ANALISI

Prima gli interessi, poi l'ordine. E nessuna potenza nucleare fa da contrappeso

Settembre 2026

«Non metteremo mai l'ordine internazionale al di sopra degli interessi degli Stati Uniti.» — Marco Rubio, segretario di Stato, Nazioni Unite, 23 settembre 2026

Il fatto

Il 23 settembre 2026, a margine dell'Assemblea generale delle Nazioni Unite, il segretario di Stato americano Marco Rubio ha spiegato ai giornalisti la dottrina della sua amministrazione in una frase: gli Stati Uniti non metteranno mai l'ordine internazionale al di sopra dei propri interessi. Ha aggiunto che non si tratta di un attacco al sistema internazionale, ma di una presa d'atto: gli Stati agiscono nel proprio interesse nazionale, e il sistema, a suo dire, fallisce perché è andato oltre il proprio mandato.

La frase non è nuova nella sostanza. Già nell'audizione di conferma del gennaio 2025 Rubio aveva definito l'ordine globale del dopoguerra obsoleto e ormai usato contro l'America. Nuovo è il contesto in cui la ripete: nelle stesse settimane Washington ha chiuso due accordi che, messi accanto, mostrano cosa significa in pratica.

Il primo riguarda il Venezuela. Dopo la cattura di Nicolás Maduro da parte delle forze statunitensi, all'inizio di gennaio, il Paese è guidato dalla presidente ad interim Delcy Rodríguez, in carica per ordine del Tribunale supremo e senza alcuna elezione. Il 2 settembre il suo governo ha firmato accordi energetici che danno a compagnie americane il controllo maggioritario su circa 65 miliardi di barili, circa un quinto delle riserve venezuelane, con concessioni della durata di cento anni. Tra i partecipanti c'è anche l'italiana Eni. Parallelamente è in trattativa il trasferimento di circa 31 tonnellate d'oro venezuelano, per un valore intorno ai 4 miliardi di dollari, dalla Banca d'Inghilterra alla Federal Reserve di New York; la Banca d'Inghilterra ha dichiarato che non muoverà nulla senza una nuova decisione di un tribunale britannico.

Il secondo riguarda la Groenlandia. Dopo un anno e mezzo di pressioni, che questo sito ha raccontato quando Trump le rilanciò al vertice NATO di Ankara, il 22 settembre Stati Uniti, Danimarca e governo groenlandese hanno firmato a New York un accordo che modifica e integra quello di difesa del 1951. Oltre alla base di Pituffik, gli Stati Uniti ne otterranno due nuove, a Narsarsuaq e Mestersvig, con libertà di movimento su terra, cielo, acque territoriali e accessi sottomarini. I Paesi non membri della NATO sono esclusi da strutture militari e risorse strategiche, e gli investimenti stranieri in quei settori andranno concordati con Washington: di fatto, Russia e Cina restano fuori dalle terre rare groenlandesi. Il governo danese sottolinea che l'accordo rispetta la sovranità del Regno e il diritto dei groenlandesi all'autodeterminazione. Ma il testo prevede anche che resti valido se la Groenlandia diventerà indipendente, con l'obbligo di aderire alla NATO. Serve ancora la ratifica del parlamento danese.

Altri interessi in gioco

Il metodo si era già visto un anno prima, a Buenos Aires. Nell'ottobre 2025, alla vigilia delle elezioni di metà mandato argentine, il Tesoro americano ha aperto una linea di swap da 20 miliardi di dollari con la banca centrale del Paese. Il 14 ottobre, ricevendo Javier Milei alla Casa Bianca, Trump ha detto apertamente che il sostegno dipendeva dalla vittoria del suo alleato: se avesse perso, gli Stati Uniti non sarebbero stati generosi con l'Argentina. Milei ha vinto il 26 ottobre. Non è un colpo di Stato né un'operazione militare: è un aiuto finanziario legittimo in sé, reso condizionato al voto di un altro popolo, e dichiarato tale in pubblico.

Il Golfo completa il quadro. Il 2 settembre 2026, mentre gli scontri con l'Iran si concentravano attorno allo Stretto di Hormuz, Trump ha scritto su Truth Social che, ora che lo stretto era sotto controllo americano, forse andava ribattezzato "Stretto di Trump": un'idea che aveva già lanciato a marzo e che lui stesso ha poi definito buttata lì. Il nome non conta: gli stretti non si ribattezzano per decreto, e nessun atto formale è seguito. Conta la premessa. Hormuz è formato dalle acque territoriali di Iran e Oman, e la Convenzione ONU sul diritto del mare garantisce a tutti il passaggio in transito, non il controllo a chi ha la flotta più grande. Rivendicarne il controllo è la stessa logica della Groenlandia applicata al mare. Questo sito ne aveva scritto quando Trump minacciò gli impianti idrici ed elettrici iraniani.

