ANALISI

Che cosa potrebbe fare l'Europa: sette proposte

18 ottobre 2026 — Europa

Serie «Le scelte dell'Europa» · 10 di 10

In sintesi

La domanda

In questa serie abbiamo messo alla prova le scelte della leadership europea: l'energia, l'auto elettrica, il rapporto con la Russia prima e dopo il 2022, il peso degli Stati Uniti, il Nord Stream, l'immigrazione. Il giudizio, quasi sempre, è stato severo. Ma criticare è la parte facile. Che cosa si potrebbe fare, invece?

Questo pezzo è diverso dagli altri: è una proposta, quindi esprime la posizione del sito dall'inizio alla fine. Per non scrivere desideri, abbiamo messo ogni proposta alla prova con quattro domande: se esiste un precedente storico, su quale base giuridica poggia, chi dovrebbe accettarla, e dove rischia di fallire.

Questo pezzo esprime la posizione del sito. I fatti citati sono indicati con le loro fonti.

Il punto di partenza

A metà ottobre 2026 la pace in Ucraina è ferma. Il 9 ottobre Vladimir Putin ha detto a Donald Trump che una ripresa immediata dei negoziati è improbabile; il segretario di Stato Marco Rubio parla di uno «stallo pericoloso» (Al Jazeera, 10/10/2026). I negoziati, quando ci sono, passano da Washington e Mosca. L'Europa paga la maggior parte degli aiuti a Kyiv, ma al tavolo non siede: lo abbiamo raccontato nel pezzo sulle scelte dopo il 2022.

L'obiettivo: convivere

Prima delle proposte, l'obiettivo. Non la vittoria di una parte, ma una convivenza civile: un'Europa in cui Ucraina e Russia restano vicine, e devono poterlo essere senza spararsi. Per arrivarci servono tre principi, che tornano in tutte le proposte.

Ogni passo verso l'altro viene premiato. Chi fa un gesto concreto ottiene qualcosa in cambio, e chi si tira indietro perde quello che ha ottenuto. Funzionò nella Guerra fredda: nel giugno 1963 John F. Kennedy annunciò che gli Stati Uniti non avrebbero più fatto test nucleari nell'atmosfera, finché gli altri avessero fatto lo stesso. Nikita Khrushchev rispose accettando, per la prima volta, un divieto limitato ai test nell'atmosfera, e in poche settimane il trattato era pronto (Arms Control Association, 2013).

Capire le ragioni di tutti. Una guerra non nasce dal nulla. Le parti devono poter mettere sul tavolo che cosa ciascuna ha subito e che cosa ha commesso. Capire le cause non significa giustificare l'aggressione, che l'Assemblea generale dell'ONU ha condannato con 141 voti nel marzo 2022 (UN News). Significa sapere che cosa va risolto perché la guerra non ricominci.

Un compromesso che non lasci nessuno in rovina. Una pace che distrugge l'economia di una delle parti prepara la prossima guerra. E l'Europa non può finanziare all'infinito una guerra che da anni nessuno riesce a vincere sul campo.

1. Un posto al tavolo, in cambio degli aiuti

La proposta. L'Europa non chiede il permesso di partecipare: lo pone come condizione. Gli aiuti a Kyiv continuano, ma legati a due impegni: l'Unione siede al negoziato con un proprio inviato, e le parti seguono una scaletta concordata, con tappe e scadenze. Chi paga ha il diritto di dire come si arriva alla pace.

Il primo punto della scaletta è un tavolo sulle ragioni: esperti delle due parti mettono per iscritto le accuse reciproche, dall'allargamento della NATO alla guerra nel Donbass dal 2014, dalle minoranze di lingua russa alle garanzie promesse all'Ucraina e non mantenute. Per ogni accusa, una proposta di soluzione.

Il precedente. Gli aiuti europei all'Ucraina sono già condizionati: il prestito da 90 miliardi deciso nel dicembre 2025 ha regole precise sul rimborso e sull'uso dei beni russi congelati (OSW, 19/12/2025). Si tratterebbe di aggiungere una condizione politica. Più indietro, gli accordi di Helsinki del 1975 dimostrano che l'Europa può stare al tavolo tra i blocchi. E per il tavolo sulle ragioni esiste un modello: il Gruppo polacco-russo per le questioni difficili, creato dai due governi nel 2002. Storici dei due Paesi hanno scritto capitoli affiancati sui punti più dolorosi della loro storia comune, dal 1918 al 2008, pubblicati sia a Varsavia sia a Mosca (University of Pittsburgh Press).

