
IWILLNOTLOOKAWAY.ORG
SERIE
Il paradosso dei flussi
Tutti i pezzi della serie in un unico documento, nell'ordine di lettura. Aggiornato al 18 luglio 2026.
Sei notizie verificate una per una, sei governi diversi (Israele, Stati Uniti, Russia, Turchia, Cina, Iran) e lo stesso meccanismo: finanziare, armare o proteggere un gruppo armato che non si controlla direttamente. In fondo, l'opinione che le tiene insieme.
1/7 · ANALISI · 15 luglio 2026
Israele ha permesso e incoraggiato i finanziamenti del Qatar ad Hamas per anni — un mese prima del 7 ottobre ne ha chiesto di più
Il meccanismo: come funzionava, materialmente
Dal 2018 al 7 ottobre 2023, il Qatar ha trasferito a Gaza fondi in contanti — fisicamente, dentro valigette, attraverso il valico israeliano di Erez — con il picco intorno ai 30-35 milioni di dollari al mese. Il primo carico, 15 milioni di dollari, arrivò nel novembre 2018. Il Qatar stesso, secondo quanto riportato da fonti israeliane, richiese che Netanyahu mettesse per iscritto le proprie richieste di finanziamento — prevedendo che in futuro potesse negare di averle autorizzate. Non lo fece: la riunione del gabinetto di sicurezza israeliano che approvò il meccanismo, nell'agosto 2018, è documentata, così come il sostegno trasversale mantenuto negli anni da IDF, intelligence militare, Shin Bet, Mossad e Consiglio di sicurezza nazionale.
La logica strategica: perché, non solo come
Netanyahu ha giustificato pubblicamente l'operazione come necessità umanitaria — "prevenire un disastro a Gaza". Ma la sua stessa dichiarazione del marzo 2019 a una riunione di partito rivela un calcolo diverso: mantenere Gaza sotto Hamas e la Cisgiordania sotto l'Autorità Palestinese di Fatah avrebbe impedito qualunque movimento nazionale palestinese unificato — e quindi qualunque concreta possibilità di uno Stato palestinese. Il generale di riserva israeliano Shlomo Brom ha sintetizzato la logica così: "Un modo efficace per prevenire una soluzione a due Stati è dividere la Striscia di Gaza dalla Cisgiordania." La scelta ebbe un'origine precisa: dopo la guerra di Gaza del 2014, Netanyahu rifiutò un'offerta saudita di ricostruire la Striscia rimuovendo Hamas e sostituendolo con l'Autorità Palestinese — un accordo che avrebbe normalizzato i rapporti con Riyadh — optando invece per il canale di finanziamento qatariota, nonostante gli avvertimenti ripetuti del Mossad.
Come il denaro è arrivato alle armi: il meccanismo della fungibilità
Tra il 2012 e il 2018 il Qatar ha immesso a Gaza circa 1,1 miliardi di dollari, ufficialmente destinati a stipendi statali, carburante e aiuti umanitari. Nessuno sostiene che quei fondi siano stati versati direttamente all'ala militare di Hamas — ma, come ha spiegato al New York Times un ex analista senior della CIA, "il denaro è fungibile: qualunque cosa Hamas non abbia dovuto pagare dal proprio bilancio ha liberato fondi propri per altro". È lo stesso principio per cui finanziare le spese civili di un'organizzazione le permette di dirottare le proprie risorse verso ciò che quel finanziamento esterno non copre — in questo caso, secondo un'indagine dello Shin Bet pubblicata a marzo, la rete di tunnel e l'arsenale usati il 7 ottobre 2023.
Il tentativo di insabbiare le responsabilità
Nel giugno 2022 il capo del Mossad, Yossi Cohen, definì pubblicamente il canale qatariota "una benedizione". Un mese prima del 7 ottobre, a settembre 2023, funzionari israeliani incontrarono l'inviato del Qatar a Gaza, Mohammed al-Emadi, per chiedere non una riduzione ma un aumento dei trasferimenti. Dopo l'attacco, Netanyahu ha bloccato la formazione di una commissione statale d'inchiesta sui fallimenti dell'apparato politico-securitario che lo hanno reso possibile, ed ha rimosso il capo dello Shin Bet Ronen Bar, che quella commissione l'aveva richiesta — rimozione che la Corte Suprema israeliana ha giudicato "ingiusta e illegittima".
Commento giuridico
Questo episodio non configura un'unica violazione isolata di un trattato specifico, ma rientra nell'obbligo generale degli Stati di prevenire il finanziamento di organizzazioni terroristiche, sancito dalla Risoluzione 1373 del Consiglio di Sicurezza ONU (2001). Qui l'obbligo non è stato violato per negligenza, ma consapevolmente sospeso per calcolo politico — secondo l'ammissione diretta dello stesso premier israeliano, non secondo una ricostruzione esterna.