Negli stessi giorni, secondo tre fonti citate da Reuters e ABC News il 16 settembre, l'amministrazione ha informato in via informale le commissioni del Congresso di una vendita a Israele da 2,8 miliardi di dollari: 20.000 bombe MK-84 e 20.000 BLU-117, entrambe da una tonnellata. Il pacchetto non era finalizzato né formalmente notificato alla data di pubblicazione, e il Dipartimento di Stato ha risposto che l'impegno verso Israele resta di ferro. In rete il carico è stato paragonato a Hiroshima. Il confronto regge solo in parte. Una tonnellata è il peso della bomba, non dell'esplosivo, che ne costituisce poco meno della metà: 429 chili per ciascuna. Calcolato sul contenuto esplosivo, il totale si colloca attorno ai 20 chilotoni di TNT equivalente, contro i circa 15 stimati per Hiroshima. Il paragone "superiore a Hiroshima" è quindi numericamente plausibile, mentre la cifra di "40 chilotoni" che circola conta anche l'acciaio degli involucri. E soprattutto un'atomica libera la sua energia in un istante e in un punto; quarantamila bombe convenzionali si sganciano una alla volta, su bersagli scelti uno per uno, e ogni scelta risponde al diritto umanitario.

Il filo che lega Buenos Aires, Caracas e Nuuk è lo stesso che questo sito ha già seguito nel Congo orientale, dove minerali e sicurezza si scambiano e il prezzo non lo fissa chi possiede la risorsa. In Venezuela il petrolio arriva sotto un governo non eletto, nato da un'operazione militare esterna. In Groenlandia le terre rare vengono chiuse ai concorrenti con il consenso formale di Copenaghen e Nuuk, dopo mesi in cui Trump non aveva escluso la forza.

Resta la domanda che manca in gran parte dei commenti: chi fa da contrappeso? Le altre potenze nucleari hanno protestato. Ma cosa hanno fatto?

La Cina ha condannato l'operazione in Venezuela come uso sconsiderato della forza, e il suo ministro degli Esteri Wang Yi ha respinto l'idea che un Paese possa fare il poliziotto del mondo. Le fonti consultate, però, non registrano contromisure cinesi concrete in America Latina. La leva vera di Pechino è economica: i controlli sull'export di terre rare annunciati il 9 ottobre 2025, sospesi fino al 10 novembre 2026. Al vertice di Washington del 23-25 settembre Xi Jinping e Trump hanno prorogato di due mesi la tregua sui dazi, senza progressi né su Taiwan né sulle terre rare. La Cina usa la propria leva per negoziare la propria posizione, non per difendere il principio che invoca.

La Russia ha definito l'operazione in Venezuela un'aggressione armata e ne ha chiesto conto al Consiglio di Sicurezza il 5 gennaio. Sulla Groenlandia, il Cremlino ha liquidato l'accordo come una questione che riguarda solo i Paesi coinvolti. Non è indifferenza: la logica delle sfere d'influenza che Mosca rivendica in Ucraina è la stessa che Washington applica nell'emisfero occidentale. Protestare troppo forte contro la seconda indebolirebbe la difesa della prima.

L'India non ha condannato l'operazione in Venezuela: ha invitato alla calma e sconsigliato ai propri cittadini i viaggi nel Paese. La sua forma di resistenza è un'altra, silenziosa. Ad agosto il greggio russo pesava oltre il 40% delle sue importazioni, nonostante l'accordo commerciale di febbraio con Washington e nonostante la legge firmata da Trump il 18 settembre che autorizza dazi fino al 100% contro chi compra energia russa. Anche la dichiarazione dei BRICS di Nuova Delhi, con l'India alla presidenza, difendeva il diritto internazionale senza mai nominare gli Stati Uniti.

Il Pakistan, membro non permanente del Consiglio di Sicurezza, a gennaio ha avvertito insieme ad altri Paesi che l'applicazione selettiva del diritto internazionale mette a rischio l'intero sistema di sicurezza collettiva. Nello stesso periodo è diventato uno degli interlocutori preferiti di Trump: mediatore tra Washington e Teheran, firmatario di un accordo minerario da 500 milioni di dollari con controparti americane e, dal 7 agosto, parte con Arabia Saudita e Turchia di un patto di mutua difesa firmato alla Mecca, in cui un attacco contro uno è considerato un attacco contro tutti. È l'unica potenza nucleare ad aver costruito un'alleanza nuova, ma dentro l'orbita americana, non contro di essa.

Commento giuridico

Tre principi sono in gioco, e vanno tenuti distinti.

Il primo è il divieto dell'uso della forza, sancito dall'art. 2, par. 4 della Carta ONU. La cattura di un capo di Stato in carica sul suo territorio, senza autorizzazione del Consiglio di Sicurezza, è stata qualificata come aggressione da Russia e Cina e criticata anche da Brasile, Colombia e diversi alleati degli Stati Uniti. La motivazione ufficiale americana, la lotta al narcotraffico, non rientra in nessuna delle due eccezioni previste dalla Carta: la legittima difesa o l'autorizzazione del Consiglio.

