ANALISI
Sudan, la guerra a distanza: chi fornisce, chi pilota, chi dovrebbe fermarla
4 ottobre 2026 — Sudan
In sintesi
- Tra gennaio e maggio 2026 i droni hanno ucciso in Sudan più di 1.000 civili, secondo l'Ufficio ONU per i diritti umani. Li usano entrambe le parti: le Forze di supporto rapido (RSF) e l'esercito regolare (SAF).
- La Missione d'inchiesta dell'ONU ha concluso che ci sono «ragionevoli motivi» per ritenere che una rete transnazionale, con basi e rotte tra Emirati Arabi Uniti, Ciad, Libia e Puntland, abbia rifornito le RSF di armi, droni, carburante e personale. Gli Emirati negano.
- Fino a 2.000 contractor colombiani, secondo la Missione, hanno pilotato e mantenuto i droni delle RSF, in alcuni casi senza mai passarne il controllo ai miliziani sudanesi.
- Anche l'esercito colpisce ospedali e mercati con droni stranieri, compatibili con modelli di fabbricazione turca. Su chi glieli fornisce l'indagine della Missione è ancora preliminare.
- Entro il 9 ottobre il Consiglio dei diritti umani deve decidere se rinnovare il mandato della Missione, l'unico organismo internazionale indipendente che documenta questi crimini.
Il Sudan è in guerra dall'aprile 2023. Da una parte c'è l'esercito, guidato dal generale Abdel Fattah al-Burhan; dall'altra le Forze di supporto rapido, una milizia nata dai Janjawid del Darfur e guidata da Mohamed Hamdan Dagalo, detto Hemedti. Fino al 2021 avevano governato insieme. Oggi le RSF controllano quasi tutto il Darfur, che hanno finito di conquistare con la caduta di El Fasher nell'ottobre 2025, e parti del Kordofan. L'esercito tiene il centro, l'est e Khartoum. In mezzo ci sono 14,7 milioni di sfollati e 19,5 milioni di persone in insicurezza alimentare acuta, più di quattro sudanesi su dieci. Questa guerra non si combatte più soltanto con fucili e pick-up. Si combatte con droni che partono a centinaia di chilometri dal bersaglio, e con armi che arrivano da molto più lontano. Questo pezzo prova a seguire quella catena.
Il fatto
Il 1° settembre 2026 la Missione internazionale indipendente d'inchiesta sul Sudan, istituita dal Consiglio dei diritti umani dell'ONU nel 2023, ha presentato il suo rapporto alla 63ª sessione del Consiglio (A/HRC/63/23). Il rapporto si concentra su due cose: la guerra dei droni e le reti esterne che la alimentano.
Sui droni, il rapporto riprende un dato dell'Ufficio dell'Alto Commissario ONU per i diritti umani: più di 1.000 civili uccisi in attacchi con droni tra gennaio e maggio 2026. Alcuni episodi documentati dalla Missione:
| Data | Luogo | Bersaglio | Morti | Attribuito a |
|---|---|---|---|---|
| 4/12/2025 | Kalogi, Kordofan meridionale | asilo Nabaa al-Hanan e ospedale | 114, di cui circa 60 bambini | RSF |
| 15/1/2026 | Dilling | mercato | almeno 12 | RSF |
| 20/3/2026 | Ad-Da'ein, Darfur orientale | ospedale universitario | almeno 70, 146 feriti | SAF |
| 29-30/3/2026 | Yabus, Nilo Azzurro | mercato | almeno 13 | SAF |
| 8/4/2026 | Kutum, Darfur settentrionale | festa di nozze | circa 30 | SAF |
| 6/6/2026 | Abu Zaima, Kordofan settentrionale | mercato | almeno 12 | SAF |
Fonte: Missione d'inchiesta ONU, A/HRC/63/23, settembre 2026, paragrafi 28-51.
Ospedali, mercati, un asilo, una festa di nozze. Non sono incidenti isolati, ed entrambe le parti ne sono responsabili.