Implicazioni — test di simmetria
Questo sito ha già condannato, senza eccezioni, il finanziamento di attori armati non statali quando quei finanziamenti si sono ritorti contro gli sponsor stessi o contro civili terzi. In Yemen: 73 dipendenti ONU ancora detenuti arbitrariamente dagli Houthi, mentre Hodeidah torna a sanguinare, abbiamo documentato come l'Iran, attraverso gli Houthi, sostenga un proxy che agisce ormai secondo una propria agenda autonoma — attacchi al naviglio commerciale, missili contro Israele — ben oltre il mandato originario di Teheran. In Mali: l'esercito e i mercenari russi dell'Africa Corps compongono un cadavere a forma di svastica dopo aver ucciso quattro civili, abbiamo mostrato come la Russia utilizzi un attore paramilitare — l'ex Wagner — che commette violazioni sistematiche senza che Mosca ne risponda direttamente.
Lo stesso standard si applica qui. Il fatto che le vittime ultime del 7 ottobre siano stati cittadini israeliani non esime Israele dall'aver scelto, consapevolmente e per calcolo politico dichiarato, di alimentare finanziariamente l'organizzazione che ha poi commesso la strage — né dall'aver tentato, successivamente, di ostacolare l'accertamento delle proprie responsabilità politiche in merito. Una nota di onestà metodologica: la storia della sponsorizzazione USA di proxy che si sono poi rivoltati contro gli sponsor stessi (dai mujahideen afghani in poi) meriterebbe lo stesso trattamento — un pezzo a sé, con fatti verificati uno per uno, non ancora pubblicato su questo sito.
Fonti: The Times of Israel · The Times of Israel · CNN · Seattle Times · Haaretz · The Jerusalem Post · TIME · +972 Magazine
2/7 · ANALISI · 15 luglio 2026
Gli Stati Uniti hanno armato la ribellione siriana per cinque anni, poi hanno chiuso il programma come regalo a Putin
Il meccanismo: come funzionava, materialmente
Dal 2013 al 2017, la CIA ha gestito "Timber Sycamore", un programma segreto per armare, addestrare e finanziare i gruppi ribelli siriani "moderati" contro il governo di Bashar al-Assad. Il programma operava da due centri operativi — uno in Giordania (Amman), l'altro in Turchia (Gaziantep e Antakya) — dove funzionari di Arabia Saudita, Qatar, Francia e Regno Unito condividevano gli spazi con la CIA. Le armi — fucili AK-47, mortai, razzi RPG, missili anticarro TOW, visori notturni — venivano acquistate perlopiù nei Balcani e nell'Europa dell'Est e trasportate attraverso Taşucu (Turchia) e Aqaba (Giordania). Secondo alcune stime, la CIA ha addestrato circa 10.000 miliziani nel corso del programma, per un costo complessivo superiore al miliardo di dollari.
La logica strategica
Il programma nacque nel 2012 su proposta del direttore della CIA David Petraeus e fu autorizzato in segreto dal presidente Obama nel 2013. L'obiettivo dichiarato era indebolire Assad senza un coinvolgimento militare diretto degli Stati Uniti, appoggiandosi a un consorzio di alleati regionali — Arabia Saudita, Qatar, Turchia — che finanziavano e armavano i gruppi ribelli in parallelo alla CIA, spesso con armamenti già in circolazione prima ancora del lancio ufficiale del programma nel 2012.
Il fallimento del vetting: dove sono finite le armi
Il processo di selezione ("vetting") dei gruppi ribelli, pensato per impedire che le armi finissero in mano a jihadisti, non ha funzionato. Uno studio triennale finanziato dall'Unione Europea e dal governo tedesco ha stabilito che gli sforzi di armamento di Stati Uniti e alleati hanno "significativamente aumentato la quantità e la qualità delle armi" a disposizione dello Stato Islamico. Funzionari dei servizi segreti giordani (il General Intelligence Directorate) hanno guadagnato milioni di dollari deviando le armi del programma verso il mercato nero. Molti dei gruppi armati sostenuti risultavano avere legami con al-Qaeda o con reti salafite-jihadiste — esattamente il rischio che il "vetting" avrebbe dovuto prevenire.
