MANIFESTO
Per il Non Riconoscimento della Condotta degli Stati Uniti d'America
Fondamento giuridico, etico e politico di un principio che non ammette eccezioni · 2026
Manifesto per il Non Riconoscimento della Condotta degli Stati Uniti d'America
Fondamento giuridico, etico e politico di un principio che non ammette eccezioni — nemmeno al vertice
A chi è rivolto
Ai governi degli Stati membri dell'Unione Europea e a tutti gli Stati firmatari della Carta delle Nazioni Unite. Alle istituzioni internazionali. A ogni cittadino che creda che il diritto valga per tutti o non valga per nessuno. E a chi pensa che difendere la legalità internazionale quando la vittima della violazione è un autocrate sia difendere l'autocrate. Non lo è. È l'unico momento in cui la difesa della legalità dimostra di essere sincera.
Questo manifesto è il quarto di una serie. Il primo riguarda la condotta dello Stato di Israele; il secondo, quella della Federazione Russa; il terzo, il genocidio in Sudan e chi lo arma. Tutti applicano lo stesso schema giuridico — gli obblighi di non riconoscimento previsti dagli articoli 40-41 ARSIWA — a violatori diversi, di schieramenti diversi. Questo quarto documento chiude il cerchio nel solo modo coerente possibile: applicando il principio al vertice stesso del sistema. Gli altri manifesti sono disponibili su iwillnotlookaway.org.
I. Premessa
Nella notte del 3 gennaio 2026 gli Stati Uniti d'America hanno attaccato il Venezuela. Raid aerei su Caracas e su tre stati del Paese, difese aeree smantellate, comunicazioni azzerate, vittime civili e militari. Alle 2:01 le forze speciali hanno raggiunto la residenza del presidente Nicolás Maduro e lo hanno prelevato dalla sua camera da letto, insieme alla moglie, mentre dormivano. Trasferiti su una nave militare, poi in un carcere di New York, per essere processati da un tribunale federale americano con accuse di narcotraffico.
Non un mandato internazionale. Non un'autorizzazione del Consiglio di Sicurezza. Non un attacco armato venezuelano a cui rispondere. Nemmeno l'autorizzazione del Congresso americano. Un'operazione denominata, con involontaria precisione, «Absolute Resolve»: determinazione assoluta — cioè sciolta, per definizione, da ogni vincolo.
Il presidente americano ha poi dichiarato che gli Stati Uniti avrebbero «governato il Paese fino alla transizione». L'amministrazione di fatto di uno Stato sovrano, annunciata in conferenza stampa da un resort privato.
Questo manifesto non nasce da simpatia per il regime venezuelano — che non ne merita alcuna. Nasce dal principio che fonda gli altri tre documenti di questa piattaforma: nessuno Stato è al di sopra del diritto internazionale. E se il principio non vale per il più potente, non è mai stato un principio: era solo la regola che il più potente imponeva agli altri.
II. Il precedente che demolisce il castello
Tra tutte le violazioni di quella notte, una ha conseguenze strutturali che superano il caso venezuelano.
Il diritto internazionale riconosce ai capi di Stato in carica l'immunità personale assoluta dalla giurisdizione degli altri Stati. Non è un privilegio dei potenti: è l'architrave che impedisce a ogni Stato di «arrestare» i leader altrui sulla base delle proprie leggi interne e dei propri capi d'accusa. La Corte Internazionale di Giustizia lo ha sancito senza ambiguità nel caso del Mandato d'arresto (Congo c. Belgio, 2002): un capo di Stato in carica può essere giudicato solo da una corte internazionale — come la CPI per Putin o Netanyahu — mai dalla giustizia interna di un altro Paese.
Gli Stati Uniti hanno fatto esattamente questo: hanno applicato il proprio codice penale a un capo di Stato straniero, lo hanno prelevato con la forza dal suo territorio bombardandone la capitale, e lo processeranno davanti a un proprio tribunale distrettuale.
