
IWILLNOTLOOKAWAY.ORG
GLOSSARIO
Sudan: i popoli, la storia, chi combatte e perché
Aggiornato al 22 ottobre 2026
Le notizie sul Sudan parlano di «due generali», di RSF, di Darfur, di El Fasher, ma raramente spiegano chi sono i popoli coinvolti, da dove nasce la guerra e chi ci guadagna. Questa scheda raccoglie il contesto essenziale. È aggiornabile: ogni modifica è registrata in fondo, con data e fonte.
In sintesi
- Il Sudan ha circa 50 milioni di abitanti, in gran parte musulmani sunniti. Accanto agli arabi sudanesi, che sono il gruppo più numeroso, vivono molti popoli non arabi: fur, zaghawa e masalit in Darfur, beja a est, nuba al centro-sud, nubiani a nord.
- Dall'indipendenza (1956) il Paese è stato governato quasi sempre da militari o da regimi con l'appoggio dell'esercito. Le guerre contro le periferie, il Sud, il Darfur, i monti Nuba e il Nilo Azzurro, sono cominciate prima dell'indipendenza. Il Sud se n'è andato nel 2011.
- Dal 15 aprile 2023 combattono l'esercito regolare (SAF) del generale al-Burhan e le Forze di supporto rapido (RSF) del generale Dagalo, detto Hemedti. Fino al 2021 avevano governato insieme. Oggi i governi rivali sono due: uno a Khartoum, l'altro a Nyala, in Darfur.
- È la più grande crisi di sfollamento del mondo: circa 8,8 milioni di sfollati interni e 4,3 milioni di rifugiati all'estero, e 19,5 milioni di persone in insicurezza alimentare acuta.
- Una missione d'inchiesta dell'ONU ha concluso che l'attacco delle RSF a El Fasher, nell'ottobre 2025, ha i «tratti distintivi del genocidio». Entrambe le parti sono accusate di crimini di guerra. Dietro di loro ci sono Stati stranieri, e sotto, l'oro.
Terra e popoli
Il Nilo lo attraversa da sud a nord: a Khartoum si incontrano il Nilo Bianco, che viene dall'Uganda, e il Nilo Azzurro, che viene dall'Etiopia. Lungo il fiume e nella pianura tra i due Nili, la Gezira, vive la parte più ricca e più rappresentata del Paese. Tutto intorno ci sono le periferie: il deserto a nord, le colline del Mar Rosso a est, le savane del Kordofan e del Darfur a ovest, i monti Nuba e il Nilo Azzurro a sud. Come in molti Paesi africani, il centro governa e le periferie resistono.
Un'avvertenza sui numeri. Il Sudan ha contato le etnie in un solo censimento, quello del 1956 (Human Rights Watch). L'ultimo censimento generale, del 2008, comprendeva ancora il Sud ma non chiedeva l'etnia; il conteggio era contestato e non è mai stato ripetuto. Inoltre «arabo» in Sudan non è una categoria biologica: indica chi parla arabo come prima lingua e si riconosce in una genealogia araba. Un fur che diventava allevatore nomade poteva essere considerato baggara, cioè arabo (Library of Congress). Per questo le cifre che seguono sono di tre tipi, sempre indicati:
- censimento 1956: le quote di allora, che però comprendevano anche il Sud, oggi Sud Sudan;
- censimento 2008: gli abitanti degli Stati in cui un popolo vive, che non coincidono con il popolo (Ufficio centrale di statistica);
- stima: valutazioni di organizzazioni indipendenti, come Minority Rights Group.
La popolazione totale stimata oggi è di circa 50 milioni (The National). Tutti i popoli che seguono sono africani; la distinzione che conta in questa guerra è tra chi si definisce arabo e chi no.
- Arabi sudanesi — il gruppo più numeroso. Nel 1956 erano il 39% di tutto il Sudan, Sud compreso (censimento); nel 1983 erano quasi il 55% delle province del Nord (Library of Congress). Non sono un blocco unico. Le tribù del fiume, come i ja'aliyin, vivono lungo il Nilo a nord di Khartoum: è il mondo da cui proviene gran parte dell'élite che governa dall'indipendenza, perché il sistema politico ha sempre favorito i gruppi arabi e musulmani intorno alla capitale (Freedom House). I baggara («quelli delle vacche») e gli abbala («quelli dei cammelli») sono allevatori del Kordofan e del Darfur: tra loro i rizeigat, la tribù di Hemedti, e i misseriya. Da questi allevatori il governo ha reclutato, negli anni Duemila, le milizie janjawid.
- Fur — il popolo più numeroso del Darfur, che porta il loro nome: «Dar Fur» significa «terra dei fur». Nessuna stima affidabile. Sono agricoltori stanziali intorno al massiccio del Jebel Marra, musulmani ma non arabizzati, e fino al 1916 avevano un sultanato indipendente (Library of Congress). Nei cinque Stati del Darfur vivevano nel 2008 circa 7,5 milioni di persone (censimento), e secondo l'agenzia UE per l'asilo i gruppi non arabi sono tra i due terzi e i tre quarti della popolazione della regione (EUAA).
