ANALISI
Sei mesi alla Corte: Washington sanziona la CPI intera e apre una trattativa sulla sua indipendenza
10 ottobre 2026 — Stati Uniti / Paesi Bassi / Corte penale internazionale
Serie «La Corte sotto assedio» · 5 di 6
In sintesi
- Il 9 ottobre gli Stati Uniti hanno sanzionato la Corte penale internazionale come istituzione. Finora avevano colpito almeno tredici tra giudici e altri funzionari della Corte.
- Le sanzioni non bloccano subito la Corte. Una licenza del Tesoro americano tiene legali stipendi, affitti, servizi e versamenti degli Stati membri fino al 7 aprile 2027.
- Washington dice che i sei mesi servono agli Stati membri per mostrare «progressi» verso una soluzione. Le richieste americane sono note: ritirare i mandati contro i leader israeliani e chiudere l'indagine sui militari americani in Afghanistan.
- Lo stesso giorno, poche ore prima, il Nobel per la Pace è andato a Navi Pillay, giudice della Corte dal 2003 al 2008. Le sanzioni erano pronte da settembre: la sequenza è un fatto, un nesso tra le due decisioni non è dimostrato.
- La Corte ha scritto che il suo destino è ora anche nelle mani degli Stati che l'hanno istituita. Otto governi, Italia compresa, si sono opposti alle sanzioni e, nella stessa dichiarazione, hanno offerto dialogo agli Stati che non aderiscono alla Corte.
Venerdì mattina, a Oslo, il presidente del Comitato norvegese per il Nobel ha annunciato il premio per la Pace e ha dovuto chiedere dal podio alla vincitrice di rispondere al telefono, se avesse visto una chiamata da un numero norvegese: non erano riusciti ad avvisarla (CBS News). La vincitrice era Navi Pillay, 85 anni, giurista sudafricana, già giudice della Corte penale internazionale e poi Alta commissaria ONU per i diritti umani. Il pomeriggio, a Washington, il segretario di Stato Marco Rubio ha pubblicato un video: gli Stati Uniti sanzionavano la Corte in cui Pillay aveva lavorato. Due notizie dello stesso giorno, sulla stessa Corte.
Il fatto
Il 9 ottobre il Dipartimento di Stato ha designato la Corte penale internazionale in base all'ordine esecutivo 14203, firmato da Donald Trump nel febbraio 2025. Fino a quel giorno quell'ordine era stato usato contro persone: almeno tredici funzionari della Corte, tra cui nove giudici, la presidente Tomoko Akane e i due viceprocuratori che oggi guidano l'Ufficio del procuratore, oltre alla relatrice speciale ONU Francesca Albanese (OFAC, elenco delle designazioni). Ora il bersaglio è l'istituzione.
Nel video Rubio ha detto che gli Stati Uniti vieteranno le transazioni con questa «corte fuorilegge», tagliandole le risorse e paralizzandone la capacità di operare, e che il presidente Trump non permetterà mai alla Corte di processare cittadini americani. Ha concluso con un'alternativa: o la Corte mette fine alle sue minacce, o gli Stati Uniti metteranno fine alla Corte (The National).
Che cosa vieta, e che cosa no. Una sanzione di questo tipo proibisce a cittadini e imprese americane qualsiasi transazione con la Corte senza un'autorizzazione del Tesoro, e di fatto scoraggia anche le banche straniere, che dipendono dal sistema finanziario degli Stati Uniti (Reuters, via The Senior). Ma insieme alla designazione il Tesoro ha pubblicato quattro licenze generali. La più importante, la n. 13, autorizza fino alle 00:01 (ora di Washington) del 7 aprile 2027 tutte le operazioni necessarie a mantenere o chiudere le attività della Corte. Il testo le elenca: i versamenti degli Stati membri, gli stipendi, l'assicurazione sanitaria e le cure del personale, l'affitto, le utenze, le tasse, i servizi commerciali in abbonamento, le fatture precedenti al 9 ottobre (OFAC, licenza generale n. 13). Le altre tre licenze tengono legali i servizi di telecomunicazione, internet e software, il pagamento delle pensioni del personale e la detenzione degli imputati già in custodia all'Aia (The Sanctions Drop).
In altre parole: oggi la Corte continua a funzionare. Fra sei mesi, se la licenza non viene prorogata, no.
