ANALISI
Cuba al buio: l'embargo, il petrolio negato e il voto che l'ONU ripete da trent'anni
20 ottobre 2026 — L'Avana / New York
In sintesi
- L'embargo americano su Cuba nasce nel 1960-1962, dopo le nazionalizzazioni della rivoluzione e l'alleanza dell'Avana con l'URSS. Finita la Guerra fredda è rimasto, con altre ragioni: prima la democrazia, oggi dichiaratamente il cambio di governo.
- Nel 2026 Washington ha aggiunto il blocco del petrolio. Dopo la cattura di Maduro sono finite le forniture del Venezuela, e chi vendeva petrolio all'isola è stato minacciato di dazi. Da gennaio è arrivata una sola petroliera, russa. A Cuba la luce arriva per poche ore al giorno.
- Washington sostiene che cibo e medicine sono esenti e che la crisi è colpa del governo cubano. Il governo cubano tiene in carcere più di 1.200 prigionieri politici secondo una ONG, e la produzione di cibo era già crollata prima del blocco.
- Messe alla prova del diritto internazionale, le tre ragioni dichiarate non reggono allo stesso modo: i diritti umani non si difendono colpendo un'intera popolazione, le alleanze sono una scelta libera di ogni Stato, e la coercizione per cambiare un governo è vietata.
- Dal 1992 l'Assemblea generale chiede ogni anno la fine dell'embargo: nel 2025 i voti a favore sono stati 165, i contrari 7. Il voto non è vincolante, e nessun giudice può costringere Washington. Il prossimo è previsto il 27 e 28 ottobre.
Il contesto
Perché c'è un embargo. Le ragioni sono cambiate tre volte.
La prima è la rivoluzione. Fidel Castro prende il potere nel 1959. Nell'estate del 1960 Cuba espropria le raffinerie americane, che si erano rifiutate di lavorare il petrolio sovietico; Washington taglia gli acquisti di zucchero cubano, e L'Avana risponde nazionalizzando tutte le proprietà americane sull'isola, senza indennizzo. A ottobre 1960 gli Stati Uniti vietano le esportazioni verso Cuba, tranne cibo e medicine. A gennaio 1961 rompono le relazioni diplomatiche, ad aprile sostengono lo sbarco fallito di esuli alla Baia dei Porci, e il 7 febbraio 1962 Kennedy impone l'embargo quasi totale. A ottobre, con i missili sovietici sull'isola, Cuba diventa il fronte più pericoloso della Guerra fredda. Le ragioni erano due: le proprietà confiscate, per le quali le richieste di risarcimento certificate dal governo americano sono più di 5.900, e l'alleanza con Mosca (Congressional Research Service).
La seconda è la democrazia. Finita l'Unione Sovietica, la minaccia militare sparisce, ma l'embargo non viene tolto: diventa legge e si inasprisce. La legge del 1992 lo estende alle filiali estere delle aziende americane. Nel febbraio 1996 i caccia cubani abbattono due piccoli aerei di un'associazione di esuli, e muoiono quattro persone; meno di tre settimane dopo Clinton firma la legge Helms-Burton. La legge stabilisce che l'embargo può finire solo quando a Cuba ci sarà un governo eletto democraticamente, e da quel momento nessun presidente può revocarlo da solo: serve il Congresso. Una legge del 2000 consente di vendere a Cuba cibo e medicine, ma solo con pagamento anticipato e senza credito (Congressional Research Service). Nel 2014-2016 Obama ha riaperto le ambasciate, ma l'embargo è rimasto.
La terza è il cambio di governo. Oggi Washington parla di repressione, di prigionieri politici, dei legami dell'Avana con Russia, Cina e Iran, e la tiene nella lista degli Stati che sostengono il terrorismo. Ma nel 2026 il presidente Trump ha detto apertamente che l'obiettivo è far cadere il governo.
Il voto all'ONU. Ogni anno, dal 1992, l'Assemblea generale vota una risoluzione che chiede la fine dell'embargo. Le sue risoluzioni non sono vincolanti. Nel 2025 hanno votato contro solo Stati Uniti, Israele, Argentina, Paraguay, Ungheria, Macedonia del Nord e Ucraina (PassBlue).