- Zaghawa — nessuna stima affidabile. Allevatori seminomadi del nord del Darfur, vivono a cavallo del confine con il Ciad, dove molti hanno ruoli importanti nell'esercito (Library of Congress; Al Jazeera). Da loro provengono i capi di due dei principali movimenti armati del Darfur, oggi alleati dell'esercito (vedi «Chi è chi»).
- Masalit — circa 350.000 parlanti secondo Ethnologue (2011), citato dalla commissione canadese per i rifugiati (IRB Canada). Agricoltori del Darfur occidentale, intorno a El Geneina. Nel 2023 sono stati tra i primi bersagli delle RSF: secondo un gruppo di esperti dell'ONU, a El Geneina sono state uccise tra 10.000 e 15.000 persone (Justice Info).
- Beja — circa 2-3 milioni (stima, Minority Rights Group). Vivono a est, tra le colline del Mar Rosso, Port Sudan e Kassala, e vivono lì da prima dell'arrivo degli arabi. Parlano una lingua propria, il bedawiye, e sono musulmani sufi. Sono tra i più poveri del Paese (stessa fonte), anche se Port Sudan, il principale sbocco sul mare, è nella loro terra.
- Nuba — circa 3,7 milioni (stima, Minority Rights Group, 2018); nel 1956 erano il 6% (censimento). Non sono un popolo solo ma oltre cinquanta comunità diverse che abitano i monti Nuba, nel Kordofan meridionale, e parlano lingue diverse. Sono musulmani, cristiani o di religione tradizionale. Nel 1992 il governatore del Kordofan dichiarò la jihad contro di loro (stessa fonte). Il loro movimento armato, l'SPLM-N, controlla parte dei monti.
- Nubiani — nel 1956 erano il 3% (censimento). Vivono lungo il Nilo all'estremo nord e nel sud dell'Egitto, e discendono dalle antiche civiltà nubiane. Negli anni Sessanta la diga egiziana di Assuan ha sommerso le loro terre: tra 35.000 e 50.000 furono trasferiti a Khashm al-Qirbah, nell'est (Library of Congress).
- Popoli di origine dell'Africa occidentale (in Sudan detti «fallata») — nel 1990 erano quasi un milione, circa il 6,5% della popolazione, per quasi il 60% di origine nigeriana (stessa fonte). Sono soprattutto hausa e fulani, arrivati in epoche diverse.
- Popoli del Nilo Azzurro — nessuna stima affidabile. Nello Stato del Nilo Azzurro, al confine con l'Etiopia e il Sud Sudan, vivevano nel 2008 832.112 persone (censimento). È una regione di molti piccoli popoli, alcuni cristiani o di religione tradizionale, dove l'SPLM-N combatte dal 2011.
Religione: secondo il governo, circa il 91% della popolazione è musulmana, quasi tutta sunnita e con una forte tradizione sufi; i cristiani vivono soprattutto nelle città, sui monti Nuba e nel Nilo Azzurro; meno dell'1% segue religioni tradizionali (Dipartimento di Stato USA, 2019).
Risorse: oro, petrolio, terra fertile e acqua del Nilo, bestiame, la costa sul Mar Rosso. Il Sudan è il terzo produttore d'oro dell'Africa (Al Jazeera). Con l'indipendenza del Sud, nel 2011, ha perso circa tre quarti della produzione di petrolio (The New Humanitarian), e l'oro è diventato la prima esportazione: nel 2024 valeva quasi metà delle esportazioni registrate (Steptoe).
Storia breve
Prima della colonizzazione. Lungo il Nilo nasce uno dei più antichi regni dell'Africa, Kush. Nell'VIII secolo a.C. i suoi re conquistano l'Egitto e lo governano per quasi un secolo, come XXV dinastia dei faraoni. Nel VI secolo d.C. i tre regni della Nubia diventano cristiani, e lo restano per quasi mille anni. Nel 1504 nasce sul Nilo Azzurro il sultanato musulmano Funj, con capitale Sennar (Ambasciata del Sudan nei Paesi Bassi); nel Seicento, a ovest, i fur fondano il sultanato del Darfur (Macquarie University). L'arabo e l'islam si diffondono lentamente, con i commercianti e le tribù arrivate dall'Egitto e dalla penisola arabica.
La conquista turco-egiziana (1821-1885). Nel 1821 l'esercito di Muhammad Ali, il pascià dell'Egitto ottomano, invade il Paese. Lo scopo dichiarato è prendere «l'oro e gli schiavi» che servono a costruire lo Stato egiziano (Fanack). Tasse pesanti e repressione provocano rivolte continue (stessa fonte). Nel 1874 anche il Darfur viene annesso (Macquarie, cit.).