Perché sei mesi. Secondo il Dipartimento di Stato, il periodo serve a dare agli Stati membri della Corte l'occasione di mostrare «progressi significativi» verso soluzioni diplomatiche e giuridiche, che potrebbero portare alla revoca delle sanzioni o a una proroga della licenza (The Sanctions Drop, che cita il comunicato). Che cosa Washington consideri un progresso lo ha detto più volte: il ritiro dei mandati d'arresto del 2024 contro il premier israeliano Benjamin Netanyahu e l'ex ministro della Difesa Yoav Gallant, e la chiusura della vecchia indagine sulle truppe americane in Afghanistan (Reuters, via The Senior).
Le reazioni
La Corte ha definito le sanzioni un attacco allo stato di diritto e ai fondamenti dell'ordine giuridico internazionale. La presidente Akane ha detto che la Corte continuerà a svolgere il proprio mandato con indipendenza e imparzialità, sulla base del diritto e delle prove, per le vittime di crimini gravi (UPI). La nota aggiunge che la Corte non può agire da sola, e il suo destino è ora anche nelle mani degli Stati che l'hanno istituita (Corriere della Sera). La viceprocuratrice Nazhat Shameem Khan, a sua volta sanzionata nel 2025, ha detto a Reuters che le misure vanno condannate (Jerusalem Post, da Reuters).
Gli Stati hanno risposto in due modi insieme: con la difesa della Corte e con l'offerta di dialogo.
- Otto governi, Italia compresa. I ministri degli Esteri di Italia, Canada, Danimarca, Francia, Germania, Giappone, Paesi Bassi e Regno Unito hanno firmato una dichiarazione congiunta. Esprimono ferma opposizione alle sanzioni e sostegno all'indipendenza della Corte, e avvertono che, se applicate, avrebbero un impatto significativo sul suo lavoro e sul personale. Nella stessa dichiarazione si impegnano a un dialogo «costruttivo e inclusivo» con gli Stati che non aderiscono allo Statuto, in vista dell'Assemblea degli Stati parte di dicembre 2026 (Corriere della Sera). Il giorno dopo il ministro Antonio Tajani ha ribadito al Messaggero che l'Italia si oppone «con fermezza» alle sanzioni e continuerà a sostenere la Corte (Italpress).
- Unione europea. Il 9 ottobre la Commissione ha definito profondamente deplorevole l'annuncio e si è detta pronta ad adottare tutte le misure necessarie per permettere alla Corte di lavorare e per tutelare gli operatori europei nel mercato unico; con sei mesi di transizione, ha aggiunto, c'è spazio per il dialogo (Corriere della Sera). Il 10 ottobre l'Alta rappresentante Kaja Kallas, a nome dell'Unione, ha chiesto agli Stati Uniti di ritirare le sanzioni. Nella stessa dichiarazione ha accolto con favore la disponibilità di Washington a confrontarsi con gli Stati parte e ha letto il rinvio delle misure come uno spazio per la diplomazia (Sky TG24). Lo statuto di blocco, che spetta alla Commissione attivare, alla sera del 10 ottobre non era stato attivato.
- Paesi Bassi. Il premier Rob Jetten ha detto che il suo Paese proteggerà la Corte «mattone dopo mattone», rovesciando l'espressione di Rubio. Ha anche spiegato che diversi Paesi stanno lavorando a proposte di riforma della Corte, e che il messaggio agli americani è di partecipare a quel dialogo (Corriere della Sera). Il ministro degli Esteri Tom Berendsen ha accolto il periodo di sei mesi come un'occasione da esplorare con gli altri Stati membri (News.az, da Anadolu).
- Altri governi europei. Il presidente del Consiglio europeo António Costa ha detto che la giustizia internazionale va difesa e che l'Unione userà strumenti politici, diplomatici, finanziari e pratici (TRT World). Il ministro degli Esteri belga Maxime Prévot ha chiesto di attivare lo statuto di blocco europeo per proteggere la Corte (Al Jazeera). Hanno condannato le sanzioni anche Austria, Danimarca, Portogallo e Svezia; la Svizzera, che non fa parte dell'Unione, si è detta contraria a sanzioni e minacce contro l'indipendenza della Corte (TRT World).
- ONU. Il segretario generale António Guterres si è detto profondamente allarmato: secondo lui la decisione è un duro colpo alla giustizia penale internazionale (Al Jazeera). L'Alto commissario per i diritti umani Volker Türk ha definito le sanzioni inaccettabili (Corriere della Sera).