Il 4 settembre gli Emirati, attraverso la loro missione all'ONU di Ginevra, hanno risposto di non essere coinvolti nella guerra e di non aver fornito armi o materiale a nessuna delle parti dall'aprile 2023 (Khaleej Times). Hanno chiesto un cessate il fuoco immediato e incondizionato.
La rete delle RSF
Per capire che cosa ha stabilito la Missione, conta il grado di certezza. Una missione d'inchiesta ONU non è un tribunale: quando scrive che ci sono «ragionevoli motivi per ritenere» qualcosa, vuol dire che ha raccolto prove sufficienti a sostenerlo, non che ha emesso una sentenza.
Con questo grado di certezza, la Missione conclude che le operazioni militari delle RSF sono state sostenute da una rete transnazionale di rotte aeree, terrestri e marittime, che collega persone ed entità che si trovano negli Emirati Arabi Uniti, in Ciad, nella Libia sud-orientale e nel Puntland, in Somalia.
- Le armi. Dall'aprile 2025 sono arrivati obici cinesi da 155 millimetri, sistemi di difesa antiaerea, radar, blindati e droni da ricognizione e da attacco. Immagini verificate li mostrano in mano alle RSF e poi, in alcuni casi, catturati dall'esercito.
- Le rotte. Testimoni descrivono voli cargo ricorrenti da località negli Emirati verso il Ciad. In Libia, Bengasi, Kufra e Jufra funzionano da snodi per armi, veicoli, carburante e personale, con il sostegno di battaglioni dell'Esercito nazionale libico del generale Haftar. In Somalia, il porto e l'aeroporto di Bosaso, nel Puntland, sono indicati come punto di transito ricorrente, con una base militare gestita da soggetti con sede negli Emirati.
- Gli uomini. I contractor colombiani sarebbero tra 350 e 2.000; la Missione ritiene che il numero si avvicini a 2.000. Venivano reclutati in Colombia, addestrati anche negli Emirati e trasferiti in Darfur passando per Bosaso, Bengasi o il Ciad. Il 28 aprile 2026 il comitato sanzioni del Consiglio di sicurezza ha colpito due dei reclutatori: un colonnello colombiano in pensione con base ad Abu Dhabi e sua moglie, che organizzava il reclutamento in Colombia.
Il punto più grave riguarda il loro ruolo. Secondo la Missione, i contractor colombiani hanno pilotato e mantenuto i droni delle RSF, compresi quelli usati per gli attacchi, e in alcuni casi non ne hanno mai trasferito il controllo ai miliziani. Chi guida il drone non è sempre chi combatte la guerra.
I droni dell'esercito
La stessa Missione documenta gli attacchi dell'esercito sudanese. Dalla fine del 2023, scrive, le SAF hanno ampliato molto le proprie capacità con sistemi forniti dall'estero. L'analisi tecnica ha riconosciuto caratteristiche compatibili con i droni da combattimento Bayraktar Akıncı, di fabbricazione turca, in filmati di Nyala e Al-Farshaya del gennaio 2026. Tra i resti dell'attacco al mercato di Yabus sono stati trovati componenti compatibili con una munizione circuitante Yiha III.
Qui la Missione si ferma: la sua indagine sul sostegno esterno all'esercito è definita «preliminare», e il rapporto non attribuisce a nessuno Stato la fornitura di questi sistemi. Lo riportiamo così, senza andare oltre quello che è stato accertato.
Lettura giuridica
1. Colpire i civili. Il diritto internazionale umanitario vale per tutte le parti di un conflitto armato, eserciti regolari e milizie allo stesso modo. Vieta di attaccare civili e beni civili, e protegge in modo speciale ospedali e scuole (articolo 3 comune alle Convenzioni di Ginevra; Protocollo aggiuntivo II, di cui il Sudan è parte dal 2006). La Missione conclude che ci sono ragionevoli motivi per ritenere che sia le RSF sia le SAF abbiano commesso gravi violazioni, e che dirigere intenzionalmente attacchi contro ospedali, scuole e beni civili possa costituire crimine di guerra. Per El Fasher, nei rapporti precedenti, la Missione aveva già documentato crimini di guerra, crimini contro l'umanità e condotte con i segni distintivi del genocidio, di cui abbiamo scritto nel manifesto sul Sudan.