Il fatto
Dal commercio al petrolio. Il 3 gennaio 2026 gli Stati Uniti hanno attaccato il Venezuela e catturato il presidente Nicolás Maduro (ne abbiamo scritto qui). Le forniture di petrolio venezuelano a Cuba si sono fermate, e il Messico ha sospeso le sue: insieme coprivano circa tre quarti del petrolio importato dall'isola (Biblioteca della Camera dei Comuni). Il 29 gennaio un ordine esecutivo di Trump ha dichiarato un'emergenza nazionale per Cuba e ha previsto dazi contro i Paesi che le vendono petrolio. Il 20 febbraio la Corte Suprema ha stabilito che la legge usata non permette al presidente di imporre dazi, ma l'emergenza resta in vigore e le forniture non sono riprese. Secondo i giuristi Michael Schmitt e Rob McLaughlin, Washington ha sequestrato petroliere in base alle sanzioni contro Venezuela e Iran, e pattuglie e droni americani sorvegliano le rotte verso l'isola (Just Security). Da gennaio a Cuba è arrivata una sola petroliera, russa. Il 7 ottobre le autorità americane hanno sequestrato 90 carichi di biodiesel destinati a privati cubani (Al Jazeera).
Le parole di Trump. Il 5 marzo Trump ha detto che un cambio di governo a Cuba è «solo una questione di tempo» (Al Jazeera). Il 27 marzo, parlando dei successi militari in Venezuela e in Iran, ha aggiunto: «E Cuba è la prossima, a proposito. Ma fate finta che non l'abbia detto» (Malay Mail). Il segretario di Stato Marco Rubio ha spiegato che la campagna è «pensata per far sentire al governo che non ci sono valvole di sfogo» (CBS News).
Che cosa succede sull'isola. La rete elettrica, vecchia e dipendente dal petrolio, è quasi al collasso: nella maggior parte del Paese, L'Avana compresa, la corrente arriva per poche ore al giorno. In un ospedale pediatrico i medici dicono di non riuscire più a trovare farmaci salvavita (CBS News). A maggio l'ufficio umanitario dell'ONU e l'Organizzazione mondiale della sanità contavano più di 100.000 pazienti in attesa di un intervento rinviato, tra cui 11.000 bambini (Biblioteca della Camera dei Comuni). Intanto le sanzioni si sono estese: a luglio alle aziende dell'energia, ad agosto a quelle delle miniere e delle costruzioni (Al Jazeera), a ottobre a una banca di Stato accusata di legami con l'Iran (CBS News).
La versione di Washington. L'ambasciatore americano all'ONU Mike Waltz nega che la crisi sia causata dall'embargo o da un blocco del petrolio, e la attribuisce al fallimento dell'economia comunista e alla corruzione. A giugno ha annunciato 100 milioni di dollari di aiuti da distribuire attraverso la Chiesa cattolica, e ha ricordato che le forniture di carburante ai privati sono permesse (Biblioteca della Camera dei Comuni). Gli Stati Uniti sono anche tra i fornitori di cibo dell'isola: nel 2025 le hanno venduto prodotti agricoli per quasi mezzo miliardo di dollari, soprattutto pollo (Dipartimento dell'Agricoltura Usa). Secondo il ministro dell'Energia cubano, però, il carburante dei privati copre meno del 3% del fabbisogno (Al Jazeera).
Le responsabilità dell'Avana. Secondo la ONG Prisoners Defenders, ad aprile i prigionieri politici a Cuba erano 1.260, tra cui alcuni minorenni arrestati dopo le proteste per i blackout. Nello stesso mese il governo ha concesso la grazia a 2.010 detenuti, ma secondo la ONG nessuno di loro era un prigioniero politico (RTP). Tra il 2021 e il 2025, prima del blocco del petrolio, la produzione di cibo dell'isola si era più che dimezzata. A giugno il parlamento ha approvato riforme che aprono alle banche private e alle imprese con più di cento dipendenti, senza un calendario per applicarle. Secondo Human Rights Watch, il governo usa l'embargo come pretesto per la repressione (Biblioteca della Camera dei Comuni).
All'ONU. Il 6 agosto un gruppo di esperti indipendenti dell'ONU ha chiesto agli Stati Uniti di revocare le misure, definendole contrarie al diritto internazionale: «Il cibo non deve mai essere usato come strumento di pressione politica» (DevelopmentAid). A luglio, durante un dibattito straordinario all'Assemblea generale, l'Unione europea ha riconosciuto l'impatto umanitario dell'embargo, ma ha detto che la situazione dei cubani non dipende solo da quello, e ha criticato le posizioni dell'Avana sulla guerra in Ucraina (ONU). Il 19 ottobre, in vista del voto, Waltz ha organizzato al Palazzo di Vetro un incontro con dissidenti cubani e ha chiesto ai diplomatici di votare contro la risoluzione; l'ambasciatore cubano lo ha accusato di mentire (PassBlue).