La fine del programma: un regalo esplicito a Putin
A metà giugno 2017, Trump decise di porre fine al programma dopo un incontro con il direttore della CIA Mike Pompeo e il consigliere per la sicurezza nazionale H.R. McMaster — pochi giorni prima del suo primo incontro con Vladimir Putin al G20 di Amburgo (7 luglio). Il Washington Post rivelò la decisione il 19 luglio, citando un funzionario che la definì un segnale esplicito a Mosca per migliorare le relazioni bilaterali. Trump confermò indirettamente l'esistenza del programma segreto attaccando su Twitter la copertura del Washington Post, definendo i pagamenti ai ribelli siriani "massicci, pericolosi e dispendiosi" — di fatto declassificando pubblicamente un'operazione mai ufficialmente riconosciuta.
Commento giuridico
Il sostegno a gruppi armati non statali impegnati in un conflitto interno di un altro Stato solleva questioni dirette rispetto al principio di non intervento sancito dal diritto internazionale consuetudinario e dalla Carta delle Nazioni Unite. La Corte Internazionale di Giustizia, nel caso Nicaragua v. Stati Uniti (1986), ha già stabilito che il finanziamento e l'armamento di forze irregolari contro un governo terzo costituisce una violazione del principio di non intervento, indipendentemente dalla natura del governo bersaglio.
Implicazioni — test di simmetria
Questo sito ha già documentato, per Iran (Yemen: 73 dipendenti ONU ancora detenuti arbitrariamente dagli Houthi, mentre Hodeidah torna a sanguinare), Russia (Mali: l'esercito e i mercenari russi dell'Africa Corps compongono un cadavere a forma di svastica dopo aver ucciso quattro civili) e Israele (Israele ha permesso e incoraggiato i finanziamenti del Qatar ad Hamas per anni — un mese prima del 7 ottobre ne ha chiesto di più), lo stesso schema: uno Stato sponsorizza un attore armato non statale per calcolo strategico, e quell'attore sfugge parzialmente o totalmente al controllo dello sponsor, con conseguenze che ricadono su civili terzi. Timber Sycamore applica lo stesso schema agli Stati Uniti: armi acquistate con fondi pubblici statunitensi sono confluite, secondo uno studio indipendente finanziato dall'UE, nell'arsenale dello Stato Islamico. Il fatto che il programma sia stato chiuso non per le sue conseguenze umanitarie o per il fallimento del vetting, ma come gesto di distensione verso la Russia, conferma che la logica geopolitica ha sempre prevalso sulla valutazione delle conseguenze reali sul terreno — esattamente come nei tre casi già documentati.
Fonti: The Washington Post · Reuters · Al Jazeera · NBC News · Modern War Institute, West Point · Irregular Warfare Initiative
3/7 · ANALISI · 15 luglio 2026
Quattro sentenze della Corte Europea condannano Polonia, Romania, Lituania e Macedonia per aver ospitato le prigioni segrete della CIA — nessuno negli Stati Uniti ha mai risposto di quella tortura
Il fatto: quattro casi, un solo programma
Tra il 2012 e il 2018, la Grande Camera e le sezioni della Corte Europea dei Diritti dell'Uomo (CEDU) hanno emesso quattro sentenze che accertano, con dettaglio processuale, la complicità di altrettanti Stati europei nel programma di detenzione segreta e tortura della CIA nel decennio successivo all'11 settembre.
Il caso più clamoroso — persona sbagliata: Khaled El-Masri, cittadino tedesco scambiato per un membro di al-Qaeda per omonimia, fu arrestato al confine macedone il 31 dicembre 2003, tenuto incommunicado per 23 giorni in un hotel di Skopje, poi consegnato a una squadra di rendition della CIA all'aeroporto — dove fu violentemente aggredito, incappucciato e trasportato in Afghanistan nella prigione nota come "Salt Pit". Vi restò detenuto per circa quattro mesi, fino a quando la stessa CIA si rese conto dell'errore di persona. La Corte, il 13 dicembre 2012, ha stabilito all'unanimità che i fatti erano provati "oltre ogni ragionevole dubbio", qualificando la vicenda come sparizione forzata e tortura, con responsabilità diretta della Macedonia.
I siti in Polonia, Romania e Lituania: Abd al-Rahim al-Nashiri (sospettato per l'attentato alla USS Cole) e Abu Zubaydah (ritenuto un alto membro di al-Qaeda) sono stati detenuti in una struttura segreta della CIA in Polonia tra il 2002 e il 2003. La Corte, il 24 luglio 2014, ha stabilito che la Polonia ha violato gli articoli 3 (divieto di tortura), 5 (libertà personale), 6 (equo processo), 8 (vita privata) e 13 (diritto a un rimedio effettivo) della Convenzione Europea, condannandola a versare 100.000 euro a ciascuno dei due. Nel 2018 la Corte ha emesso sentenze quasi identiche contro la Romania (dove al-Nashiri fu detenuto dal 2004 al 2005) e la Lituania (dove Abu Zubaydah fu detenuto dal 2005 al 2006), condannandole rispettivamente a versare 100.000 euro e 100.000 euro più 30.000 di spese.
