ANALISI
Immigrazione: le porte che l'Europa chiude e quelle che apre
18 ottobre 2026 — Unione europea
Serie «Le scelte dell'Europa» · 9 di 9
In sintesi
- Al vertice del 16 ottobre Danimarca, Italia e Polonia hanno accusato la Spagna di attirare migranti con la regolarizzazione di chi è già nel Paese. Non hanno ottenuto le parole che chiedevano.
- Gli arrivi irregolari sono in forte calo, ma si muore di più: sulla rotta verso l'Italia, in proporzione agli arrivi, i morti sono quasi triplicati.
- L'Europa punta sui rimpatri, anche in centri fuori dai confini sul modello italiano in Albania. Finora quel modello è costato molto e ha rimpatriato pochissimo.
- In Italia la paura è cresciuta più dei reati. Gli stranieri sono sovrarappresentati tra i denunciati, ma il fattore decisivo è non avere documenti: chi li ottiene commette molti meno reati.
- Il nostro giudizio: l'immigrazione è usata come leva politica e la paura è reale. Ma le leggi che producono irregolari alimentano il problema che dicono di combattere.
La domanda
Al Consiglio europeo del 15 e 16 ottobre l'immigrazione ha diviso i governi più di ogni altro tema. Il bersaglio era la Spagna, che sta dando un permesso di soggiorno a circa 600.000 persone che vivono già nel Paese senza documenti.
Danimarca, Italia e Polonia hanno chiesto di scrivere nelle conclusioni che bisogna ridurre i «fattori di attrazione». È un'espressione che torna spesso: indica tutto ciò che, secondo chi la usa, spinge le persone a partire verso un certo Paese, come la speranza di essere regolarizzati. La premier danese Mette Frederiksen l'ha detto così: «Arrivi in un Paese illegalmente, e all'improvviso puoi ottenere il permesso di restarci legalmente» (EU Perspectives, 16/10/2026). Madrid risponde che regolarizzare chi già lavora in nero fa emergere lavoro e contributi, e non sposta nessuno verso altri Paesi. Il presidente francese Emmanuel Macron ha chiuso la discussione così: quando ognuno torna alle soluzioni nazionali, «siamo inefficaci» (Euronews, 16/10/2026).
La richiesta non è passata. Regolarizzare resta una scelta di ciascun governo. Le conclusioni chiedono solo alla Commissione di preparare regole per le emergenze, anche per i casi in cui uno Stato ostile spinge migranti verso le frontiere europee per metterle sotto pressione, come a Ceuta a fine luglio (Consiglio europeo, 16/10/2026; su Ceuta, il nostro pezzo). Se ne riparlerà a dicembre.
Meno arrivi, più morti
Gli arrivi irregolari nell'Unione sono calati di oltre un terzo nei primi sette mesi del 2026; sulla rotta del Mediterraneo centrale, quella verso l'Italia, sono più che dimezzati (Frontex, agosto 2026).
Le morti, però, non calano. Sulla stessa rotta i morti e i dispersi sono passati da 844 a 996 rispetto all'anno scorso (UNRIC, su dati dell'OIM, 17/9/2026). In proporzione agli arrivi, con un nostro calcolo, è quasi il triplo. Meno persone arrivano, ma per chi parte il viaggio è diventato molto più pericoloso. E secondo l'OIM, l'agenzia dell'ONU per le migrazioni, «quasi ogni morte e scomparsa in mare si può evitare».
Le scelte dell'Unione
Regole comuni, solidarietà scarsa. Dal 12 giugno è in vigore il Patto su migrazione e asilo (il nostro pezzo). Per la prima volta tutti i 27 seguono le stesse regole per esaminare le domande d'asilo. Il Patto prevedeva anche la solidarietà: i Paesi meno esposti dovevano accogliere una parte dei richiedenti arrivati in Italia, Grecia o Spagna, oppure pagare. Per il 2026 gli Stati hanno promesso meno della metà dei posti previsti; Ungheria e Slovacchia nessuno (Euronews, 10/6/2026). Chi è in prima linea resta, di fatto, da solo.
Rimpatri, anche all'estero. Il nuovo regolamento sui rimpatri, concordato a giugno, permette agli Stati di trattenere fino a due anni chi deve lasciare l'Europa e di mandarlo in «centri di rimpatrio» in Paesi fuori dall'Unione (Consiglio dell'UE, 1/6/2026). Il problema che vuole risolvere è reale: oggi meno di un terzo di chi riceve l'ordine di andarsene lo fa davvero.
