notizia collegata: Il Burkina Faso lascia la Corte penale internazionale mentre resta il Paese più colpito al mondo dal terrorismo — lo stesso ritiro dallo Statuto di Roma, un anno dopo, con un episodio concreto di crimine di guerra apparente al posto della sola statistica.
Fonti: Human Rights Watch — bombardamento drone Kokoloko · JURIST · Human Rights Watch — massacri IS Sahel · Human Rights Watch — cooperazione militare USA/Italia · Ambasciata USA a Niamey — annuncio ufficiale donazione (verificato via fonti secondarie, vedi nota) · Analisi Difesa — cifre MISIN 2025 · Atlantic Council — crisi uranio e riavvicinamento USA · Altreconomia — accordo Italia-Niger reso pubblico dal TAR Lazio · Ohio State University — perché i Carabinieri restano in Niger · CPI — dichiarazione sul ritiro
Nota di verifica: l'annuncio dell'ambasciata USA non è stato raggiungibile direttamente (errore 403); il contenuto citato è confermato incrociando due testate che lo riportano (Shabelle Media, Newsmax) più la ripresa di HRW. La cifra italiana (550 militari, 75,1 milioni di euro) è quella autorizzata per il 2025 nel quadro missione Africa occidentale — non ho trovato un aggiornamento 2026 scorporato, da verificare quando esce il nuovo decreto missioni.