Il dettaglio più inquietante: prima di arrivare in Polonia, Abu Zubaydah era stato detenuto in un sito nero della CIA in Thailandia nel 2002, dove — secondo quanto accertato — fu sottoposto a waterboarding. Quella struttura era diretta da Gina Haspel, che nel 2018 è stata nominata direttrice della CIA — la stessa istituzione che aveva gestito il programma di tortura.
Commento giuridico
Le sentenze CEDU accertano violazioni dirette dell'articolo 3 della Convenzione Europea (divieto assoluto di tortura, non derogabile in nessuna circostanza) e della Convenzione ONU contro la tortura (CAT). In tutti e quattro i casi, la Corte ha stabilito che gli Stati ospitanti sapevano — o avrebbero dovuto sapere — a cosa sarebbero stati sottoposti i detenuti, rendendoli direttamente responsabili per la tortura subita sul proprio territorio, non solo per la mera ospitalità logistica.
Implicazioni — test di simmetria
Questo sito ha già documentato, per Iran (Yemen: 73 dipendenti ONU ancora detenuti arbitrariamente dagli Houthi, mentre Hodeidah torna a sanguinare), Russia (Mali: l'esercito e i mercenari russi dell'Africa Corps compongono un cadavere a forma di svastica dopo aver ucciso quattro civili), Israele (Israele ha permesso e incoraggiato i finanziamenti del Qatar ad Hamas per anni — un mese prima del 7 ottobre ne ha chiesto di più) e Stati Uniti (Gli Stati Uniti hanno armato la ribellione siriana per cinque anni, poi hanno chiuso il programma come regalo a Putin), come il calcolo geopolitico prevalga sistematicamente sulla valutazione delle conseguenze reali. Qui il pattern si applica alla tortura diretta, non a un proxy armato: gli Stati Uniti hanno gestito un programma di tortura sistematica, quattro governi europei — non regimi comunemente bersaglio delle accuse di questo sito, ma democrazie occidentali — vi hanno attivamente collaborato, e la responsabile di uno dei siti più duri è stata promossa al vertice della stessa agenzia. Nessun funzionario CIA è mai stato processato negli Stati Uniti per questi fatti; la responsabilità accertata dai tribunali ricade finora solo sugli Stati europei che hanno ospitato i siti, non su chi materialmente ha ordinato e praticato la tortura.
Fonti: HUDOC — Corte Europea dei Diritti dell'Uomo · Open Society Justice Initiative · Human Rights Watch · BBC · Lieber Institute, West Point
4/7 · ANALISI · 15 luglio 2026
Mali: l'esercito e i mercenari russi dell'Africa Corps compongono un cadavere a forma di svastica dopo aver ucciso quattro civili
Il fatto
Il 23 giugno 2026, nei pressi di Timbuctù, una pattuglia congiunta dell'esercito maliano e dell'Africa Corps russo (l'organizzazione che ha sostituito il gruppo Wagner dopo la morte di Evgenij Prigožin) ha attraversato i villaggi di Zarho e Abakoïra, al confine tra le regioni di Timbuctù e Gao. Al passaggio della pattuglia, i residenti hanno trovato quattro civili uccisi: due Tuareg a Zarho e due Songhai ad Abakoïra, questi ultimi colpiti da un attacco con drone mentre erano in moto. Il corpo smembrato di uno dei Tuareg è stato composto a forma di svastica sulla sabbia, la testa recisa al centro degli arti.
Fonti locali e il collettivo maliano per i diritti umani CD-DPA hanno confermato che le vittime erano pastori conosciuti nella comunità, senza alcun legame con gruppi armati. Il segretario generale del CD-DPA, Tilla Ag Zeini, ha definito l'accaduto una violazione del diritto umanitario concepita per terrorizzare la popolazione. Né l'esercito maliano né l'Africa Corps hanno commentato pubblicamente l'episodio, nonostante quest'ultimo pubblichi regolarmente sui social dopo altre operazioni.
Lo stesso giorno, il gruppo jihadista legato ad al-Qaeda JNIM ha rivendicato un attacco separato contro un convoglio congiunto esercito-Africa Corps nella regione di Kayes, dichiarando sei morti — episodio distinto ma indicativo dell'intensità del conflitto su più fronti nello stesso Paese nella stessa giornata.