Il Mahdi (1881-1898). Nel 1881 un predicatore, Muhammad Ahmad, si proclama Mahdi, il redentore atteso dall'islam, e guida la rivolta contro il dominio turco-egiziano. Nel 1885 le sue forze prendono Khartoum e uccidono il generale britannico Gordon. Il suo Stato dura tredici anni: il 2 settembre 1898, a Omdurman, l'esercito anglo-egiziano di Kitchener lo distrugge (National Army Museum).
Il condominio anglo-egiziano (1899-1955). Formalmente il Sudan è governato insieme da Regno Unito ed Egitto; di fatto comandano i britannici (Fanack). Il Darfur torna indipendente sotto il sultano Ali Dinar ed è conquistato solo nel 1916 (Macquarie, cit.). Tre scelte coloniali pesano ancora oggi:
- Il centro sviluppato, le periferie no. I britannici investono lungo il Nilo: Port Sudan nel 1906, il grande progetto di cotone della Gezira dal 1911, la diga di Sennar nel 1925 (Fanack, cit.). Il Darfur, il Kordofan, l'est e il Sud restano quasi senza scuole e strade.
- Due Sudan. Dal 1922 le «ordinanze sui distretti chiusi» vietano ai sudanesi del Nord di entrare e commerciare nel Sud (Fanack, cit.); dal 1930 la «politica meridionale» prepara il Sud a un futuro separato, con missionari cristiani al posto dell'amministrazione araba (Library of Congress).
- Il potere a chi sta sul fiume. Con l'indipendenza il potere resta ai gruppi arabi e musulmani della zona di Khartoum, che il sistema politico ha sempre favorito a spese di Darfur, Kordofan meridionale e Nilo Azzurro (Freedom House).
L'indipendenza e le guerre col Sud (1955-2005). Nell'agosto 1955, cinque mesi prima dell'indipendenza, i soldati del Sud si ammutinano: comincia la prima guerra civile. L'indipendenza arriva il 1° gennaio 1956. Due anni dopo, nel 1958, il generale Abboud prende il potere; nel 1964 una rivolta popolare lo caccia; nel 1969 il colonnello Nimeiri fa un nuovo colpo di Stato. Nel 1972 l'accordo di Addis Abeba dà autonomia al Sud e chiude la prima guerra. Nel 1983 Nimeiri lo cancella e impone la sharia a tutto il Paese, con le «leggi di settembre»: comincia la seconda guerra civile, guidata nel Sud da John Garang e dal suo SPLA (Refworld). Durerà fino al 2005 e farà circa due milioni di morti (CFR).
Bashir (1989-2019). Il 30 giugno 1989 il generale Omar al-Bashir prende il potere con l'appoggio degli islamisti di Hassan al-Turabi (Refworld, cit.). Negli anni Novanta il Sudan finisce nella lista americana degli Stati che sostengono il terrorismo, dove resterà per 27 anni (Africanews). Nel 2000 un gruppo di intellettuali del Darfur diffonde clandestinamente il «Libro nero», secondo cui le élite del Nilo detengono il 95% del potere e della ricchezza del Paese (Al Jazeera). Nel 2003 i movimenti armati del Darfur, l'SLA e il JEM, si ribellano. Il governo risponde armando le milizie janjawid, reclutate tra gli allevatori arabi: villaggi bruciati, stupri, espulsioni di massa contro fur, zaghawa e masalit. Gli Stati Uniti hanno confermato la distruzione di 2.964 villaggi tra il 2003 e il 2009 (IRB Canada). I morti sono circa 300.000 (CFR). Nel 2005 il Consiglio di sicurezza affida il Darfur alla Corte penale internazionale, che nel 2009 chiede l'arresto di Bashir e nel 2010 aggiunge l'accusa di genocidio contro fur, masalit e zaghawa (CPI). Sempre nel 2005 l'accordo di pace con il Sud prevede un referendum: nel 2011 il Sud vota e diventa indipendente. Nel 2013 Bashir trasforma i janjawid in un corpo ufficiale, le Forze di supporto rapido, sotto il comando di Hemedti e alle sue dirette dipendenze (CFR, cit.; BBC, via allAfrica).
La rivoluzione e la transizione (2018-2021). Nel dicembre 2018 cominciano proteste in tutto il Paese. L'11 aprile 2019 l'esercito e le RSF, insieme, depongono Bashir (HRW). Il 3 giugno forze guidate dalle RSF disperdono il sit-in davanti al comando dell'esercito a Khartoum: secondo il sindacato dei medici, tra il 3 e il 18 giugno vengono uccise 124 persone (stessa fonte). Ad agosto militari e civili firmano un accordo di condivisione del potere; il premier è l'economista Abdalla Hamdok, Burhan presiede il Consiglio sovrano e Hemedti è il suo vice. Nel dicembre 2020 gli Stati Uniti tolgono il Sudan dalla lista dei sostenitori del terrorismo, dopo che il Paese ha accettato di pagare 335 milioni di dollari alle vittime degli attentati del 1998 e di normalizzare i rapporti con Israele (Africanews).