La base. Le decisioni sugli aiuti e sulla politica estera comune spettano ai 27, all'unanimità.

Chi deve accettarla. I 27, Kyiv, e poi Mosca e Washington, che oggi trattano tra loro.

Dove può fallire. Condizionare gli aiuti a un Paese aggredito può essere letto come un abbandono, e Mosca potrebbe approfittarne per irrigidirsi. L'unanimità è difficile. Una scaletta funziona solo se anche la Russia la accetta. E un tavolo sulle ragioni può diventare un tribunale delle accuse: il gruppo polacco-russo ha lavorato in anni di disgelo, non durante una guerra.

2. Un referendum vero sui territori contesi

La proposta. Congelare il fronte non risolve nulla: rimanda il problema, come accade da decenni in altri conflitti. Il principio dovrebbe essere l'autodeterminazione dei popoli. Il destino dei territori contesi dovrebbe deciderlo chi ci vive, con un referendum inserito nel negoziato. Ma un referendum vero, non quelli organizzati sotto occupazione: con il ritiro delle truppe, un'amministrazione internazionale temporanea, il voto anche di chi è fuggito, e osservatori dell'ONU.

Il precedente. Nel 1999 l'ONU organizzò a Timor Est, allora sotto l'Indonesia, una consultazione con un accordo tra Indonesia e Portogallo: votò il 98% degli iscritti e il 78,5% scelse l'indipendenza. Seguirono violenze delle milizie, una forza internazionale e un'amministrazione dell'ONU fino all'indipendenza (ONU, missioni di pace). Il controesempio sono i referendum in Crimea nel 2014 e negli altri territori nel 2022, organizzati sotto occupazione militare e non riconosciuti dalla grande maggioranza degli Stati.

La base. La Carta dell'ONU riconosce l'autodeterminazione dei popoli. Ma la Costituzione ucraina stabilisce che i cambiamenti del territorio si decidono solo con un referendum di tutta l'Ucraina, e vieta i referendum sotto legge marziale (Washington Law Review, 2022). Serve quindi prima una tregua.

Chi deve accettarla. Kyiv, Mosca e l'ONU, che dovrebbe organizzarlo.

Dove può fallire. Chi vota? Milioni di persone sono fuggite, altre sono arrivate. Mosca non accetterà di ritirare le truppe prima del voto; Kyiv teme di perdere i territori. E Timor insegna che il dopo-voto può essere violento.

3. La NATO solo dentro un accordo firmato anche da Mosca

La proposta. L'ingresso dell'Ucraina nella NATO non dovrebbe essere un problema di sicurezza per la Russia. Per questo dovrebbe avvenire solo dentro un accordo che anche Mosca firma. In cambio, l'Ucraina resta armata, libera di entrare nell'Unione europea, e ottiene garanzie scritte da Paesi disposti a intervenire se viene attaccata di nuovo.

Il precedente. Nel 1955 l'Austria ottenne il ritiro di tutte le truppe straniere, comprese circa 40.000 sovietiche, in cambio della neutralità permanente, poi scritta nella sua Costituzione (Country Studies, Austria). E nel 2008, a Bucarest, Germania e Francia frenarono l'ingresso dell'Ucraina proprio per non provocare Mosca. Il precedente opposto è il memorandum di Budapest del 1994: l'Ucraina cedette le armi nucleari in cambio di «assicurazioni» che non hanno impedito né il 2014 né il 2022 (il nostro pezzo dal 1990 al 2022).

La base. La Carta per la sicurezza europea firmata a Istanbul nel 1999, anche dalla Russia, contiene due principi insieme: ogni Stato è libero di scegliere le proprie alleanze, e nessuno deve rafforzare la propria sicurezza a spese di quella degli altri (Carta di Istanbul, OSCE, 1999). Un accordo che tenga conto di entrambi va scritto in un trattato.

Chi deve accettarla. Kyiv, Mosca, i Paesi della NATO e i Paesi garanti.

Dove può fallire. Dare a Mosca l'ultima parola sulle alleanze di un vicino crea un precedente che altri Paesi, dalla Moldavia alla Georgia, temono. La Costituzione ucraina indica l'ingresso nella NATO come obiettivo strategico. E la lezione di Budapest è che le garanzie senza impegni concreti non valgono nulla.

