I Will Not Look AwayI Will Not Look Away

MANIFESTO

Per il Sudan — Il Genocidio da cui il Mondo Distoglie lo Sguardo

Fondamento giuridico, etico e politico di un'attenzione dovuta · 2026

Manifesto per il Sudan — Il Genocidio da cui il Mondo Distoglie lo Sguardo

Fondamento giuridico, etico e politico di un'attenzione dovuta

A chi è rivolto

Ai governi degli Stati firmatari della Convenzione sul Genocidio. All'Unione Europea e ai suoi Stati membri. Agli Stati che intrattengono relazioni commerciali e militari con chi arma i responsabili. Ai media occidentali, il cui silenzio ha un peso. E a ogni cittadino che si chieda perché alcune vittime riempiono le prime pagine e altre non esistono nemmeno.

Questo manifesto è il terzo di una serie. Il primo riguarda la condotta dello Stato di Israele a Gaza e in Libano; il secondo, quella della Federazione Russa in Ucraina. Tutti e tre applicano lo stesso identico schema giuridico — gli obblighi di non riconoscimento previsti dagli articoli 40-41 ARSIWA — a violatori diversi, di schieramenti diversi, con alleati diversi. Chi legge questo documento per la prima volta è invitato a leggere anche gli altri due, disponibili su iwillnotlookaway.org: il principio che li fonda è uno solo, e si misura proprio sulla sua applicazione senza eccezioni.

I. Premessa

Dall'aprile 2023 il Sudan è devastato da una guerra tra le Forze Armate Sudanesi (SAF) e le Forze di Supporto Rapido (RSF), erede dei Janjaweed che vent'anni fa insanguinarono il Darfur. Il bilancio: oltre 150.000 morti stimati, 12 milioni di sfollati — la più grande crisi di sfollamento al mondo — e la più grave carestia del XXI secolo.

Nel gennaio 2025 il Dipartimento di Stato americano ha formalmente determinato che le RSF hanno commesso genocidio contro le popolazioni non arabe del Darfur. Nel febbraio 2026 la Missione Internazionale d'Inchiesta delle Nazioni Unite è giunta alla stessa conclusione per i fatti di El Fasher.

Due determinazioni formali di genocidio. E il mondo guarda altrove.

Questa piattaforma porta il nome di un impegno: I will not look away. Non distogliere lo sguardo. Nessun caso al mondo rende questo impegno più necessario del Sudan — il genocidio senza telecamere, senza manifestazioni, senza indignazione. Il genocidio che non divide l'opinione pubblica per la ragione più atroce: l'opinione pubblica non sa che esiste.

II. El Fasher

Il 26 ottobre 2025, dopo diciotto mesi di assedio in cui la popolazione è stata deliberatamente ridotta alla fame, le RSF hanno preso El Fasher, capitale del Darfur settentrionale, dove prima della guerra vivevano un milione e mezzo di persone.

L'Ufficio ONU per i Diritti Umani, sulla base di oltre 140 testimonianze, ha documentato più di 6.000 uccisioni nei primi tre giorni: almeno 4.400 dentro la città, oltre 1.600 lungo le vie di fuga, dove i civili in fuga venivano sistematicamente intercettati e giustiziati. Il bilancio reale è certamente superiore; alcune stime parlano di decine di migliaia.

I sopravvissuti riferiscono le parole dei combattenti RSF: «C'è qualche Zaghawa tra di voi? Se troviamo uno Zaghawa, vi uccidiamo tutti». E: «Vogliamo eliminare tutto il nero dal Darfur».

La Missione ONU ha concluso: assedio prolungato, fame inflitta deliberatamente, negazione degli aiuti umanitari, e poi uccisioni di massa, stupri sistematici, torture, sparizioni forzate — «un'operazione pianificata e organizzata che presenta le caratteristiche distintive del genocidio», condotta «con l'intenzione di distruggere, in tutto o in parte, le comunità Zaghawa e Fur».

El Fasher non è un episodio. È la replica di El Geneina e Ardamata (2023, contro i Masalit), del campo profughi di Zamzam (aprile 2025, duemila morti, quattrocentomila in fuga). È un metodo.