Il golpe e la guerra (dal 2021). Il 25 ottobre 2021 Burhan e Hemedti, insieme, rovesciano il governo civile. Nel dicembre 2022 un accordo quadro prevede il ritorno ai civili, ma non fissa una data per l'integrazione delle RSF nell'esercito. Su questo punto i due generali rompono: il 15 aprile 2023 si combatte a Khartoum (CFR). Il governo fugge a Port Sudan. Le RSF occupano gran parte della capitale e, nel Darfur occidentale, El Geneina. Nel marzo 2025 l'esercito riprende Khartoum; il 26 ottobre 2025, dopo un assedio di diciotto mesi, le RSF prendono El Fasher, l'ultima grande città del Darfur ancora in mano all'esercito. Secondo l'ONU, in quei giorni sono state uccise più di 6.000 persone (People Daily, da ICC e ONU).
Due governi (2025-2026). Nel luglio 2025 le RSF e i loro alleati annunciano un governo parallelo, con sede di fatto a Nyala, capoluogo del Darfur meridionale (Sudan War Monitor). L'11 gennaio 2026 il governo dell'esercito torna a Khartoum dopo quasi tre anni a Port Sudan (Al Jazeera). Nel 2026 l'esercito avanza in Kordofan: a febbraio rompe l'assedio di Kadugli (Anadolu), a ottobre prende al-Mazroub e punta su En Nahud (Al Jazeera). Le RSF tengono quasi tutto il Darfur e attaccano con i droni le città dell'esercito, fino al Nilo Azzurro.
Chi governa e come
Oggi in Sudan ci sono due governi, e nessuno dei due è stato eletto. Dalla caduta di Bashir non si è più votato, e non esiste un Parlamento (Freedom House).
- Il governo dell'esercito, con sede a Khartoum, è quello che occupa il seggio del Sudan all'ONU (The National). Al vertice c'è il Consiglio sovrano presieduto da Burhan; dal maggio 2025 il primo ministro è il giurista Kamil Idris (stessa fonte).
- Il governo delle RSF, chiamato «di pace e unità», nasce dall'alleanza Tasis («fondazione») ed è guidato da un consiglio presidenziale di quindici membri presieduto da Hemedti; il primo ministro è Mohamed Hassan al-Ta'aishi (Sudan War Monitor).
Due istituti indipendenti, di due Paesi diversi, arrivano alla stessa conclusione:
- Freedom House (Stati Uniti), rapporto 2026: 1 punto su 100, «non libero». Ha perso un punto rispetto all'anno prima per le uccisioni e le espulsioni su base etnica (Freedom House).
- V-Dem (Svezia), rapporto 2026: «autocrazia chiusa», la categoria dei regimi in cui non si vota per chi governa (V-Dem). Che cosa distingue un'autocrazia da una democrazia lo spieghiamo nella voce Autocrazia.
Il 22 settembre 2026 il Dipartimento di Stato americano ha dichiarato che né l'esercito né le RSF, né i loro capi, rappresentano un governo legittimo: entrambi governano «solo con la forza delle armi» (The National). Il governo di Khartoum ha respinto la dichiarazione.
Chi è chi
| Chi | Chi lo guida | Posizione |
|---|---|---|
| Forze armate sudanesi (SAF) e Consiglio sovrano, Khartoum | Gen. Abdel Fattah al-Burhan | Controllano il nord, l'est, il centro e Khartoum. Burhan ha detto il 6 ottobre 2026 di voler riprendere «ogni centimetro» e di rifiutare i negoziati (Al Jazeera). Sanzionato dagli USA nel gennaio 2025 per bombardamenti su scuole, mercati e ospedali (The Sentry) |
| Governo di Khartoum | Kamil Idris, primo ministro dal maggio 2025 | Il governo civile nominato dall'esercito, rientrato nella capitale nel gennaio 2026 |
| Forze di supporto rapido (RSF) e governo Tasis, Nyala | Gen. Mohamed Hamdan Dagalo, «Hemedti» | Nate dai janjawid. Controllano quasi tutto il Darfur e parte del Kordofan. Sanzionato dagli USA nel gennaio 2025, quando Washington ha stabilito che le RSF hanno commesso un genocidio (CBC) |
| SPLM-N (Movimento di liberazione del popolo sudanese, Nord), monti Nuba | Abdelaziz al-Hilu | Combatte dal 2011 per i nuba. Dal 2025 è alleato delle RSF e al-Hilu è vicepresidente del governo Tasis (Sudan War Monitor) |
| Forze congiunte del Darfur | Minni Minnawi (SLA) e Jibril Ibrahim (JEM), entrambi zaghawa | Gli ex ribelli del 2003, oggi alleati dell'esercito contro le RSF (Asharq Al-Awsat). Jibril Ibrahim è ministro delle Finanze del governo di Khartoum (The New Arab; Wikipedia) |
| Movimento islamico e brigata al-Baraa ibn Malik | Ali Karti, segretario generale del Movimento islamico | Gli islamisti dell'era Bashir combattono a fianco dell'esercito. Il 9 marzo 2026 gli USA li hanno designati come organizzazione terroristica (CSW) |
| SLM-AW (Movimento di liberazione del Sudan), Jebel Marra | Abdel Wahid al-Nur | Controlla gran parte del massiccio del Jebel Marra e accoglie centinaia di migliaia di sfollati a Tawila. Non combatte con nessuna delle due parti. A settembre 2026 la sua amministrazione ha dichiarato la carestia (Sudan Tribune) |
| Sumud (Alleanza civile democratica delle forze rivoluzionarie) | Abdalla Hamdok, ex primo ministro | La coalizione civile nata nel 2025 dalla rivoluzione del 2019. Rifiuta di schierarsi con l'una o l'altra parte (Sudans Post) |
Da dove nasce il conflitto
Usiamo i quattro livelli del nostro pezzo «Le guerre del mondo sono "musulmane"?». Qui quasi tutti i combattenti sono musulmani sunniti: la religione non divide le parti.
