ANALISI
L’ONU dice che il rientro in Afghanistan non è sicuro. Il Pakistan continua a rimandarli — anche ora che i due Paesi si dichiarano guerra.
9 settembre 2026 — Pakistan / Afghanistan
In Sassonia-Anhalt l’estrema destra ha appena stravinto le elezioni regionali — 44% dei voti il 6 settembre, il doppio del 2021 — promettendo una “task force per le espulsioni”. A Roma, il governo propone all’Unione Europea di replicare altrove il modello dei centri per migranti in Albania: tra i paesi candidati, l’Uganda. Sono notizie che chi legge questo sito ha probabilmente già incontrato. A undicimila chilometri di distanza, la stessa logica — spostare il problema invece di risolverlo — ha già un volto: quello di Zainab.
Zainab ha 47 anni, è vedova, ed è stata insegnante. Il 4 marzo 2026 è stata deportata dal Pakistan verso l’Afghanistan insieme al figlio — arrestato nonostante avesse documenti validi. Ha lasciato indietro i risparmi che stava mettendo da parte per curargli un rene a Quetta. Al confine, racconta, si sentivano spari ed esplosioni.
Freshta, madre di sei figli, è stata separata da due di loro — di 8 e 10 anni — durante un arresto a gennaio 2026. “Sono corsa dietro ai miei figli, ma non me l’hanno permesso”, racconta. Vive ora in una tenda a 12 chilometri dal confine di Torkham, senza contatti diretti con i bambini: le hanno detto che potrebbero essere stati trattenuti. Omar è nato e cresciuto in Pakistan; deportato sette mesi fa con i suoi cinque figli, ha scoperto che in Afghanistan non possono continuare la scuola oltre la sesta classe. Rabia, 27 anni, lavorava come sarta: deportata da cinque mesi, non può permettersi il latte artificiale per il figlio appena nato.
Sono quattro delle centinaia di migliaia di persone che il Pakistan ha rimandato in Afghanistan nel solo 2026: 146.000, con un ritmo in aumento da aprile — parte di un flusso che supera i 5,4 milioni di persone espulse da Pakistan e Iran dall’ottobre 2023, quando Islamabad annunciò l’espulsione di massa citando un legame tra rifugiati afghani e attentati suicidi. Human Rights Watch documenta, solo nella fase più recente, arresti senza mandato, confisca di telefoni e contanti, richieste di tangenti per il rilascio, bambini deportati senza i genitori, e almeno 9 giornalisti afghani rimandati con la forza dall’inizio dell’anno. A novembre 2025, oltre 1.000 persone sono state detenute in un’unica operazione nel campo di Surkhab, in Balochistan.
Il 27 febbraio 2026 il ministro della Difesa pakistano ha dichiarato guerra aperta ai talebani, accusandoli di dare rifugio al TTP e ad al-Qaeda, dopo un attentato suicida contro una moschea sciita a Islamabad e raid aerei pakistani in territorio afghano. È qui che la storia cambia registro senza che nessuno lo dichiari: la giustificazione con cui tutto era iniziato nel 2023 — i rifugiati come minaccia alla sicurezza — non è stata rinnovata. Il nemico ufficiale del 2026 è un’organizzazione armata, non più una popolazione. Ma le deportazioni proseguono comunque, allo stesso ritmo, ora dentro una guerra dichiarata tra i due Stati piuttosto che accanto a essa.
Il diritto
Da settembre 2025 l’UNHCR ha aggiornato la propria valutazione di protezione per l’Afghanistan (Guidance Note on Afghanistan — Update II, che sostituisce la versione del 2023): mantiene una raccomandazione di non rimpatrio e identifica gruppi a rischio specifico di persecuzione al ritorno — tra le minoranze etniche Baluchi, Hazara, Tajik, Turkmen, Uzbek, e tra i gruppi religiosi Ahmadi, Baha’i, cristiani, hindu, ismailiti, salafiti, sciiti, sikh, sufi.
Il test di simmetria
Lo stesso principio già scritto su questo sito a proposito di Turchia e Germania verso la Siria vale qui, invariato: il criterio non cambia scambiando gli attori, cambia solo la forma della violazione. A Berlino è un obiettivo di governo dichiarato in pubblico — far rientrare l’80% dei siriani in tre anni. A Islamabad è un automatismo amministrativo che continua sotto una giustificazione che nel frattempo è cambiata. In nessuno dei due casi la persona deportata ha voce nella decisione, e in nessuno dei due la valutazione di sicurezza fatta dall’agenzia ONU competente viene considerata vincolante da chi rimanda. La stessa domanda si può fare a Roma e a Bruxelles quanto a Islamabad — ne scriveremo a parte. Non equipara la gravità dei due contesti — la guerra dichiarata tra Pakistan e Afghanistan non ha equivalente nel caso siriano — ma la sostanza giuridica della violazione è la stessa.
Fonti: Human Rights Watch (21 aprile 2026) · OHCHR (agosto 2025) · OHCHR (marzo 2026) · UNHCR, Guidance Note on Afghanistan — Update II (settembre 2025) · Zan Times (6 aprile 2026) · KabulNow (luglio 2026) · CSIS · Amnesty International (dicembre 2025) · Axios (6 settembre 2026) · Euronews (3 agosto 2026)