Pagare chi ferma le partenze. L'Unione ha dato alla Tunisia oltre 100 milioni di euro per bloccare le barche e controllare le frontiere. Organizzazioni umanitarie e per i diritti umani denunciano intercettazioni violente, torture e persone abbandonate nel deserto al confine (Human Rights Watch, 16/7/2026). Le partenze calano, ma il costo umano si sposta dove l'Europa non guarda.
E intanto si cercano lavoratori. L'Europa invecchia e entro il 2050 la maggior parte dei suoi Paesi avrà meno persone in età da lavoro (EUobserver, su dati Eurostat). Così il governo italiano, tra i più duri sugli arrivi irregolari, ha programmato quasi 500.000 ingressi di lavoratori stranieri in tre anni, per la «manodopera indispensabile» che le imprese non trovano (Sky TG24, 30/6/2025). La Spagna ha scelto di dare documenti a chi è già nel Paese (Euro Weekly News, 17/10/2026). Sono due strade diverse verso lo stesso bisogno.
Paura e sicurezza in Italia
In Italia l'immigrazione si discute soprattutto come problema di sicurezza, e la paura è cresciuta in fretta: in quattro anni la sicurezza è salita dal decimo al secondo posto tra le preoccupazioni degli italiani. Ma la paura dipende anche da come si vota: l'immigrazione irregolare preoccupa più di quattro elettori di centrodestra su dieci e poco più di uno su dieci a centrosinistra (Open, su sondaggio Ipsos Doxa, 11/10/2026). La stessa realtà, vista da due campi, fa paure diverse.
I dati dicono due cose, e vanno tenute insieme. I reati denunciati nel 2025 sono calati. E gli stranieri sono più di un terzo delle persone denunciate o arrestate, pur essendo meno di un decimo della popolazione: la sproporzione esiste, soprattutto per furti, rapine e spaccio (Open, su dati del Viminale, 12/10/2026).
Che cosa la spiega? Non la provenienza, ma la condizione. Nel 2007 l'Italia assegnò i permessi di lavoro con il «click day»: chi mandava la domanda per primo lo otteneva, chi arrivava pochi minuti dopo no. Due gruppi di persone uguali in tutto, tranne la fortuna. L'economista Paolo Pinotti li ha seguiti: chi aveva ottenuto il permesso, l'anno dopo, aveva commesso meno della metà dei reati gravi degli altri (Cato Institute, sintesi dello studio). Con un documento si può lavorare in regola, affittare una casa, perdere qualcosa se si sbaglia. Senza, resta il lavoro nero e spesso la strada.
E gli irregolari non arrivano solo dal mare: li producono anche le leggi. In Italia sette domande d'asilo su dieci vengono respinte (Il Fatto Quotidiano, su dati ISMU, 26/2/2026). Chi riceve un no, ma non viene rimpatriato perché il suo Paese non lo riprende, resta qui senza documenti. Il disagio che molti vedono in alcuni quartieri delle grandi città nasce anche da questo: persone che non possono lavorare in regola né essere mandate a casa.
Il modello Albania
La risposta su cui i governi puntano di più sono i centri di rimpatrio, anche all'estero. Il modello è italiano. I due centri costruiti in Albania dovevano esaminare in fretta le domande d'asilo; i giudici hanno bloccato i trattenimenti e da marzo 2025 uno dei due è diventato un centro per il rimpatrio (Il Post, 11/6/2026).
I risultati sono lontani dalle promesse. Il governo prevedeva circa 3.000 persone al mese; ne sono passate circa 500 in tutto, per una spesa di oltre 670 milioni di euro (Euronews, 26/8/2026). I rimpatri, secondo le associazioni, sono una novantina, e tutti sono avvenuti dopo aver riportato le persone in Italia; il Viminale non pubblica i suoi dati. Il motivo è lo stesso che vale per i centri in Italia: per rimpatriare qualcuno serve che il suo Paese accetti di riprenderlo, e con molti Paesi gli accordi non ci sono.