Il contesto politico: la giunta militare guidata dal colonnello Assimi Goïta ha espulso le forze francesi e posto fine alla missione di peacekeeping ONU MINUSMA, sostituendole con i mercenari russi — scelta presentata alla popolazione come recupero di sovranità. Come già raccontato su questo sito in Il Burkina Faso lascia la Corte penale internazionale mentre resta il Paese più colpito al mondo dal terrorismo, il Mali si è ritirato — insieme a Burkina Faso e Niger — dallo Statuto di Roma della Corte Penale Internazionale (settembre 2025), sottraendosi esplicitamente alla giurisdizione dello stesso tribunale che potrebbe indagare episodi come questo.
Commento giuridico
L'oltraggio alla dignità personale dei cadaveri e l'uccisione di civili senza distinzione dagli obiettivi militari violano l'Articolo 3 comune alle Convenzioni di Ginevra e il diritto internazionale umanitario consuetudinario applicabile ai conflitti armati non internazionali. La messa in scena rientrerebbe tra gli "oltraggi alla dignità personale" perseguibili come crimine di guerra ai sensi dell'Art. 8 dello Statuto di Roma — statuto dal quale il Mali si è però appena ritirato, rendendo concreto il rischio di impunità.
Implicazioni — test di simmetria
Questo sito ha già condannato altrove la presenza e la condotta di forze paramilitari legate alla Russia; lo stesso standard si applica qui, senza sconti per il fatto che la vittima sia un pastore maliano anziché una figura di rilievo internazionale. Ma la responsabilità non è a senso unico: la pattuglia era congiunta — esercito maliano regolare e Africa Corps insieme — e nessuno dei due ha commentato o condannato l'accaduto. Il ritiro del Mali dallo Statuto di Roma, proprio mentre si moltiplicano episodi di questo tipo, è esso stesso un atto politico che merita condanna a prescindere da chi abbia materialmente compiuto l'uccisione.
Fonti: Euromaidan Press · Modern Ghana · UNITED24 Media · UA.News
5/7 · ANALISI · 17 luglio 2026
Droni turchi e cinesi ad Haftar: la Libia resta terreno di violazione dell'embargo ONU, ora da entrambi i lati del fronte
Il contesto
Da quindici anni la Libia vive sotto un embargo delle armi deciso dalle Nazioni Unite. Doveva essere lo strumento con cui la comunità internazionale toglieva benzina a una guerra civile che nel frattempo si è cristallizzata in due poli contrapposti — un governo a Tripoli, e un uomo forte, il generale Khalifa Haftar, che controlla l'est del Paese. Le immagini satellitari pubblicate all'inizio di aprile 2026 da Reuters raccontano però una storia più scomoda: quell'embargo viene aggirato ancora oggi, e non da un solo schieramento.
Il fatto
Le foto, scattate tra la fine di aprile e dicembre 2025 dalla società Planet Labs e lette da tre esperti indipendenti, mostrano droni da combattimento parcheggiati nella base aerea di Al Khadim, un centinaio di chilometri a est di Bengasi — proprio nel territorio di Haftar. Gli esperti riconoscono con buona sicurezza un drone cinese, il Feilong-1, prodotto dall'azienda di Xi'an Zhongtian Feilong, e almeno due droni turchi Bayraktar TB2, quelli della Baykar di Istanbul diventati famosi nei conflitti in Ucraina e Nagorno-Karabakh. Nello stesso periodo la base risulta ampliata con nuovi hangar, costruiti apparentemente per ospitarli.
Perché è una notizia, e perché non è banale: l'embargo che questi droni violerebbero non è un'intesa informale, ma una decisione vincolante del Consiglio di Sicurezza ONU — la risoluzione 1970, approvata all'unanimità il 26 febbraio 2011 sotto il Capitolo VII della Carta, quello riservato alle minacce alla pace. Da allora un pannello di esperti indipendenti, istituito poco dopo con la risoluzione 1973, ha il compito di controllare che l'embargo venga rispettato: la scoperta di Al Khadim è finita in una bozza del suo rapporto 2025, vista da Reuters. Interpellate dai giornalisti, né Pechino né Ankara hanno risposto; in passato la Cina aveva già negato al pannello ONU che componenti simili fossero materiale militare, sostenendo si trattasse di un modello dismesso, destinato a soccorso ed emergenze.
Perché conta il test di simmetria
Il dettaglio che rende la vicenda interessante per chi segue questo sito non è tanto la violazione in sé — le violazioni dell'embargo libico sono documentate da anni — quanto da che parte compaiono questi droni. La Turchia è nota come il principale sponsor militare del governo di Tripoli, storico avversario di Haftar: trovare droni turchi anche nella base del suo rivale complica qualsiasi lettura a blocchi contrapposti puliti, e mostra che aggirare l'embargo non è la specialità di un solo schieramento. Sul fronte di Haftar restano comunque documentati, separatamente, anche i sostegni di Russia ed Emirati Arabi Uniti, che qui non trattiamo per non mescolare episodi diversi sotto un'unica accusa.