Le conseguenze non riguardano Maduro. Riguardano tutti. Se il precedente regge, ogni potenza può fare altrettanto: la Cina può «arrestare» un presidente che le sue leggi qualificano come terrorista; la Russia può «arrestare» un leader che il suo codice qualifica come estremista. Il capo d'accusa è irrilevante — ogni ordinamento interno può produrne uno. Ciò che il 3 gennaio è stato abbattuto non è un regime: è la barriera che separava il diritto internazionale dalla legge del più forte.
A ciò si aggiunge il contesto: da settembre 2025, oltre trenta attacchi militari contro imbarcazioni nei Caraibi e nel Pacifico, più di centodieci persone uccise senza processo, senza accuse formali, senza che un solo tribunale ne abbia mai verificato la colpevolezza. Esecuzioni extragiudiziali in acque internazionali, normalizzate come «lotta al narcotraffico».
III. Quadro normativo violato
- Articolo 2(4) della Carta ONU — divieto dell'uso della forza contro l'integrità territoriale e l'indipendenza politica di altro Stato. L'articolo 51 (legittima difesa) è inapplicabile: il Venezuela non aveva attaccato né minacciato gli Stati Uniti
- Immunità personale dei capi di Stato in carica — diritto internazionale consuetudinario; CIG, Mandato d'arresto dell'11 aprile 2000 (Congo c. Belgio, 2002)
- Principio di non ingerenza — CIG, Nicaragua c. Stati Uniti (1986): la sentenza che condannò gli Stati Uniti esattamente per l'uso illegale della forza contro uno Stato latinoamericano, e che Washington ignorò allora come oggi
- Divieto di esecuzioni extragiudiziali — Patto internazionale sui diritti civili e politici, art. 6; diritto alla vita e a un processo
- Divieto di amministrazione di territorio altrui senza titolo — l'annuncio di «governare il Paese fino alla transizione» configura un'occupazione di fatto priva di qualsiasi base giuridica
IV. Fondamento giuridico del non riconoscimento
Gli Articoli sulla Responsabilità degli Stati (ARSIWA, CDI/ONU 2001), articoli 40 e 41, impongono a tutti gli Stati, di fronte a violazioni gravi di norme imperative: di non riconoscere come legittima la situazione creata dalla violazione; di non prestare aiuto o assistenza al suo mantenimento; di cooperare per porvi fine con mezzi leciti.
Il divieto di aggressione è una norma imperativa (jus cogens). Lo era quando l'ha violata la Russia. Lo è quando la violano gli Stati Uniti. L'obbligo di non riconoscimento non distingue tra aggressori simpatici e antipatici, tra alleati e avversari: questa indistinzione è esattamente ciò che lo rende diritto.
Ne discende una conseguenza precisa: nessuno Stato può riconoscere come legittimo un governo venezuelano insediato sotto amministrazione militare straniera, né la giurisdizione di un tribunale interno americano su un capo di Stato catturato con un atto di aggressione.
V. La prova della coerenza — il silenzio più rumoroso
Quando la Russia ha invaso l'Ucraina, l'Unione Europea ha reagito in ore: condanna unanime, sanzioni, congelamento di riserve, vertici straordinari.
Quando gli Stati Uniti hanno bombardato Caracas e rapito un capo di Stato, l'Unione Europea ha reagito così: l'Alta rappresentante ha commentato che Maduro «manca di legittimità». La presidente della Commissione ha parlato di «transizione pacifica» senza nominare l'operazione — come se Maduro fosse stato portato via dal vento. Un ministro degli esteri europeo ha ironizzato: «non poteva capitare a persona migliore». Nessuna condanna. Nessuna sanzione. Nessun vertice straordinario. Un solo capo di governo europeo ha invocato con nettezza il diritto internazionale — e la condanna formale dell'aggressione è arrivata da Lula, Petro, Boric, dal Messico: dal Sud del mondo, non dall'Europa che del diritto si proclama madre.
Che Maduro fosse un autocrate è vero, ed è irrilevante. Il diritto internazionale non protegge i leader perché sono buoni: li protegge perché l'alternativa è che ogni potenza si faccia giudice, poliziotto e boia degli altri. L'Europa che tace su Caracas dopo aver sanzionato Mosca certifica davanti al mondo intero che la sua bussola non è il diritto: è l'identità dell'aggressore.