La Corte di giustizia dell'UE deve ancora decidere se il modello rispetta il diritto europeo (il nostro pezzo). Ma l'Europa ha già deciso di seguirlo. «L'Italia ha indicato la strada e oggi l'Europa la sta percorrendo», ha detto Giorgia Meloni (Avvenire, 11/6/2026). Danimarca, Austria, Germania, Paesi Bassi e Grecia vogliono i primi trasferimenti in un Paese fuori dall'Unione nel 2027; la stampa indica Uganda e Ruanda (Euronews, 4/9/2026). Il Regno Unito ci aveva già provato con il Ruanda: il piano è stato abbandonato dopo quattro partenze volontarie.
Lo stesso metro
Le conclusioni del vertice ricordano anche la proroga fino al 2028 della protezione temporanea per i 4,4 milioni di ucraini che vivono nell'Unione (Euromaidan Press, su dati Eurostat, 12/8/2026). È uno strumento che esisteva dal 2001 e non era mai stato usato, nemmeno per i siriani nel 2015 (Verfassungsblog, 10/3/2022). Funziona in modo semplice: chi fugge da una certa guerra riceve subito il diritto di vivere, lavorare e studiare nell'Unione, senza domande d'asilo una per una. Chi fugge dal Sudan, invece, trova il deserto, il mare e le intercettazioni pagate dall'Europa (il nostro pezzo sull'Ucraina e il Sudan).
Che cosa ha funzionato
La protezione temporanea ha dato in pochi giorni una vita regolare a milioni di ucraini. Il Patto ha dato regole comuni dove prima ognuno faceva da sé. E i canali legali, italiani e spagnoli, riconoscono un fatto che il dibattito spesso nasconde: l'economia europea ha bisogno di queste persone.
Il nostro giudizio
Questa sezione esprime la posizione del sito. È separata dai fatti esposti sopra.
L'immigrazione è usata come leva politica. La paura è reale e va rispettata: chi vive in un quartiere degradato ha bisogno di risposte, non di lezioni. Ma i dati dicono che a produrre insicurezza non è la provenienza, è l'irregolarità. Leggi che moltiplicano gli irregolari senza riuscire a rimpatriarli alimentano proprio il problema che promettono di risolvere.
Il modello Albania lo mostra: il nodo dei rimpatri non è dove si trattiene una persona, ma se il suo Paese accetta di riprenderla. Un centro oltre l'Adriatico costa di più e non rimpatria di più. Che l'Europa voglia copiarlo prima ancora della sentenza dice quanto conti il messaggio più del risultato. Intanto gli arrivi calano, e il prezzo lo paga chi muore in mare, lontano dalle telecamere.
Ed è incoerente accusare di «attirare migranti» chi dà documenti a chi già lavora, mentre si cercano mezzo milione di lavoratori all'estero. Con gli ucraini l'Europa ha dimostrato che accogliere bene si può. Chiedere lo stesso metro per chi fugge da altre guerre significa applicare le regole che l'Europa si è data: esternalizzare non cancella l'obbligo, lo sposta solo dove è più difficile farlo valere (il nostro manifesto).
Cosa seguire
- Il vertice di dicembre e le regole per le emergenze che la Commissione presenterà entro fine anno.
- La sentenza della Corte di giustizia sui centri in Albania e il primo accordo per un centro di rimpatrio fuori dall'Unione.
- I dati sulle morti in mare a fine anno.
- I dati sui reati del 2026, in vista della campagna elettorale italiana.
Fonti: EU Perspectives, 16/10/2026 · Euronews, 16/10/2026 · Consiglio europeo, 16/10/2026 · Frontex, agosto 2026 · UNRIC, su dati dell'OIM, 17/9/2026 · Euronews, 10/6/2026 · Consiglio dell'UE, 1/6/2026 · Human Rights Watch, 16/7/2026 · EUobserver, su dati Eurostat · Sky TG24, 30/6/2025 · Euro Weekly News, 17/10/2026 · Open, su sondaggio Ipsos Doxa, 11/10/2026 · Open, su dati del Viminale, 12/10/2026 · Cato Institute, sintesi dello studio · Il Fatto Quotidiano, su dati ISMU, 26/2/2026 · Il Post, 11/6/2026 · Euronews, 26/8/2026 · Avvenire, 11/6/2026 · Euronews, 4/9/2026 · Euromaidan Press, su dati Eurostat, 12/8/2026 · Verfassungsblog, 10/3/2022
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