La posizione degli accusati
Il governo cinese ha già fatto sapere, in altra sede, di ritenere non fondata l'accusa di natura militare del materiale coinvolto. Il governo turco e i due produttori, Baykar e Zhongtian Feilong, non hanno invece risposto affatto alle richieste di chiarimento — un silenzio che va segnalato come tale, senza trattarlo come un'ammissione.
Commento giuridico — giudizio dichiarato
Quindici anni di embargo, un pannello ONU dedicato a farlo rispettare, e ancora oggi droni che arrivano su entrambi i lati del fronte: è difficile non leggerci il segno di uno strumento che nella pratica libica ha finito per pesare più come dichiarazione di principio che come deterrente reale.
Fonti: Reuters · Risoluzione ONU 1970 (2011) · Comitato Sanzioni ONU sulla Libia
6/7 · ANALISI · 18 luglio 2026
Un miliardo di dollari nonostante le sanzioni: come l'Iran continua a finanziare Hezbollah, Hamas e gli Houthi
Il contesto
Da anni, ogni volta che un razzo Houthi colpisce una nave nel Mar Rosso, o Hezbollah minaccia il nord di Israele, la domanda che segue è sempre la stessa: chi paga tutto questo? La risposta, documentata da anni di indagini finanziarie americane, non è mai cambiata: Teheran. Quello che è cambiato, nel novembre 2025, è la cifra che un alto funzionario del Tesoro USA ha messo nero su bianco — e che mostra quanto quel finanziamento resista, nonostante decenni di sanzioni pensate apposta per bloccarlo.
I fatti
Il 9 novembre 2025 John Hurley, sottosegretario al Tesoro USA per il terrorismo e l'intelligence finanziaria, ha dichiarato che l'Iran è riuscito a far arrivare a Hezbollah circa un miliardo di dollari nel solo 2025, aggirando un pacchetto pesante di sanzioni occidentali. Non è un caso isolato: secondo l'Atlantic Council, Teheran fornisce da anni oltre 700 milioni di dollari l'anno a Hezbollah e fino a 100 milioni l'anno a Hamas e ad altri gruppi armati palestinesi. Il Dipartimento di Stato americano, nel suo rapporto ufficiale sul terrorismo del 2022, scrive che l'Iran garantisce a Hezbollah "la maggior parte del suo finanziamento, addestramento, armi ed esplosivi." Nel dicembre 2023 il Tesoro USA ha sanzionato una rete che faceva arrivare decine di milioni di dollari, ricavati dalla vendita di petrolio iraniano, dalla Forza Qods dei Guardiani della Rivoluzione fino agli Houthi in Yemen — la stessa milizia che da mesi minaccia il traffico commerciale nel Mar Rosso.
Il denaro non è l'unica cosa che viaggia da Teheran verso questi gruppi. Secondo un rapporto del Congresso USA, Hezbollah riceve dall'Iran anche addestramento, esplosivi e armi che transitano attraverso la Siria — e a sua volta fornisce armi e addestramento agli Houthi, con comandanti di Hezbollah che avrebbero assistito direttamente la campagna Houthi contro le navi nel Mar Rosso. È una catena, non un rapporto isolato tra due soli attori.
L'Asse della Resistenza non è un blocco religioso — è una rete tenuta insieme dalla convenienza
Vale la pena capire cos'è davvero l'"Asse della Resistenza", perché non è l'alleanza confessionale che sembra a prima vista. Hezbollah è sciita, come l'Iran: la vicinanza dottrinale è reale, e per questo rappresenta il nucleo più coeso dell'Asse. Hamas è invece sunnita — una fede diversa da quella di Teheran, con una storia di rotture pubbliche: durante la guerra civile siriana Hamas si schierò con i ribelli contro Assad, alleato di Teheran, e l'Iran per un periodo le tagliò i fondi. La ricostruzione del rapporto, dopo quella rottura, mostra che il collante non è la fede condivisa ma la convenienza reciproca contro un nemico comune. Gli Houthi, infine, sono zayditi — una branca dello sciismo distante sia da quella iraniana sia da quella di Hezbollah — e fino a pochi anni fa erano poco più che una milizia tribale periferica nello Yemen più povero. Il trasferimento mirato di tecnologia missilistica e di droni li ha trasformati nell'attore capace di minacciare una delle rotte commerciali più trafficate al mondo.