E qui il danno tocca il fondo. Perché gli Stati Uniti non sono uno Stato qualunque: sono l'architetto dell'ordine del 1945, la potenza che ha scritto la Carta di San Francisco, istituito i tribunali di Norimberga, predicato per ottant'anni il «rules-based order» a ogni angolo del pianeta. Quando il garante del sistema lo viola impunemente — e i suoi alleati applaudono o tacciono — non cade un governo a Caracas: cade l'argomento stesso con cui l'Occidente ha giustificato la propria leadership morale. Ogni futura condanna occidentale dell'aggressione altrui nascerà già morta, con Caracas come risposta pronta. La presunta supremazia ideologica dell'Occidente non regge più: non perché i suoi principi fossero sbagliati, ma perché ha dimostrato di non crederci.
VI. Misure concrete
- La condanna formale dell'aggressione del 3 gennaio 2026 come violazione dell'articolo 2(4) della Carta ONU, nelle stesse forme usate per l'aggressione russa all'Ucraina
- Il non riconoscimento di qualsiasi governo venezuelano insediato sotto amministrazione o tutela militare straniera, finché il popolo venezuelano non possa esprimersi in elezioni libere e senza occupanti
- Il non riconoscimento della giurisdizione di tribunali interni statunitensi su un capo di Stato catturato mediante un atto di aggressione, e la richiesta del suo trasferimento a una giurisdizione internazionale per i crimini di cui debba rispondere — che esistono, e meritano un processo legittimo
- Un'inchiesta internazionale indipendente sulle esecuzioni extragiudiziali in mare e sulle vittime civili dei raid
- L'applicazione di questi stessi standard a ogni Stato, qualunque sia il suo peso geopolitico — perché un diritto che si ferma davanti al più forte non è mai esistito
VII. Distinzione fondamentale
Questo manifesto non è una difesa di Nicolás Maduro. Il suo regime ha represso il dissenso, svuotato le istituzioni, rubato un'elezione: la vittoria dell'opposizione nel 2024 è documentata, e la repressione che ne è seguita è una vergogna di cui il chavismo risponde davanti alla storia e — auspicabilmente — davanti a una corte legittima. Né è un manifesto contro il popolo americano, la cui stessa stampa ha definito l'operazione illegale, e il cui Congresso non è stato nemmeno consultato.
È contro un metodo. Difendere l'immunità di un capo di Stato indifendibile è il test supremo della sincerità di chi crede nel diritto: chiunque può difendere la legalità quando protegge gli innocenti. Il principio si dimostra quando protegge anche chi disprezziamo — perché è in quel momento che smette di essere convenienza e diventa civiltà.
Dichiarazione finale
Non riconosco come legittima l'aggressione del 3 gennaio 2026 contro il Venezuela. Non riconosco il rapimento di un capo di Stato in carica come «operazione di polizia». Non riconosco l'amministrazione straniera di uno Stato sovrano come «transizione». Non riconosco al più potente il diritto di fare ciò che condanna negli altri. E constato: chi ha costruito il castello della giustizia internazionale lo sta demolendo dall'interno, mentre l'Europa guarda altrove. Questo manifesto esiste perché qualcuno metta a verbale che non tutti hanno guardato altrove. Perché il diritto vale per tutti o non vale per nessuno.
Riferimenti normativi
- Carta delle Nazioni Unite, artt. 2(4), 51
- CIG, Mandato d'arresto dell'11 aprile 2000 (RD Congo c. Belgio), 2002 — immunità dei capi di Stato in carica
- CIG, Attività militari e paramilitari in e contro il Nicaragua (Nicaragua c. Stati Uniti), 1986
- Patto internazionale sui diritti civili e politici (1966), art. 6
- ARSIWA (CDI/ONU 2001), artt. 40-41
- Dichiarazione del Segretario generale ONU, 3 gennaio 2026 («pericoloso precedente»)
- Dichiarazione congiunta dei governi di Brasile, Colombia, Cile, Messico, Uruguay e Spagna, gennaio 2026
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