- Stati Uniti, sul Nobel. In un comizio a Syracuse, la sera del 9 ottobre, Trump ha detto di non aver mai sentito nominare Pillay e ha definito la scelta del Comitato una decisione «vergognosa e imbarazzante», una «macchia indelebile» per la Norvegia (GV Wire, da Reuters). Non ha parlato della Corte.
- Sudafrica. Il presidente Cyril Ramaphosa si è congratulato con Pillay, mettendola accanto a Luthuli, Tutu, Mandela e de Klerk. Il suo messaggio non menziona la Corte né le sanzioni (SAnews).
- Israele. Il premier Benjamin Netanyahu si è congratulato con Trump e Rubio e ha scritto che la Corte non è un tribunale ma un organo politico (Corriere della Sera).
Sul Nobel, la reazione più dura è arrivata da Israele. Il ministro degli Esteri Gideon Sa'ar ha definito il premio una strumentalizzazione grottesca e ha scritto che, se esistesse un premio per le menzogne e le calunnie, Pillay ne sarebbe la favorita assoluta. Ha chiamato le sue conclusioni su Gaza la più grande menzogna del secolo, arrivando a evocare Goebbels (Open). Il bersaglio è il lavoro di Pillay alla guida della Commissione d'inchiesta ONU sui Territori palestinesi occupati. Il suo rapporto del 2025 ha concluso che le forze e i leader israeliani hanno commesso quattro dei cinque atti di genocidio previsti dalla Convenzione del 1948.
Il presidente del Comitato, Jørgen Watne Frydnes, ha risposto che quel lavoro viene da una commissione dell'ONU, che il Comitato ha piena fiducia nella professionalità di Pillay, e che decidere se sia genocidio spetta ai tribunali internazionali, non al Comitato. Pillay ha detto che non capisce perché serva coraggio per dire la verità (Open). Il giorno dopo, in collegamento da Norimberga con il Centro Nobel per la Pace di Oslo, ha definito le sanzioni contro giudici per le loro decisioni «senza precedenti, inaccettabili» (Dawn, da AFP).
Per quanto abbiamo potuto verificare, alla sera del 10 ottobre non risultavano dichiarazioni ufficiali di Russia, Cina e India, che non aderiscono alla Corte, né del Brasile, che ne fa parte (Rio Times, per il Brasile).
Il Nobel e la sequenza dei fatti
Il Comitato ha premiato Pillay «per i suoi sforzi per promuovere la pace e il diritto internazionale», scrivendo che ha contribuito in modo decisivo a far perseguire crimini di guerra, crimini contro l'umanità e genocidio, e che il premio vuole ricordare al mondo che lo stato di diritto, nazionale e internazionale, è la base del sistema costruito per mantenere la pace (nobelprize.org). Pillay oggi siede alla Corte internazionale di giustizia nel caso in cui il Myanmar è accusato di genocidio contro i Rohingya. Ha dedicato il premio ai sopravvissuti dei crimini internazionali (Al Jazeera).
La tentazione è leggere le sanzioni come una risposta al premio. I fatti non la sostengono. Già il 21 settembre due fonti dicevano a Reuters che le sanzioni contro l'intera Corte erano pronte e mancava solo la data (Reuters, via The Senior). Lo abbiamo riportato nello stesso periodo, raccontando l'appello di Trump all'ONU. La coincidenza di calendario è reale, e dice qualcosa su come due istituzioni guardano allo stesso diritto. Un movente, no.