2. L'embargo sulle armi. Dal 2004 il Consiglio di sicurezza vieta di fornire armi in Darfur (risoluzione 1556, estesa dalla 1591 del 2005). L'obbligo vale per tutti gli Stati membri dell'ONU. Le RSF combattono e si riforniscono proprio in Darfur. La Missione scrive che natura, scala e persistenza del sostegno esterno sollevano «serie preoccupazioni» sul rispetto dell'embargo, e raccomanda al Consiglio di sicurezza di estenderlo a tutto il Sudan: oggi le armi che arrivano all'esercito fuori dal Darfur non ne sono coperte.
3. La responsabilità di chi aiuta. Uno Stato che aiuta un altro Stato a commettere un illecito internazionale, sapendolo, ne risponde (Articoli della Commissione del diritto internazionale sulla responsabilità degli Stati, articolo 16). E l'articolo 1 comune alle Convenzioni di Ginevra obbliga tutti gli Stati non solo a rispettare il diritto umanitario, ma a farlo rispettare. Il diritto penale internazionale va nella stessa direzione per le persone: chi fornisce i mezzi per commettere un crimine, sapendo che saranno usati per quello, ne è complice (Statuto di Roma, articolo 25, paragrafo 3, lettera c). Per questo la Missione chiede di perseguire l'intera catena: chi commette, chi ordina, chi finanzia, chi fornisce.
4. Il limite della giustizia. La Corte penale internazionale ha giurisdizione sul Sudan solo per il Darfur, perché il Sudan non ha ratificato lo Statuto di Roma e la competenza deriva dal deferimento del Consiglio di sicurezza del 2005 (risoluzione 1593). I crimini commessi in Kordofan, a Khartoum o sul Nilo Azzurro ne restano fuori. Nel 2025 la Corte internazionale di giustizia ha respinto, per mancanza di giurisdizione, il ricorso del Sudan contro gli Emirati, come abbiamo ricostruito in un pezzo precedente. La Missione raccomanda di estendere la giurisdizione della CPI a tutto il Sudan e di creare un tribunale speciale.
5. Chi vende armi a chi rifornisce. Il Trattato sul commercio delle armi, di cui l'Italia è parte, vieta di esportare armi quando lo Stato esportatore sa che saranno usate per crimini di guerra (articolo 6), impone di valutare il rischio di gravi violazioni (articolo 7) e obbliga a prevenire il loro dirottamento verso altri destinatari (articolo 11). Nel gennaio 2021 l'Italia aveva sospeso l'esportazione di missili e bombe verso gli Emirati per la guerra in Yemen; nell'aprile 2023 il governo ha revocato la sospensione (Al Arabiya). Non abbiamo prove che armi italiane siano arrivate in Sudan. Ma il rischio di dirottamento verso un conflitto sotto embargo, dopo un rapporto ONU come questo, è proprio ciò che il Trattato chiede di valutare prima di ogni nuova licenza.
Il test di simmetria
Le stesse domande, rovesciate.
Un ospedale colpito da un drone è un crimine per quello che fa ai pazienti, non per chi ha premuto il pulsante. L'ospedale di Ad-Da'ein, colpito dall'esercito, pesa quanto l'asilo di Kalogi, colpito dalle RSF. Per questo la tabella di questo pezzo li mette uno accanto all'altro.
Se a fornire droni e mercenari alle RSF fosse l'Iran, o la Russia, la reazione internazionale sarebbe la stessa? Gli Emirati sono un partner strategico di Stati Uniti ed Europa, Italia compresa. Lo standard che applichiamo agli Emirati deve valere per chiunque fornisca armi usate contro civili, ed è lo stesso che abbiamo applicato altrove agli Stati occidentali che riforniscono eserciti accusati di crimini.
