NOTIZIA
Quindici anni per un mandato
27 luglio 2026 — Russia / Stati Uniti / Corte Penale Internazionale
Il contesto
Il 12 dicembre 2025 un tribunale di Mosca ha condannato in contumacia il procuratore capo della Corte Penale Internazionale, Karim Khan, a quindici anni di reclusione. Con lui, otto tra giudici ed ex funzionari della Corte — incluso l'ex presidente Piotr Hofmanski — hanno ricevuto pene comprese tra tre anni e mezzo e quindici anni. Tutti dichiarati latitanti internazionali. Undici mesi prima, un'altra potenza non firmataria dello Statuto di Roma aveva scelto uno strumento diverso per colpire esattamente gli stessi funzionari, per la stessa ragione: un mandato d'arresto contro un capo di stato o un alleato stretto.
La condanna russa
Il capo d'imputazione più grave contro Khan e i giudici equipara il perseguimento legale di un capo di stato a un "attacco a un rappresentante di stato estero allo scopo di provocare la guerra" — la stessa condotta della Corte, cioè, trattata come un atto bellico. La condanna arriva quasi tre anni dopo che, il 17 marzo 2023, la CPI aveva emesso un mandato d'arresto contro il presidente russo Vladimir Putin e la Commissaria per i diritti dell'infanzia Maria Lvova-Belova, ritenuti responsabili della deportazione illegale di minori ucraini verso la Russia dai territori occupati. Il 4 febbraio 2026 gli Special Rapporteurs delle Nazioni Unite hanno definito le condanne russe "nulle e prive di effetto giuridico", avvertendo del rischio che l'uso di giurisdizioni nazionali contro la Corte diventi un precedente riproducibile da altri Stati.
Le sanzioni americane
Il 6 febbraio 2025 Donald Trump aveva firmato l'Executive Order 14203, sanzioni contro funzionari della CPI, con Khan primo bersaglio: congelamento beni, divieto di ingresso negli Stati Uniti, restrizioni sui servizi finanziari. Tre round successivi — giugno, agosto e dicembre 2025 — hanno esteso le sanzioni a otto giudici e ai vice procuratori Nazhat Shameem Khan e Mame Mandiaye Niang, colpendo anche chi aveva lavorato sull'indagine per crimini di guerra statunitensi in Afghanistan. Il motivo dichiarato: i mandati contro il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e l'ex ministro della difesa Yoav Gallant.
Il test di simmetria
Due strumenti diversi — condanna penale in contumacia, sanzioni economiche — applicati dagli stessi due paesi che, non a caso, non hanno mai ratificato lo Statuto di Roma, contro gli stessi funzionari, per la stessa ragione. Il test vale in entrambe le direzioni: se fosse stata Mosca a sanzionare e Washington a condannare penalmente, il giudizio non cambierebbe. Colpire l'indipendenza della magistratura internazionale per proteggere il proprio capo di stato o un proprio alleato resta la stessa condotta, quale che sia la bandiera. Una ricerca di un terzo caso comparabile — la Cina, unica altra potenza permanente del Consiglio di Sicurezza non firmataria dello Statuto di Roma — non ha prodotto un caso equivalente: l'unica reazione pubblica rintracciata è un richiamo diplomatico alla "prudenza" dopo l'arresto dell'ex presidente filippino Duterte nel marzo 2025, non un'azione punitiva, e la Corte non ha mai emesso un mandato contro la leadership cinese. La lacuna va dichiarata come tale, non colmata a forza.
Commento giuridico
Il vero problema non è che due grandi potenze abbiano reagito duramente a mandati che le toccavano da vicino. È che la Corte non dispone di alcuno strumento coercitivo proprio: dipende dalla cooperazione degli Stati per ogni arresto, ogni sequestro di beni, ogni esecuzione di sentenza. Uno Stato che condanna penalmente i propri giudici e uno che ne congela i conti bancari stanno facendo, con mezzi diversi, la stessa dimostrazione: che la giustizia internazionale resta un'arma spuntata quando si scontra con chi ha il potere di ignorarla. Non è un difetto di applicazione occasionale — è l'assenza strutturale di una polizia propria dietro lo Statuto di Roma, la stessa lacuna già segnalata a proposito del mandato contro Netanyahu.
Fonti: OHCHR, Special Rapporteurs (4 febbraio 2026) · The Moscow Times (12 dicembre 2025) · Zona.Media (12 dicembre 2025) · The White House, Executive Order 14203 (6 febbraio 2025) · The Times of Israel (18 dicembre 2025) · Inquirer.net (13 marzo 2025)