Il terreno: un centro e le sue periferie. Il Sudan è nato da una conquista, quella turco-egiziana del 1821, e i confini sono quelli fissati da Il Cairo e da Londra. Per due secoli il centro sul Nilo ha preso dalle periferie schiavi, soldati, oro e bestiame, e ha restituito poco. I britannici hanno rafforzato lo squilibrio, investendo lungo il fiume e isolando il Sud. Dopo l'indipendenza le élite arabe del Nilo hanno conservato quel modello: è l'accusa del «Libro nero» del 2000. Le guerre del Sud, del Darfur, dei monti Nuba e del Nilo Azzurro nascono tutte qui.
Questo non assolve i governi successivi. Il colonialismo ha lasciato lo squilibrio; armare una parte della popolazione contro l'altra è stata una scelta presa a Khartoum, da Nimeiri, da Bashir e dai generali che gli sono succeduti.
La scintilla: due eserciti per uno Stato. Bashir aveva creato le RSF come un esercito personale, separato dall'esercito regolare e fedele a lui. Dopo la sua caduta, i due eserciti si sono trovati a dividersi il potere e le ricchezze del Paese. L'accordo del dicembre 2022 chiedeva di unirli, ma senza una data; nessuno dei due generali voleva cedere il comando. Il 15 aprile 2023 la disputa è diventata guerra.
La bandiera: arabi e non arabi. Nessuna delle due parti combatte in nome dell'etnia. Ma in Darfur la guerra ha ripreso le linee di quella del 2003. Le RSF e le milizie alleate hanno attaccato in modo sistematico masalit, fur e zaghawa: per la missione d'inchiesta dell'ONU, a El Fasher queste violenze «non sono stati eccessi casuali» ma un'operazione pianificata (ONU Ginevra). Dall'altra parte, l'esercito ha arruolato milizie su base tribale e islamista, e i civili delle tribù arabe vengono accusati di stare con le RSF. Dietro l'etnia c'è anche la terra: i pascoli degli allevatori e i campi degli agricoltori, che la siccità ha reso sempre più scarsi (HRW).
Il moltiplicatore esterno: armi, oro e porti. Una guerra di questa durata non si combatte senza rifornimenti. La sezione seguente documenta chi rifornisce le due parti, chi compra l'oro e chi vuole un porto sul Mar Rosso.
A chi giova
Documentiamo interessi dichiarati o verificabili, non moventi. Se un attore nega, lo diciamo.
I due generali e l'oro. Prima ancora di comandare le RSF, Hemedti ha preso il controllo di Jebel Amer, la più grande miniera d'oro artigianale del Darfur. L'azienda della sua famiglia, al-Junaid, è diventata il primo esportatore d'oro del Paese (BBC, via allAfrica); gli Stati Uniti l'hanno sanzionata nel giugno 2023 (Steptoe). Nel 2015 Hemedti ha anche venduto i suoi uomini ad Arabia Saudita ed Emirati per combattere in Yemen (BBC, cit.). Ma l'oro finanzia anche l'esercito: nel 2024 il governo di Port Sudan ha esportato ufficialmente oro per 1,97 miliardi di dollari, quasi metà di tutte le esportazioni registrate, e secondo la società mineraria di Stato l'80% dell'oro esce dal Paese di contrabbando (Steptoe, cit.). Nel luglio 2026 l'Unione europea ha vietato l'acquisto di oro sudanese, accusando entrambe le parti di finanziare così la guerra; il Regno Unito ha sanzionato un finanziatore delle RSF e tre società minerarie di Stato (stessa fonte).