4. Sanzioni: il primo passo tocca all'Europa

La proposta. Le sanzioni colpiscono spesso anche chi non ha colpe. E dal 2022 sono cresciute, pacchetto dopo pacchetto, soprattutto per decisione europea, per aumentare la pressione, più che in risposta a nuove azioni russe. Se l'escalation è stata una scelta europea, è l'Europa a dover fare il primo passo: togliere subito le misure che colpiscono i civili, dal cibo alle medicine ai beni di uso comune, e proporre un calendario per ridurre le altre, passo dopo passo, legato ai progressi del negoziato. Con una regola scritta: se gli impegni vengono violati, le sanzioni tornano.

Il precedente. L'accordo nucleare con l'Iran del 2015 prevedeva proprio questo: sanzioni tolte in cambio di impegni verificati, e un meccanismo per reintrodurle. Nel settembre 2025 quel meccanismo è stato usato e le sanzioni ONU sono tornate (Congressional Research Service, 7/7/2026).

La base. Le sanzioni europee si decidono e si tolgono all'unanimità dei 27.

Chi deve accettarla. I 27. Mosca dovrebbe rispondere con passi concreti.

Dove può fallire. Mosca potrebbe incassare il gesto senza dare nulla in cambio. Alcuni governi europei lo vedrebbero come una resa. E le sanzioni americane restano fuori dal controllo europeo, come abbiamo visto nel pezzo su chi comanda davvero.

5. Chi paga i danni: lo Stato russo, non i privati, e un giudice per entrambe le parti

La proposta. Nell'Unione sono congelati due tipi di beni russi, e non vanno confusi. Ci sono i beni della Banca centrale russa, cioè dello Stato: oltre 200 miliardi di euro. E ci sono i beni di privati sanzionati: circa 24 miliardi nel 2023 (Mind, su dati della Commissione, 25/5/2023). I privati non hanno deciso la guerra, e i loro beni non possono essere usati per la ricostruzione senza una condanna di un tribunale. I beni dello Stato, invece, possono entrare in un fondo per i danni di guerra, previsto dall'accordo di pace.

Ma il fondo deve applicare lo stesso metro a tutti. Chi ha cominciato la guerra ne paga i danni. Ogni parte, però, paga per le violazioni del diritto di guerra che ha commesso: anche l'Ucraina, per i civili colpiti in Russia o per attacchi come quello al Nord Stream, se saranno provati. A deciderlo dovrebbe essere una commissione indipendente, con conti pubblici e controlli su ogni euro.

Il precedente. Dopo la guerra tra Eritrea ed Etiopia, una commissione arbitrale ha condannato l'Eritrea per l'invasione, ma ha condannato entrambi i Paesi per le violazioni commesse durante la guerra, dai prigionieri maltrattati ai saccheggi: nel 2009 ha assegnato circa 174 milioni di dollari all'Etiopia e circa 163 milioni all'Eritrea (ASIL, 2009). E dopo l'invasione del Kuwait, l'Iraq ha pagato 52,4 miliardi di dollari di risarcimenti con una parte delle sue entrate petrolifere, l'ultima rata nel 2022 (UN News, 9/2/2022).

La base. Un accordo che la Russia firmi, o una decisione internazionale. Nel dicembre 2025 i 27 hanno già legato i beni congelati al pagamento delle riparazioni (OSW).

Chi deve accettarla. I 27, a partire dal Belgio, dove si trova gran parte dei beni; Kyiv, che dovrebbe accettare di rispondere anche dei propri danni; Mosca.

Dove può fallire. Usare i beni senza un accordo espone l'Europa a cause e rischi finanziari. Kyiv potrebbe rifiutare di essere giudicata accanto all'aggressore. E una commissione richiede anni.

6. La sicurezza con la trasparenza, non con le ispezioni imposte

La proposta. Nessuno vuole l'avversario in casa a controllare. Per questo, invece di imporre ispezioni, servono incentivi alla trasparenza: chi rende pubblici i dati sulle proprie forze, sulle esercitazioni e sugli spostamenti di truppe vicino ai confini ottiene qualcosa in cambio, come la riduzione delle sanzioni o l'accesso a commerci e programmi comuni. Più trasparenza, più vantaggi.