III. Quadro normativo violato

La CPI ha già dimostrato di poter agire: nell'ottobre 2025 ha condannato a vent'anni un leader Janjaweed per i crimini del 2003-2004. Vent'anni dopo i fatti. Le vittime di oggi non possono aspettare il 2045.

IV. Chi arma, chi paga, chi guadagna

Le RSF non sono uno Stato. Ma nessun gruppo armato commette un genocidio da solo. Dietro ogni massacro di El Fasher c'è una catena documentata di fornitori, finanziatori e beneficiari.

Gli Emirati Arabi Uniti sono il principale sostegno documentato delle RSF. Amnesty International (maggio 2025) ha identificato nelle mani delle RSF bombe guidate cinesi GB50A — fabbricate nel 2024, mai documentate prima in nessun conflitto al mondo — e obici AH-4 da 155mm: secondo il SIPRI, gli Emirati sono l'unico Paese al mondo ad aver importato quel sistema d'arma dalla Cina. I droni Wing Loong II e FeiHong-95 che li lanciano sono usati in Sudan esclusivamente dalle RSF. Il Panel di Esperti ONU sul Sudan ha rilevato lo stesso pattern. Gli Emirati negano — ma le bombe del 2024 esplose in Darfur nel 2025 non si spiegano da sole.

Il movente non è ideologico: è economico e geopolitico. L'oro sudanese — le cui miniere principali sono controllate dalle RSF del generale Hemedti — fluisce in larga parte verso Dubai, come documentato da Global Witness e The Sentry. A questo si aggiungono gli interessi emiratini sui porti del Mar Rosso e sulle terre agricole sudanesi.

La Cina fabbrica le armi attraverso Norinco, conglomerato statale della difesa, e le vende agli Emirati senza che alcun meccanismo di controllo sulla riesportazione venga applicato — in violazione dello spirito del Trattato sul Commercio delle Armi che gli stessi Emirati hanno firmato.

La Russia ha giocato su entrambi i tavoli: il gruppo Wagner, attraverso le società Meroe Gold e M-Invest sanzionate da USA e UE, ha per anni scambiato armi e addestramento con concessioni aurifere nelle zone controllate dalle RSF, prima del riposizionamento di Mosca verso l'esercito regolare in cambio della prospettiva di una base navale a Port Sudan.

E l'Europa? L'Europa non ha venduto armi alle RSF. Ha fatto qualcosa di più sottile: attraverso il Processo di Khartoum e i fondi per il controllo delle migrazioni, ha per anni trattato come interlocutore di frontiera un apparato di cui le RSF si proclamavano braccio operativo — esternalizzando il contenimento dei migranti a chi oggi è formalmente accusato di genocidio. E oggi, davanti alle prove raccolte dall'ONU e da Amnesty, non ha imposto una sola sanzione significativa agli Emirati: troppo importanti come partner commerciali, energetici e finanziari.

Il diritto è chiaro. L'articolo 16 ARSIWA stabilisce che lo Stato che presta aiuto o assistenza nella commissione di un illecito internazionale ne risponde. L'articolo I della Convenzione sul Genocidio impone a ogni firmatario l'obbligo di prevenire — un obbligo che la Corte Internazionale di Giustizia (Bosnia c. Serbia, 2007) ha dichiarato operante dal momento in cui lo Stato viene a conoscenza del rischio serio. Tutti sanno. Da anni. La conoscenza è agli atti dell'ONU. Ciò che manca non è la prova: è la volontà.

V. La gerarchia delle vittime

Per l'Ucraina, l'Occidente ha mobilitato sanzioni, armi, accoglienza, attenzione mediatica permanente. Per Gaza, almeno, il mondo si è diviso, ha discusso, ha riempito le piazze. Per il Sudan: niente. Non sanzioni significative contro chi arma le RSF. Non vertici straordinari. Non prime pagine. Centocinquantamila morti e dodici milioni di sfollati valgono meno spazio mediatico di una settimana di qualsiasi altra crisi.

Le vittime sudanesi non hanno il torto di stare dalla parte sbagliata. Hanno il torto peggiore: non stare da nessuna parte che interessi qualcuno. Nessuna leva geopolitica, nessuna lobby, nessun riflettore. Sono la prova definitiva che l'attenzione del mondo non segue la gravità dei crimini ma la convenienza di chi guarda.