Commento giuridico
Rifiutare di commerciare non è illecito. Il diritto internazionale non obbliga uno Stato a commerciare con un altro: un embargo, in sé, è una scelta politica. Ma le tre ragioni che lo giustificano oggi vanno messe alla prova una per una.
I diritti umani. Sanzionare chi viola i diritti umani è ammesso: congelare i beni dei responsabili o vietare loro i viaggi è una pratica diffusa e accettata. Il problema nasce quando si colpisce un'intera popolazione per punire il suo governo. Il Comitato ONU per i diritti economici e sociali lo ha scritto nel 1997: chi impone sanzioni deve tener conto del loro effetto sulla popolazione. Uno Stato può rispondere a un illecito con contromisure, ma queste non possono toccare i diritti umani fondamentali. Michael Schmitt, professore emerito al Naval War College americano, e Rob McLaughlin, che insegna all'accademia militare australiana dopo vent'anni in marina, osservano che le misure americane non rispondono a nessun illecito commesso da Cuba contro gli Stati Uniti, e che il collasso della rete elettrica e delle cure mediche ricade proprio in quel limite (Just Security). L'esenzione per cibo e medicine non basta se mancano il carburante per le ambulanze e la corrente per le sale operatorie.
Le alleanze. Scegliere i propri alleati è una delle decisioni che il diritto internazionale lascia a ogni Stato. Lo ha detto la Corte internazionale di giustizia nella sentenza sul Nicaragua del 1986, proprio contro gli Stati Uniti: uno Stato non può usare la coercizione su materie che un altro ha il diritto di decidere liberamente, come il sistema politico e la politica estera. Una base militare straniera vicino ai propri confini può essere una preoccupazione legittima di sicurezza. Ma è una ragione per negoziare, non per costringere.
Il cambio di governo. È la ragione più chiara, e quella che il diritto vieta più chiaramente. La legge Helms-Burton lega la fine dell'embargo al cambio di governo, e Trump ha detto apertamente che è questo l'obiettivo. Per Schmitt e McLaughlin, togliere il petrolio a un Paese per costringerlo a cambiare governo viola il divieto di intervento negli affari interni di un altro Stato. Concludono anche che le minacce di Trump («Cuba è la prossima») possono violare il divieto di minacciare l'uso della forza, previsto dalla Carta dell'ONU (art. 2, par. 4). Non si tratta invece, per ora, di un blocco navale in senso giuridico, perché tra i due Paesi non c'è una guerra.
Le regole imposte agli altri. Una parte dell'embargo colpisce Paesi terzi: le filiali estere delle aziende americane, chi usa beni confiscati, e ora chi vende petrolio a Cuba. L'Unione europea considera queste norme contrarie al diritto internazionale e dal 1996 ha un regolamento che vieta alle imprese europee di rispettarle (regolamento (CE) n. 2271/96).
Il giudice che manca. Anche quando una regola è violata, nessun tribunale può farla valere contro Washington. Nel 1985, mentre perdeva proprio la causa sul Nicaragua, l'amministrazione Reagan ha ritirato l'accettazione della giurisdizione obbligatoria della Corte internazionale di giustizia (Christian Science Monitor). Le risoluzioni dell'Assemblea generale non sono vincolanti, e nel Consiglio di sicurezza gli Stati Uniti hanno il veto. Per questo il voto si ripete identico da trent'anni senza cambiare niente.
Test di simmetria
- Washington in 64 anni non ha ottenuto il risultato dichiarato dall'embargo. Nel 2026 ha scelto misure che colpiscono l'intera popolazione, e i suoi dirigenti dicono apertamente che lo scopo è far cadere il governo.
- L'Avana reprime il dissenso, tiene in carcere più di mille prigionieri politici, e la sua economia era già in crisi profonda prima del blocco del petrolio. Attribuire tutto all'embargo è una scusa, come notano Human Rights Watch e l'Unione europea.