Il precedente. Il trattato Cieli aperti, firmato nel 1992 e in vigore dal 2002, permetteva a oltre trenta Paesi, Russia e Stati Uniti compresi, di sorvolarsi a vicenda con aerei disarmati per osservare le forze militari: un modo di controllare meno invasivo delle ispezioni a terra. Gli Stati Uniti ne sono usciti nel 2020, la Russia nel 2021 (Center for Arms Control). Il trattato sulle forze convenzionali del 1990 fissava tetti alle armi in Europa; la Russia ne è uscita nel 2023 (Overt Defense, 7/11/2023).

La base. Un nuovo accordo tra gli Stati europei, la Russia e gli Stati Uniti, anche nell'ambito dell'OSCE.

Chi deve accettarla. Tutti: per questo è la strada più lenta.

Dove può fallire. I dati dichiarati si possono falsare, e senza un minimo di verifica la fiducia non cresce. Ma un sistema di incentivi può partire anche da pochi passi, e allargarsi se funziona.

7. Un compromesso che convenga a tutti, anche economicamente

La proposta. La pace deve convenire a tutte le parti, anche nei conti. Per l'Ucraina, una ricostruzione finanziata e la strada aperta verso l'Unione. Per la Russia, la riduzione graduale delle sanzioni e la ripresa di alcuni scambi, legate al rispetto degli impegni. Per l'Europa, la fine di una spesa che pesa sui suoi bilanci e sui suoi cittadini. Gli scambi con la Russia potrebbero riprendere, ma con regole nuove: nessuna dipendenza, come abbiamo proposto per il gas.

Il precedente. Cinque anni dopo la Seconda guerra mondiale, la Francia propose di mettere in comune il carbone e l'acciaio con la Germania, il nemico di ieri, perché una nuova guerra tra i due diventasse «non solo impensabile, ma materialmente impossibile». Da quella proposta nacque nel 1951 la prima Comunità europea (Consiglio dell'UE, la dichiarazione Schuman).

La base. L'accordo di pace e i trattati commerciali dell'Unione.

Chi deve accettarla. I 27, Kyiv, Mosca.

Dove può fallire. L'Europa spende per l'Ucraina da più di quattro anni e continuerà a farlo: il prestito da 90 miliardi copre il 2026 e il 2027, e solo tra maggio e giugno 2026 le istituzioni europee hanno stanziato quasi 11 miliardi, in gran parte con quel prestito (Kiel Institute, 13/8/2026). Ma riaprire i commerci con chi ha aggredito un vicino divide i governi europei, e senza garanzie rischia di finanziare la prossima guerra. La Comunità del 1951 nacque dopo la fine della guerra, non durante.

Le lezioni degli altri pezzi

Le sette proposte riguardano la guerra. Ma la serie ha toccato anche altre scelte, e ognuna suggerisce una correzione:

Il nostro giudizio

Nessuna di queste proposte è facile. Alcune possono fallire, e lo abbiamo scritto. Ma tutte partono dallo stesso principio, che attraversa la serie: la diplomazia viene prima di tutto, sempre. E hanno lo stesso obiettivo: non la vittoria di qualcuno, ma una convivenza civile.

Un'Europa che sceglie non chiede il permesso di sedersi al tavolo: usa il peso che ha, e premia ogni passo dell'altra parte. Non congela i conflitti sperando che si risolvano da soli: lascia decidere chi ci vive. Non rende la sicurezza di un Paese l'insicurezza di un altro. Riconosce le proprie responsabilità, a cominciare dalle sanzioni che ha alzato e che colpiscono anche chi non ha colpe. Applica lo stesso metro a tutti: chi ha aggredito paga, ma ognuno risponde dei propri crimini, alleati compresi. E cerca una pace che convenga anche a chi oggi è nemico, perché è l'unica che dura.

Cosa seguire

Fonti: Al Jazeera, 10/10/2026 · Arms Control Association, 2013 · UN News · OSW, 19/12/2025 · University of Pittsburgh Press · ONU, missioni di pace · Washington Law Review, 2022 · Country Studies, Austria · Carta di Istanbul, OSCE, 1999 · Congressional Research Service, 7/7/2026 · Mind, su dati della Commissione, 25/5/2023 · ASIL, 2009 · UN News, 9/2/2022 · Center for Arms Control · Overt Defense, 7/11/2023 · Consiglio dell'UE, la dichiarazione Schuman · Kiel Institute, 13/8/2026

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