Il secondo è la sovranità permanente sulle risorse naturali, affermata dalla risoluzione 1803 dell'Assemblea generale del 1962: il diritto dei popoli sulle proprie risorse va esercitato nell'interesse del loro sviluppo nazionale. Un governo ad interim non eletto, insediatosi dopo un intervento militare straniero, che concede per cento anni un quinto delle riserve a compagnie di quello stesso Paese, pone una domanda seria su questo principio. È una domanda, non una sentenza: la risoluzione non è vincolante come un trattato, e nessun tribunale si è espresso.

Il terzo è l'autodeterminazione. Sulla Groenlandia, formalmente, il principio è rispettato: l'accordo è stato firmato dal governo groenlandese e passerà dal parlamento danese. La clausola che vincola una futura Groenlandia indipendente all'adesione alla NATO, però, decide oggi una scelta che spetterebbe a uno Stato che ancora non esiste.

Implicazioni — test di simmetria

Il primo attrito è la frase di Rubio stessa. Nessuno Stato ha mai messo davvero l'ordine internazionale sopra i propri interessi: la differenza è che gli altri lo negano. La Russia invoca il diritto internazionale per Caracas mentre lo viola in Ucraina. La Cina lo invoca per Caracas mentre respinge il lodo arbitrale del 2016 sul Mar Cinese Meridionale. Il Pakistan lo invoca al Consiglio di Sicurezza mentre rimanda in Afghanistan persone che l'ONU dice non possano tornarvi in sicurezza. Rubio ha solo tolto la finzione. Il test di simmetria non assolve Washington: dice che il problema non è un solo "Stato canaglia", ma un sistema in cui nessuna grande potenza accetta di essere vincolata.

Il secondo attrito riguarda il contrappeso che manca. Chi immagina un blocco alternativo, i BRICS o un asse Mosca-Pechino, trova nei fatti una somma di negoziati bilaterali: la Cina tratta le terre rare, l'India tratta il petrolio, il Pakistan tratta minerali e mediazione, la Russia tratta il riconoscimento della propria sfera. Nessuno difende il principio quando difenderlo costa qualcosa.

Il terzo attrito ci riguarda da vicino. Un'azienda italiana partecipa agli accordi petroliferi venezuelani. L'Europa, che si indigna per le sfere d'influenza russe, ha visto uno Stato membro, la Danimarca, negoziare sotto pressione il futuro di un proprio territorio con l'alleato principale. Se il diritto vale solo quando conviene, vale così anche per noi.

Fonti: Rubio all'ONU (23/9/2026) · Rubio, audizione di conferma (gennaio 2025) · CNN — Trump e l'aiuto all'Argentina (14/10/2025) · Al Jazeera — firma dello swap argentino · UPI — accordi petroliferi venezuelani (2/9/2026) · Rio Times — oro venezuelano alla Fed · UA.News/Reuters — posizione della Banca d'Inghilterra · UN News — Consiglio di Sicurezza sul Venezuela (5/1/2026) · Reazioni internazionali all'intervento in Venezuela · Il Post — accordo sulla Groenlandia · Governo danese — comunicato sull'accordo · Casa Bianca — testo dell'accordo · Reuters/US News — il Cremlino sulla Groenlandia · Controlli cinesi sulle terre rare · CBS News — vertice Trump-Xi · Business Standard — India e petrolio russo · Foreign Policy — il Pakistan e Washington · Al Jazeera — patto della Mecca · Newsweek — lo "Stretto di Trump" · ABC News/Reuters — bombe a Israele · Scheda MK-84 (contenuto esplosivo) · Stima della potenza di Hiroshima · Risoluzione ONU 1803 (1962) · Carta ONU, art. 2(4) · UNCLOS — passaggio in transito

Nota di verifica: Il pezzo nasce anche da un commento circolato in Italia che descrive gli Stati Uniti come "super-Stato canaglia". Alcune affermazioni di quel commento non trovano riscontro nelle fonti: il trasferimento d'oro venezuelano riguarda circa 31 tonnellate, non 312, e non era concluso alla data di pubblicazione; il coinvolgimento americano nel sabotaggio del Nord Stream resta un'ipotesi, mentre la Procura federale tedesca ha incriminato un cittadino ucraino (ne abbiamo scritto qui). La vendita di bombe a Israele è riportata da fonti anonime e non era finalizzata; il paragone con Hiroshima è calcolato sul contenuto esplosivo, non sul peso. Non riportiamo, perché non verificate, le affermazioni su finanziamenti legati al vicepresidente Vance nella campagna brasiliana e su un ruolo diretto degli Stati Uniti nelle elezioni colombiane.

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