Una civiltà giuridica si misura esattamente qui: su come tratta le vittime che non servono a nessuno.

C'è di più. Lo stesso Occidente che tace sugli Emirati e dimentica il Sudan continua a presentarsi al mondo come maestro di civiltà. Pretende di esportare la democrazia a popoli che costruivano imperi, scrivevano poesia e codificavano il diritto quando l'Europa non esisteva ancora — alla Persia dei cilindri di Ciro, che duemilacinquecento anni fa proclamavano la libertà di culto dei popoli sottomessi. Con quale autorità? L'autorità morale non si eredita dai libri di storia: si guadagna con la coerenza, e si perde con l'ipocrisia.

Un Occidente che sanziona selettivamente, che arma chi gli conviene, che gradua la propria indignazione sul prezzo del petrolio e sui contratti commerciali, non sta esportando la democrazia: sta esportando la prova che i suoi valori sono negoziabili. E ogni popolo del mondo lo vede. Lo vedono i sudanesi abbandonati, lo vedono i palestinesi sotto le bombe, lo vedono gli iraniani che lottano per i propri diritti e non hanno alcun bisogno di lezioni da chi tradisce in casa propria i principi che predica.

Chi scrive ha viaggiato per lavoro in molti Paesi, e ha imparato una cosa che nessun trattato insegna: oggi un cittadino occidentale, davanti a un interlocutore di qualsiasi altra civiltà, non parte più da una posizione di superiorità morale. Parte da una posizione di debito. Deve prima rispondere — almeno dentro di sé — del doppio standard delle proprie istituzioni, del silenzio dei propri governi, della selettività della propria indignazione. Questo manifesto è anche un tentativo di onorare quel debito: dimostrare che almeno i cittadini, se non i governi, sanno ancora applicare un principio senza guardare la convenienza.

VI. Misure concrete

  1. Sanzioni mirate contro la catena di comando delle RSF e contro ogni entità — statale o privata — coinvolta nel loro rifornimento, secondo le risultanze del Panel di Esperti ONU
  2. Sanzioni mirate contro gli Emirati Arabi Uniti — entità statali e private — finché i trasferimenti di armi alle RSF documentati da ONU e Amnesty non cessino in modo verificabile; e l'estensione dell'embargo sulle armi dall'attuale perimetro del Darfur all'intero Sudan
  3. Controlli vincolanti sulla riesportazione per ogni vendita di armi a Stati che violano gli embarghi ONU — a partire dalle forniture cinesi (Norinco) e occidentali verso gli Emirati
  4. Il pieno sostegno — finanziario e politico — alla Corte Penale Internazionale per i procedimenti sul Darfur attuale; corridoi umanitari garantiti e finanziamento della risposta alla carestia
  5. L'attivazione formale dell'obbligo di prevenzione ex art. I della Convenzione sul Genocidio, con un meccanismo di monitoraggio del Consiglio dei Diritti Umani dotato di mandato rafforzato

VII. Distinzione fondamentale

Questo manifesto non è contro il popolo sudanese, né contro le comunità arabe del Darfur — anch'esse vittime, in molti casi, di una guerra che le sovrasta. Non è nemmeno un'assoluzione delle Forze Armate Sudanesi, i cui crimini sono anch'essi documentati e meritano giustizia.

È contro un metodo genocidiario, contro chi lo arma, e contro l'indifferenza che lo rende possibile.

Dichiarazione finale

Non distolgo lo sguardo da El Fasher. Non accetto che esista una gerarchia delle vittime. Non riconosco come normale il silenzio del mondo davanti a due determinazioni formali di genocidio. E non accetto che l'Occidente predichi agli altri la democrazia che tradisce in casa propria. Il Sudan è il banco di prova della sincerità di chiunque — me compreso — invochi il diritto internazionale per le crisi che fanno notizia. Se il principio vale, vale anche quando nessuno guarda. Soprattutto quando nessuno guarda. Perché il diritto vale per tutti o non vale per nessuno.

Riferimenti normativi

Una sintesi essenziale, solo quando un fatto lo merita.

Iscriviti alla newsletter

← Tutte le notizie e i manifesti