Tenere insieme sciiti, sunniti e zayditi sotto una bandiera comune richiede un collante più forte della sola fede: quel collante è la funzione che l'Asse svolge per Teheran. È lo strumento con cui l'Iran proietta potenza militare oltre i propri confini senza rischiare direttamente le proprie forze armate — combattenti che non sono ufficialmente iraniani muoiono al posto di soldati iraniani. È anche, storicamente, un deterrente: attaccare l'Iran significa rischiare una risposta su più fronti contemporaneamente, dal Libano allo Yemen. Capire questo aiuta a leggere meglio anche altri casi simili già verificati su questo sito: non è diverso, nella sostanza, da uno Stato che arma un gruppo lontano dal proprio territorio per non esporre le proprie truppe.
La posizione di Teheran e dei suoi alleati
Teheran non nega questo sostegno: lo rivendica apertamente come solidarietà politica e ideologica all'interno di quello che chiama "Asse della Resistenza". Un funzionario di Hamas, Ali Baraka, lo ha confermato in un'intervista: "l'Iran ci dà soldi e armi". Ma lo stesso funzionario ha tenuto a precisare che Hamas "non prende ordini da nessuno" — una distinzione importante, perché gli Stati Uniti stessi, pur documentando da anni il flusso di denaro e armi, hanno dichiarato di non avere prove dirette che l'Iran abbia ordinato o saputo in anticipo dell'attacco del 7 ottobre 2023. Finanziare un gruppo armato, insomma, non equivale automaticamente a comandarlo — una distinzione che vale per l'Iran come per qualunque altro sponsor.
Perché conta il test di simmetria
Questo sito ha già verificato lo stesso schema — uno Stato che finanzia, arma o lascia fare a un gruppo armato che non controlla direttamente — applicato a Israele, Stati Uniti, Russia, Turchia e Cina. L'Iran non fa eccezione: usa lo stesso meccanismo, con la stessa logica di negabilità quando le cose vanno male. La differenza, se c'è, non sta nel meccanismo ma nella sua funzione: per un governo il sostegno a un gruppo armato è una mossa tattica tra le tante; per l'Iran, il sostegno all'Asse della Resistenza è parte della propria identità politica dichiarata, non un episodio isolato.
Commento giuridico
Il finanziamento sistematico a gruppi designati come organizzazioni terroristiche da più giurisdizioni, inclusa l'elusione documentata delle sanzioni del Consiglio di Sicurezza ONU e del Tesoro USA, solleva questioni dirette di responsabilità statale per il sostegno ad attori non statali coinvolti in attacchi contro civili — un principio riconosciuto anche nella giurisprudenza della Corte Internazionale di Giustizia sul controllo e la responsabilità per le azioni di gruppi armati sostenuti da uno Stato terzo.
Fonti: dichiarazione di John Hurley, Tesoro USA (9 novembre 2025) · Dipartimento di Stato USA, Country Reports on Terrorism 2022 · Atlantic Council · Tesoro USA/OFAC (7 dicembre 2023) · Congressional Research Service · NPR
7/7 · OPINIONE · 18 luglio 2026
Il paradosso dei flussi: quando la stessa mano arma il proprio nemico
Questo articolo prova a rispondere mettendo a fuoco un'idea semplice: usare gruppi armati non statali come strumento di potere non è l'eccezione di qualche regime "cattivo". È una pratica ordinaria, usata da governi che si presentano come opposti tra loro — e che si accusano a vicenda proprio per questo, mentre fanno la stessa cosa.
Chiamare "terrorismo" ciò che fa un avversario e "sicurezza nazionale" ciò che fa un alleato è comodo, ma nasconde la realtà: quasi ogni potenza, quando le conviene, sostiene una forza armata che non controlla direttamente, per ottenere un risultato che non potrebbe ottenere con le proprie truppe. Il problema non è che questo accada. Il problema è quando lo si nega, o lo si giustifica solo per i propri alleati.
Uno strumento per non fare di tutta l'erba un fascio
Dire "fanno tutti così" sarebbe comodo, ma è pigrizia travestita da onestà. Per giudicare bene serve una domanda in più: che tipo di violenza produce questo sostegno? C'è una differenza tra un governo che usa un gruppo armato come mossa tattica all'estero, restando comunque sotto il controllo di una stampa libera e di tribunali indipendenti in casa propria — e un governo per cui la violenza, dentro e fuori i propri confini, è il modo stesso in cui si regge in piedi. Nel primo caso parliamo di un calcolo, per quanto cinico. Nel secondo, di un sistema che non saprebbe reggersi senza quella violenza.