- Le basi vicino ai confini. Se una presenza militare russa o cinese a 150 chilometri dalla Florida è una preoccupazione legittima per Washington, lo è anche per Mosca la presenza di truppe della NATO nei Paesi baltici, lungo il confine russo. Il metro è uno solo: Cuba ha il diritto di scegliere i suoi alleati come l'Estonia, la Polonia o la Finlandia hanno scelto la NATO, e in nessuno dei due casi la paura del vicino giustifica la coercizione o la guerra. Capire le ragioni di Mosca, come abbiamo scritto nelle sette proposte per l'Europa, non significa mettere sullo stesso piano chi ha aggredito l'Ucraina e chi è stato aggredito.
- Il precedente del 1962. La crisi dei missili non finì con un embargo più duro, ma con uno scambio: i missili sovietici lasciarono Cuba, gli Stati Uniti si impegnarono a non invadere l'isola e ritirarono in segreto i loro missili dalla Turchia (National Security Archive). Due potenze si riconobbero a vicenda la stessa paura.
- L'Europa vota contro l'embargo e vieta alle sue imprese di rispettarlo. Applica però a sua volta sanzioni proprie, contro la Russia, e dal 2023 colpisce anche imprese di Paesi terzi, cinesi, emiratine e uzbeke, accusate di aiutare Mosca ad aggirarle (Euronews). La differenza dichiarata è lo scopo: fermare una guerra di aggressione, non cambiare un governo. Ma chi contesta l'extraterritorialità americana deve accettare che lo stesso metro valga anche per sé.
- Russia e Venezuela hanno sostenuto Cuba quando conveniva. Oggi il Venezuela non manda più petrolio, e dalla Russia è arrivata una sola petroliera.
Il nostro giudizio
Questa sezione esprime la posizione del sito. È separata dai fatti esposti sopra.
Le ragioni dell'embargo, prese una per una, si contraddicono. Si difendono i diritti umani dei cubani colpendo tutti i cubani. Si punisce L'Avana per le sue alleanze, che il diritto lascia alla sua libera scelta. E l'ultima ragione, quella detta apertamente, far cadere il governo, è la più chiaramente vietata.
Bisogna però distinguere. Un Paese ha il diritto di non commerciare con un governo che non gli piace, e l'embargo sul commercio, per quanto inutile dopo 64 anni, è una scelta politica. Non ha il diritto di lasciare al buio un'intera popolazione per costringerla a cambiare governo. È questa la linea che gli Stati Uniti hanno superato nel 2026. Non lo dicono solo Cuba e l'ONU: lo dicono due giuristi che insegnano diritto ai militari americani e australiani. Quando il segretario di Stato spiega che lo scopo è non lasciare «valvole di sfogo», il bersaglio non è più un governo, ma chi vive sotto quel governo.
Questo non assolve L'Avana. Il governo cubano incarcera chi protesta per la luce, ha fallito l'economia anche per conto suo e usa l'embargo per non rispondere di niente. Ma le colpe di un governo non trasferiscono la pena su chi lo subisce. È la stessa regola che chiediamo per le sanzioni contro la Russia: colpire chi decide, non gli ospedali.
Nel 1962 Washington e Mosca, sull'orlo della guerra nucleare, riuscirono a riconoscersi le stesse paure e a fare uno scambio. Sessant'anni dopo, con un'isola senza corrente, sembra più difficile. Il 27 e 28 ottobre l'Assemblea generale voterà di nuovo, e con ogni probabilità la risoluzione passerà a grande maggioranza. Non cambierà niente, come ogni anno. Più del voto conterebbe che i governi europei, che votano contro l'embargo da trent'anni, applicassero la loro stessa legge, e che il carburante per gli ospedali cubani arrivasse.
Cosa seguire
- Il voto all'Assemblea generale del 27 e 28 ottobre, e quanti Paesi cambieranno posizione.
- Nuove sanzioni o sequestri di carichi diretti a Cuba.
- L'applicazione delle riforme economiche approvate a giugno.
- I prigionieri politici e gli arresti dopo le proteste per i blackout.
Fonti: Congressional Research Service · Congressional Research Service · PassBlue · Biblioteca della Camera dei Comuni · Just Security · Al Jazeera · Al Jazeera · Malay Mail · CBS News · Al Jazeera · Dipartimento dell'Agricoltura Usa · RTP · DevelopmentAid · ONU · regolamento (CE) n. 2271/96 · Christian Science Monitor · National Security Archive · Euronews
Notizie collegate: Per il Non Riconoscimento della Condotta degli Stati Uniti d'America · Prima gli interessi, poi l'ordine. E nessuna potenza nucleare fa da contrappeso