E vale per l'esercito sudanese e per i suoi fornitori. Che la Missione non abbia ancora attribuito i droni dell'esercito a uno Stato non vuol dire che non ci siano fornitori. Vuol dire che l'indagine non è finita. È un motivo in più per non chiuderla.
Giudizio editoriale
Questa sezione esprime la posizione del sito. È separata dai fatti esposti sopra.
La guerra del Sudan viene spesso raccontata come una guerra africana, lontana e incomprensibile, tra due generali. Il rapporto della Missione racconta un'altra cosa: una guerra globalizzata, con armi cinesi e turche, rotte che passano per quattro Paesi e due continenti, piloti reclutati in Sudamerica e addestrati nel Golfo. È lontana solo per chi la guarda. Per chi la combatte è vicinissima ai mercati internazionali.
Questo cambia la domanda. Non basta chiedere ai due generali di fermarsi. Bisogna chiedere a chi rende possibile la guerra di smettere di renderla possibile. L'embargo esiste da più di vent'anni, ed è un elenco di divieti che quasi nessuno fa rispettare.
C'è poi una sproporzione che non riguarda il Sudan, ma noi. Più di 1.000 civili uccisi dai droni in cinque mesi, un asilo con circa 60 bambini morti, un ospedale con 70: in Europa queste notizie arrivano raramente oltre un trafiletto. Il dato non dimostra un'intenzione. Dimostra una scelta di attenzione, ed è la stessa scelta che questo sito ha deciso di non fare.
Infine la Missione. Entro il 9 ottobre gli Stati del Consiglio dei diritti umani decidono se rinnovarla, in piena crisi finanziaria dell'ONU. Spegnere l'unico organismo indipendente che documenta questa guerra, proprio mentre ha cominciato a dare un nome alla catena dei fornitori, sarebbe il modo più semplice per non dover rispondere al suo rapporto.
Aggiornamento, 6 ottobre 2026. Lunedì 5 ottobre il Consiglio dei diritti umani ha rinnovato il mandato della Missione, con 28 voti a favore, 10 contrari e 9 astensioni (Al Jazeera, Darfur24). Secondo l'agenzia siriana SANA il rinnovo è di un anno, non dei due chiesti da 68 organizzazioni della società civile, e tra i contrari ci sono Egitto e Qatar: l'Egitto contesta che la risoluzione metta sullo stesso piano l'esercito sudanese e le RSF. Il governo sudanese ha protestato perché le sue riserve non sono state accolte. La risoluzione chiede anche un cessate il fuoco immediato e completo, senza precondizioni. Al momento della pubblicazione di questo aggiornamento il testo ufficiale non era ancora consultabile.
Cosa seguire
- Il voto del Consiglio dei diritti umani sul rinnovo della Missione, entro il 9 ottobre: durata del mandato e risorse.
- Le risposte di Ciad, Libia, Somalia ed Etiopia, che secondo la Missione non hanno collaborato.
- L'indagine della Missione sul sostegno esterno all'esercito sudanese.
- La proposta di estendere l'embargo sulle armi a tutto il Sudan e la giurisdizione della CPI oltre il Darfur.
- Le inchieste in Colombia sul reclutamento dei contractor.
- Le licenze italiane di esportazione verso gli Emirati nella prossima relazione annuale al Parlamento sulla legge 185/1990.
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Fonti: Missione d'inchiesta ONU, A/HRC/63/23 (9/2026) · Khaleej Times (4/9/2026) · Al Jazeera (4/10/2026) · Human Rights Watch (21/8/2026) · Al Arabiya (17/4/2023) · Al Jazeera · Darfur24 · SANA
Nota di verifica: i fatti sugli attacchi e sulla rete di rifornimento provengono dal rapporto della Missione d'inchiesta ONU (A/HRC/63/23), con il grado di certezza indicato dalla Missione stessa («ragionevoli motivi per ritenere»). Gli Emirati Arabi Uniti negano ogni coinvolgimento. Sfollati e insicurezza alimentare: OIM (luglio 2026) e IPC (maggio 2026), via Al Jazeera. Situazione aggiornata al 4 ottobre 2026.