Questo sito ha verificato, fonte per fonte, sei episodi che aiutano a vedere il meccanismo da più lati. Israele ha lasciato passare per anni denaro del Qatar verso Hamas, un finanziamento tollerato per calcolo tattico. Gli Stati Uniti compaiono due volte: armi del programma Timber Sycamore finite nelle mani sbagliate in Siria, e la tortura di stato nei black site della CIA in Europa, oggi condannata da sentenze reali della Corte Europea dei Diritti dell'Uomo. La Russia manda i propri mercenari dell'Africa Corps in Mali a fianco dell'esercito locale, con civili uccisi nel processo. La Turchia, insieme alla Cina, sostiene militarmente entrambi i lati dello stesso conflitto libico, in violazione dell'embargo ONU. E l'Iran ha fatto arrivare a Hezbollah quasi un miliardo di dollari nel solo 2025, secondo il Tesoro USA, alla guida di una rete che include anche Hamas e gli Houthi.
Sono governi diversi — Israele, Stati Uniti, Russia, Turchia, Cina, Iran — che userebbero ciascuno un linguaggio opposto per descrivere la propria politica estera. Il meccanismo, però, si ripete identico: un attore statale che finanzia, arma o lascia fare a una forza che non risponde direttamente a lui, e che se ne dissocia quando le cose vanno male.
Tra questi sei casi, l'Iran è quello più vicino al secondo tipo di violenza descritto sopra — non tattica occasionale, ma parte dichiarata della propria identità politica attraverso quello che Teheran chiama "Asse della Resistenza": una rete che tiene insieme sciiti, sunniti e persino zayditi (gruppi religiosi spesso in tensione tra loro) non per fede comune ma per convenienza condivisa contro un nemico comune. È una differenza di grado importante rispetto agli altri cinque casi, e non va appiattita.
Chi arma un gruppo, spesso lo perde
Chi finanzia una forza armata raramente riesce a controllarla fino in fondo, né a lungo termine. Ogni sponsor di questo tipo, prima o poi, subisce il contraccolpo di ciò che ha creato: un gruppo addestrato per un nemico si rivolta contro chi lo ha armato, o contro un alleato di chi lo ha armato. Ma sarebbe altrettanto sbagliato pensare che questi gruppi siano semplici "burattini". Hanno una propria strategia, una propria ideologia, un proprio calcolo — e sanno usare a proprio vantaggio i soldi e le armi che ricevono, esattamente come chi li finanzia usa loro.
I limiti di questo confronto
Un confronto onesto deve dire anche dove si ferma. Altrimenti diventa il contrario di quello che vuole essere: invece di guardare i fatti, giudica soltanto "l'Occidente" o "i suoi nemici" a prescindere da cosa hanno fatto davvero. Tre cose vanno dette con chiarezza.
Primo: sul piano pratico — soldi, armi, addestramento dati a un gruppo armato — il calcolo è identico ovunque. Ma il diritto internazionale resta l'unico metro che abbiamo per giudicare tutti allo stesso modo, anche se è nato nel 1945 dai vincitori di allora. Usarlo comunque è una scelta, e la dichiariamo apertamente.
Secondo: un governo che commette crimini gravi fuori dai propri confini, ma che al proprio interno lascia esistere una stampa capace di indagarlo e tribunali capaci di condannarlo, non è uguale a un governo che elimina in partenza ogni controllo di questo tipo. Non è un'assoluzione per il primo. È una differenza reale, non solo retorica.
Terzo: effetti simili — Stati falliti, guerre civili, morti civili — non nascono sempre dalle stesse cause. Un crollo può nascere da un intervento che rimuove un potere senza calcolare cosa verrà dopo. Un altro può nascere da una strategia voluta e prolungata nel tempo. Riconoscere che gli effetti si somigliano non significa che le responsabilità siano intercambiabili.
La linea di questo sito
Non ci schieriamo con un blocco di Paesi per accusarne un altro. Il calcolo cinico di un governo resta cinico anche quando a denunciarlo è la propaganda di un suo rivale — e la propaganda di quel rivale resta propaganda anche quando, per una volta, dice il vero su un crimine altrui. Il nostro compito non è trovare un pareggio a tutti i costi tra le parti. È guardare i fatti con occhi fermi, senza lasciare che nessun governo si lavi le mani usando i crimini di un altro come alibi.
Fonti interne: le sei notizie citate, pubblicate su questo sito con verifica fonte per fonte. Fonte del ragionamento: documento di lavoro interno "Il Paradosso dei Flussi", 16 luglio 2026 (non pubblicato).
N3R1-70 — I Will Not Look Away — Versione online: https://iwillnotlookaway.org/s/it/serie-paradosso-dei-flussi-testo-completo.html