Gli Emirati Arabi Uniti. Secondo la missione d'inchiesta dell'ONU ci sono «ragionevoli motivi» per ritenere che una rete con basi negli Emirati, in Ciad, in Libia e nel Puntland abbia rifornito le RSF di armi, droni, carburante e mercenari. Gli Emirati negano ogni coinvolgimento (ne abbiamo scritto in «Sudan, la guerra a distanza»). I loro interessi documentati:
- l'oro: nel 2024 gli Emirati hanno importato direttamente dal Sudan 29 tonnellate d'oro, contro le 17 del 2023, secondo i dati ONU raccolti dall'ong Swissaid (Swissaid). Gli Emirati comprano l'oro esportato dal governo dell'esercito, e Stati Uniti, Regno Unito e UE hanno sanzionato commercianti con sede negli Emirati per aver comprato oro dalle miniere delle RSF (Steptoe). Le autorità emiratine hanno detto che quelle società operavano senza licenza attiva (stessa fonte);
- il Mar Rosso: nel 2022 due società emiratine avevano firmato un progetto da 6 miliardi di dollari per un porto e una zona agricola ad Abu Amama, a nord di Port Sudan. Nel novembre 2024 il governo dell'esercito lo ha cancellato, accusando gli Emirati di sostenere le RSF (The New Arab).
L'Egitto è il principale sostegno regionale dell'esercito: aerei, munizioni e intelligence (CFR). Vuole un governo amico a sud, sul Nilo da cui dipende la sua acqua, mentre la contesa con l'Etiopia sulla grande diga GERD resta aperta. Secondo inchieste giornalistiche, tra cui una del New York Times, l'Egitto è passato dal sostegno all'intervento diretto, con droni lanciati da una base nel deserto egiziano; Il Cairo lo nega e dice di avere in Sudan solo addestratori (Horn Review).
L'Arabia Saudita si dichiara neutrale e ha ospitato i colloqui di Gedda del 2023, ma sostiene la legittimità dell'esercito (CFR). Secondo la stampa economica africana, un contratto da 1,5 miliardi di dollari per armi pakistane all'esercito, pagato da Riad, era legato a un accordo sull'oro sudanese con la raffineria saudita; Reuters ha riferito che è stato annullato nell'aprile 2026 dopo proteste di governi occidentali (Steptoe).
La Turchia e l'Iran. L'Iran ha fornito all'esercito droni Mohajer-6 (CFR). La missione ONU ha riconosciuto, nei filmati di attacchi dell'esercito, droni compatibili con modelli turchi, ma non ha attribuito la fornitura a nessuno Stato (lo abbiamo riportato in «Sudan, la guerra a distanza»).
La Russia ha cambiato cavallo. Dal 2017 la società Meroe Gold, che secondo il Tesoro americano era una copertura del gruppo Wagner, estraeva oro in Sudan; Wagner aveva poi stretto rapporti con Hemedti (Al Jazeera). Oggi Mosca sostiene l'esercito (CFR), e l'interesse è un porto: un accordo del 2020 prevede una base navale russa a Port Sudan per 25 anni, con fino a quattro navi e 300 militari. Non è mai stato ratificato e nel novembre 2025 l'ambasciatore russo lo ha detto «fermo» per la guerra (Kyiv Post); secondo il Wall Street Journal, a dicembre l'esercito lo ha offerto di nuovo in cambio di armi (The New Arab). Nel novembre 2024 la Russia ha posto il veto a una risoluzione del Consiglio di sicurezza che chiedeva il cessate il fuoco (Al Jazeera).
I vicini. Il Ciad e la Libia orientale del generale Haftar sono indicati dalla missione ONU come snodi dei rifornimenti alle RSF; immagini satellitari e inchieste giornalistiche collegano strutture militari etiopi ai rifornimenti e all'addestramento delle RSF (CFR). Il Kenya ha ospitato a Nairobi, nel febbraio 2025, la firma della carta del governo parallelo (stessa fonte).
Gli Stati Uniti e l'Europa. Hanno sanzionato i capi di entrambe le parti e le loro aziende. Gli Stati Uniti hanno stabilito nel gennaio 2025 che le RSF hanno commesso un genocidio e nel maggio 2025 che l'esercito ha usato armi chimiche nel 2024, accusa che il governo respinge (Justice Info). Ma Emirati, Egitto e Arabia Saudita, i principali sostenitori esterni delle due parti, sono anche partner strategici di Washington e dei Paesi europei, Italia compresa. E l'attenzione dell'Europa resta molto minore che per altre guerre, come abbiamo documentato in «Perché l'Ucraina e non il Sudan».
Gli islamisti. Esclusi dal potere dalla rivoluzione del 2019, sono tornati in prima linea combattendo a fianco dell'esercito (Asharq Al-Awsat). Per i gruppi civili la loro presenza è uno dei motivi per cui l'esercito rifiuta i negoziati; l'esercito risponde che le milizie sono sotto il suo comando.