Come si è arrivati qui
| Data | Fatto |
|---|---|
| 2020 | La prima amministrazione Trump sanziona la procuratrice Fatou Bensouda per l'indagine sull'Afghanistan. Biden revoca le sanzioni nel 2021. |
| Settembre 2021 | Il nuovo procuratore Karim Khan mette in secondo piano la parte dell'indagine sulle forze americane e sulla CIA, citando risorse limitate, e si concentra su Talebani e Stato islamico (Al Jazeera). |
| Novembre 2024 | Mandati d'arresto per Netanyahu, Gallant e il comandante di Hamas Mohammed Deif. |
| Febbraio 2025 | Ordine esecutivo 14203; primo sanzionato: Karim Khan. |
| Giugno-agosto 2025 | Sanzioni a sei giudici e ai due viceprocuratori. |
| Dicembre 2025 | La Camera d'appello respinge, con tre voti contro due, un'obiezione di Israele nel caso Palestina. Tre giorni dopo gli Stati Uniti sanzionano due giudici del collegio. |
| Luglio 2026 | Rubio annuncia una campagna per «smantellare» la Corte. L'Assemblea degli Stati parte rimuove Khan per grave condotta scorretta. |
| Agosto 2026 | Sanzioni alla presidente Akane e a un avvocato dell'accusa. |
| Settembre 2026 | All'ONU Trump chiede a tutti gli Stati di lasciare la Corte; risponde solo Naoero. |
| 9 ottobre 2026 | Sanzioni alla Corte come istituzione. |
Lettura giuridica
1. La giurisdizione contestata. La tesi americana è che la Corte non possa giudicare cittadini di Stati che non hanno aderito allo Statuto di Roma, come Stati Uniti e Israele. Lo Statuto dice altro: per l'articolo 12, la Corte giudica i crimini commessi sul territorio di uno Stato parte, qualunque sia la nazionalità di chi li commette. È la stessa regola per cui un tribunale italiano giudica uno straniero che commette un reato in Italia. Afghanistan e Palestina sono Stati parte. L'abbiamo spiegato più a fondo qui.
Israele contesta questa lettura con due argomenti seri: la Palestina non sarebbe uno Stato ai fini dello Statuto, e per gli Accordi di Oslo non avrebbe giurisdizione penale sugli israeliani da poter trasferire alla Corte (Lieber Institute, West Point). Nell'aprile 2025 la Camera d'appello della Corte ha dato ragione a Israele su un punto di procedura e ha chiesto ai giudici di esaminare quella contestazione nel merito (JURIST). A gennaio 2026 quell'esame era ancora in corso. Su un'altra obiezione, secondo cui la Corte avrebbe dovuto avvisare Israele e lasciargli la possibilità di indagare da sé, la Camera d'appello si è pronunciata il 15 dicembre 2025 e l'ha respinta con tre voti contro due; tre giorni dopo gli Stati Uniti hanno sanzionato due giudici di quel collegio (Just Security). Nel frattempo i mandati restano validi (The New Arab, da Reuters). È la sede in cui la questione va decisa: un tribunale, non una licenza del Tesoro.
2. Chi decide che cosa. Né i giudici né il procuratore possono «ritirare» un mandato per accordo politico: un mandato si revoca con una decisione giudiziaria. Gli Stati membri non hanno il potere di farlo. Hanno però strumenti indiretti: il bilancio, l'elezione del nuovo procuratore, che l'Assemblea degli Stati parte deve scegliere dopo la rimozione di Khan, e la pressione politica. È su questi strumenti che si giocano i sei mesi.
3. L'immunità di chi giudica. L'articolo 48 dello Statuto riconosce a giudici e procuratori l'immunità per gli atti compiuti nelle loro funzioni. Lo hanno ricordato gli esperti ONU quando la Russia ha condannato in contumacia Khan e otto giudici per il mandato contro Putin (JURIST). Vale anche oggi.
Il test di simmetria
Mosca e Washington. Nel dicembre 2025 un tribunale di Mosca ha condannato il procuratore Khan a quindici anni e otto giudici a pene fino a quindici anni, per aver emesso il mandato contro Putin. Lo abbiamo raccontato in Quindici anni per un mandato. La presidente Akane è oggi condannata dalla Russia e sanzionata dagli Stati Uniti: due potenze che non riconoscono la Corte e ne colpiscono le stesse persone, per ragioni opposte. Il metro deve essere lo stesso.
Chi critica la Corte da dentro. Mali, Burkina Faso, Niger, Venezuela e Ciad hanno notificato l'uscita dallo Statuto nel 2026, accusando la Corte di parzialità verso Africa e America Latina (BSS, da AFP). L'Ungheria aveva fatto lo stesso nel 2025, ma il nuovo governo ha revocato il ritiro prima che diventasse effettivo (ASIL).
L'Italia. Nel gennaio 2025 l'Italia ha arrestato e poi rimandato in Libia con un volo di Stato Osama Almasri, ricercato dalla Corte per crimini contro l'umanità. La Corte ha accertato l'inadempimento italiano e nel gennaio 2026 ha deferito l'Italia all'Assemblea degli Stati parte (Università di Padova, Centro diritti umani). Nel febbraio 2025, quando Trump firmò l'ordine esecutivo, l'Italia non fu tra i 79 Stati che sottoscrissero una dichiarazione in difesa della Corte (LaPresse). Questa volta Roma ha firmato la dichiarazione degli otto in difesa della Corte. È un cambio di posizione, e va registrato. Resta aperto il caso Almasri: chi difende la Corte contro Washington deve chiedere a Roma la stessa coerenza.