Chi interviene da fuori
- Il «Quartetto» (Stati Uniti, Arabia Saudita, Egitto, Emirati). Il 12 settembre 2025 ha approvato una tabella di marcia: una tregua umanitaria di tre mesi, poi un cessate il fuoco permanente e una transizione verso un governo civile (Sudan Tribune). Al 22 ottobre 2026 la tregua non è mai entrata in vigore. Secondo Reuters, gli Stati Uniti hanno negato il visto a Burhan per l'Assemblea generale dell'ONU dopo che aveva rifiutato una tregua di 90 giorni (Sudan Tribune).
- ONU. Dal 2004 il Consiglio di sicurezza vieta di fornire armi in Darfur (risoluzioni 1556 e 1591). Il 12 settembre 2026 ha rinnovato l'embargo ma lo ha lasciato limitato al Darfur, mentre gli Stati Uniti e la missione ONU chiedevano di estenderlo a tutto il Paese (allAfrica). L'inviato personale del segretario generale è l'ex ministro degli Esteri finlandese Pekka Haavisto, nominato nel febbraio 2026 (ONU). Il 5 ottobre 2026 il Consiglio dei diritti umani ha rinnovato per un anno la missione d'inchiesta; il governo sudanese la respinge e non concede i visti ai suoi membri (stessa fonte).
- I Paesi che accolgono. Dei 4,3 milioni di rifugiati sudanesi nella regione, circa 1,4 milioni sono in Egitto; gli altri soprattutto in Ciad e in Sud Sudan (ONU Ginevra, da UNHCR).
Il costo umano. Nessuno sa quanti siano i morti. L'organizzazione ACLED, che conta solo le uccisioni documentate nei combattimenti, ne ha registrate almeno 59.000 (AP, via AJC). Gli studi che stimano anche i morti non registrati danno numeri molto più alti: per la London School of Hygiene and Tropical Medicine, nel solo Stato di Khartoum sono morte per tutte le cause più di 61.000 persone nei primi quattordici mesi di guerra (LSHTM); per l'istituto norvegese PRIO, nel 2025 i morti potrebbero essere stati fino a 100.000 (PRIO). Gli sfollati interni sono 8,8 milioni (UNHCR, su dati OIM, maggio 2026), i rifugiati all'estero 4,3 milioni. A maggio 19,5 milioni di persone, più di quattro su dieci, erano in insicurezza alimentare acuta; il 19 ottobre l'IPC, il sistema internazionale che misura la fame, ha avvertito che in Darfur e in Kordofan aumentano le zone a rischio di carestia, anche per la siccità legata a El Niño (AP, via AJC).
Diritto internazionale
I trattati. Secondo la banca dati sul diritto umanitario (Guide du droit humanitaire), il Sudan:
- è parte della Convenzione sul genocidio dal 2003;
- è parte delle Convenzioni di Ginevra dal 1957 e dei due Protocolli aggiuntivi dal 2006: il secondo protegge i civili nelle guerre interne come questa;
- è parte della Convenzione sulle armi chimiche dal 1999 e della Convenzione contro la tortura dal 2021;
- ha firmato lo Statuto di Roma nel 2000 ma non lo ha ratificato.
Le RSF sono un gruppo armato, non uno Stato, ma sono vincolate dal diritto umanitario come l'esercito.
**La Corte penale internazionale.** Il Sudan non ne fa parte, ma nel 2005 il Consiglio di sicurezza le ha affidato i crimini commessi in Darfur (risoluzione 1593). Per questo la Corte può giudicare il Darfur ma non Khartoum, il Kordofan o il Nilo Azzurro. I mandati d'arresto per Bashir, emessi nel 2009 e nel 2010, non sono mai stati eseguiti. Il 6 ottobre 2025 è arrivata la prima condanna per il Darfur, quella dell'ex capo janjawid Ali Kushayb, e il 9 dicembre la pena: 20 anni (CPI). Sulla guerra di oggi la procura indaga sui massacri di El Geneina ed El Fasher e dice di avere «prove concrete» contro i capi delle RSF, ma non ha ancora annunciato accuse (People Daily). I ricercati sudanesi sono nella nostra pagina Latitanti della CPI.
Il genocidio. Il 19 febbraio 2026 la missione d'inchiesta dell'ONU ha concluso che a El Fasher le RSF hanno commesso almeno tre degli atti previsti dalla Convenzione sul genocidio contro zaghawa e fur: uccisioni, gravi danni fisici e mentali, condizioni di vita imposte per distruggere il gruppo (ONU Ginevra). È un accertamento di una commissione d'inchiesta, non una sentenza; lo stesso vale per la determinazione americana del gennaio 2025. Le RSF negano uccisioni su larga scala. Ne abbiamo scritto nel manifesto per il Sudan.
**Il caso alla Corte internazionale di giustizia.** Nel marzo 2025 il Sudan ha accusato gli Emirati di complicità nel genocidio delle RSF (CFR). Il 5 maggio 2025 la Corte ha respinto il caso senza esaminarlo nel merito: quando hanno aderito alla Convenzione, gli Emirati hanno escluso la competenza della Corte sulle controversie che li riguardano (riserva all'articolo IX) (The East African). La decisione non dice nulla sulla fondatezza delle accuse.