La Corte stessa. La Corte ha i suoi limiti, e un pezzo che la difende non deve tacerli. A metà 2025 contava, secondo Reuters, undici condanne e quattro assoluzioni in oltre vent'anni, solo sei per i crimini più gravi (Daily Maverick, da Reuters). Quasi tutti gli imputati sono africani (University of Minnesota, Imagine Rights). A luglio 2026 il suo procuratore capo è stato rimosso per molestie, con 82 voti su 125; lui nega e ricorre (Anadolu). E l'indagine sull'Afghanistan, che Washington chiede di chiudere, era già stata ridimensionata dalla Corte stessa nel 2021, tra le critiche delle organizzazioni per i diritti umani (Al Jazeera).
Giudizio editoriale
Questa sezione esprime la posizione del sito. È separata dai fatti esposti sopra.
Il titolo dei giornali è stato «gli Stati Uniti sanzionano la Corte». Il testo della licenza n. 13 racconta una cosa più sottile: la Corte non viene chiusa, viene messa sotto condizione. Stipendi, affitto, contributi degli Stati restano legali per sei mesi. Poi, se nessuno avrà fatto «progressi», si spegne la luce. Non è un colpo: è un conto alla rovescia, e un invito a trattare.
Per questo la domanda dei prossimi mesi non riguarda Washington, la cui posizione è chiara. Riguarda i 125 Stati che hanno creato la Corte, ed è la Corte stessa a dirlo: il suo destino, ha scritto, è nelle loro mani. La prima risposta è arrivata in giornata, e contiene già le due strade: ferma opposizione alle sanzioni, e nella stessa frase dialogo con chi le impone, riforme, l'Assemblea di dicembre. Possono usare questi sei mesi per proteggerla davvero: banche e fornitori fuori dalla portata del Tesoro americano, uno scudo europeo che funzioni, un procuratore eletto senza ipoteche. Oppure possono usarli per «dialogare», come ha detto il governo olandese, e scoprire che il prezzo del dialogo è un'indagine lasciata morire o un procuratore scelto perché non disturbi. Il primo scenario salva un tribunale. Il secondo salva l'edificio e svuota il tribunale.
Una Corte che sopravvive rinunciando a giudicare chi è protetto da una grande potenza non è più la stessa Corte. Sarebbe, alla lettera, ciò di cui la accusano Mosca, i governi del Sahel e oggi anche Washington: uno strumento che vale solo per i deboli.
Cosa seguire
- Il comunicato completo del Dipartimento di Stato e la durata delle licenze n. 14, 15 e 16.
- La risposta dell'Unione europea: attivazione o meno dello statuto di blocco, e se può proteggere un'istituzione internazionale.
- Le posizioni degli Stati membri, a partire da Paesi Bassi, Germania, Giappone (primo finanziatore della Corte) e Italia.
- Se e come parleranno Russia, Cina, India e Brasile, finora in silenzio.
- L'Assemblea degli Stati parte di dicembre 2026, il «dialogo» con gli Stati non aderenti e le proposte di riforma annunciate da Jetten: che cosa contengono.
- L'elezione del nuovo procuratore.
- La decisione dei giudici sulla contestazione israeliana della giurisdizione, pendente da oltre un anno.
- Il 7 aprile 2027: proroga, revoca o blocco.
Fonti: CBS News · OFAC, elenco delle designazioni · The National · Reuters, via The Senior · OFAC, licenza generale n. 13 · The Sanctions Drop · UPI · Corriere della Sera · Jerusalem Post, da Reuters · Italpress · Sky TG24 · News.az, da Anadolu · TRT World · Al Jazeera · GV Wire, da Reuters · SAnews · Open · Dawn, da AFP · Rio Times · nobelprize.org · Al Jazeera · Al Jazeera · Lieber Institute, West Point · JURIST · Just Security · The New Arab, da Reuters · JURIST · BSS, da AFP · ASIL · Università di Padova, Centro diritti umani · LaPresse · Daily Maverick, da Reuters · University of Minnesota, Imagine Rights · Anadolu · Al Jazeera
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