Le responsabilità degli altri. Il diritto internazionale non riguarda solo i due generali:
- l'articolo 1 comune alle Convenzioni di Ginevra obbliga tutti gli Stati a far rispettare il diritto umanitario, e uno Stato che aiuta consapevolmente un altro a violarlo ne risponde. Lo abbiamo spiegato in «Sudan, la guerra a distanza»;
- l'embargo ONU sul Darfur vincola tutti gli Stati membri; chi fornisce armi alle RSF in Darfur lo viola;
- la Convenzione sul genocidio obbliga gli Stati a prevenirlo, non solo a punirlo. Nel 2007, nella sentenza Bosnia contro Serbia, la Corte internazionale di giustizia ha stabilito che ogni Stato deve usare «tutti i mezzi ragionevolmente disponibili», tanto più quanto maggiore è la sua capacità di influenzare chi lo commette (Opinio Juris).
Cronologia
| Anno | Fatto |
|---|---|
| XVI-XVII sec. | Sultanato Funj sul Nilo Azzurro; sultanato fur in Darfur |
| 1821 | Conquista turco-egiziana |
| 1881-1885 | Rivolta del Mahdi; presa di Khartoum |
| 1898 | Battaglia di Omdurman; inizia il condominio anglo-egiziano (1899) |
| 1916 | I britannici conquistano il Darfur |
| 1922 · 1930 | Distretti chiusi e «politica meridionale» |
| 1955 | Ammutinamento nel Sud, prima guerra civile |
| 1956 | Indipendenza (1° gennaio) |
| 1958 · 1969 | Colpi di Stato di Abboud e di Nimeiri |
| 1972 | Accordo di Addis Abeba, autonomia al Sud |
| 1983 | Leggi di settembre (sharia), seconda guerra civile |
| 1989 | Colpo di Stato di Bashir e degli islamisti |
| 2003 | Guerra del Darfur; nascono i janjawid |
| 2005 | Accordo di pace con il Sud; il Darfur affidato alla CPI |
| 2009-2010 | Mandati d'arresto della CPI per Bashir |
| 2011 | Il Sud Sudan diventa indipendente |
| 2013 | Nascono le RSF |
| 2019 | Caduta di Bashir (11 aprile); massacro del sit-in (3 giugno); governo di transizione |
| 2020 | Il Sudan esce dalla lista USA dei Paesi che sostengono il terrorismo |
| 2021 | Colpo di Stato di Burhan e Hemedti (25 ottobre) |
| 2023 | Inizia la guerra tra esercito e RSF (15 aprile); massacri di El Geneina |
| 2024 | Veto russo al Consiglio di sicurezza (novembre) |
| 2025 | Genocidio secondo gli USA (gennaio); l'esercito riprende Khartoum (marzo); la CIG respinge il caso contro gli Emirati (maggio); governo parallelo delle RSF (luglio); tabella di marcia del Quartetto (settembre); caduta di El Fasher (26 ottobre); condanna di Kushayb |
| 2026 | Il governo torna a Khartoum (gennaio); l'ONU trova i tratti del genocidio a El Fasher (febbraio); l'UE vieta l'oro sudanese (luglio); offensiva dell'esercito in Kordofan (ottobre) |
Registro delle modifiche
- 22 ottobre 2026: prima versione.
Fonti: Human Rights Watch · Library of Congress · Ufficio centrale di statistica · The National · Freedom House · EUAA · Al Jazeera · IRB Canada · Justice Info · Minority Rights Group · Minority Rights Group · Dipartimento di Stato USA, 2019 · Al Jazeera · The New Humanitarian · Steptoe · Ambasciata del Sudan nei Paesi Bassi · Macquarie University · Fanack · National Army Museum · Fanack · Library of Congress · Refworld · CFR · Africanews · CPI · BBC, via allAfrica · HRW · People Daily, da ICC e ONU · Sudan War Monitor · Al Jazeera · Anadolu · Al Jazeera · V-Dem · Al Jazeera · The Sentry · CBC · Asharq Al-Awsat · The New Arab · Wikipedia · CSW · Sudan Tribune · Sudans Post · ONU Ginevra · HRW · Swissaid · Horn Review · Kyiv Post · The New Arab · Al Jazeera · Justice Info · Sudan Tribune · Sudan Tribune · allAfrica · ONU · ONU Ginevra, da UNHCR · AP, via AJC · LSHTM · PRIO · UNHCR, su dati OIM, maggio 2026 · Guide du droit humanitaire · CPI · The East African · Opinio Juris
Notizie collegate: Sudan, la guerra a distanza: chi fornisce, chi pilota, chi dovrebbe fermarla · Sudan: l'ONU avverte che l'offensiva su El-Obeid rischia nuovi crimini internazionali · Per il Sudan — Il Genocidio da cui il Mondo Distoglie lo Sguardo · Perché l'Ucraina e non il Sudan