ANALISI
Etiopia, la guerra che nessuno racconta: guida per capire
6 ottobre 2026 — Etiopia
In sintesi
- Dal 23 settembre 2026 l'Etiopia è di nuovo in guerra. Da una parte c'è il governo federale del primo ministro Abiy Ahmed; dall'altra un'alleanza di sette gruppi armati nata il 20 settembre, guidata dalle forze del Tigray e dalle milizie amhara Fano, che chiede la caduta del governo.
- Il 3 e 4 ottobre l'esercito federale ha ripreso Mekelle, capoluogo del Tigray, senza combattere: le forze tigrine si sono ritirate dicendo di volersi riorganizzare altrove.
- La guerra non è solo etiopica. Il governo accusa Eritrea, Sudan ed Egitto di sostenere i ribelli; i tre negano. Il 4 ottobre i loro leader, con quello della Somalia, hanno firmato una dichiarazione comune che contesta punto per punto le ambizioni etiopiche sul Mar Rosso e sul Nilo.
- In mezzo ci sono milioni di civili: circa 750.000 sfollati erano ancora in Tigray prima della ripresa dei combattimenti.
Il 3 ottobre, a Mekelle, i residenti hanno visto i combattenti tigrini lasciare la città. Poche ore dopo sono arrivati prima i miliziani di una formazione tigrina alleata del governo, poi l'esercito federale (Al Jazeera). Non c'è stata battaglia. Per la terza volta in sei anni il capoluogo del Tigray, nel nord dell'Etiopia, ha cambiato padrone; per giorni le comunicazioni sono rimaste interrotte e chi ci vive temeva saccheggi (AP). In Italia la notizia è passata quasi inosservata. Eppure in Etiopia, nel 2020-2022, si è combattuta una delle guerre più letali di questo secolo, e oggi quella guerra sta ricominciando, più larga di prima. Questa guida prova a spiegare chi combatte, perché, e che cosa c'è in gioco anche fuori dai confini etiopici.
Il Paese in tre minuti
L'Etiopia ha circa 135 milioni di abitanti, secondo le stime dell'ONU per il 2025 (UNFPA): è il secondo Paese più popoloso dell'Africa dopo la Nigeria, con più del doppio degli abitanti dell'Italia. Il solo Tigray, dove la guerra è cominciata, ne conta circa 7 milioni. Il Paese ospita la sede dell'Unione Africana ed è senza sbocco sul mare: lo ha perso nel 1993, quando l'Eritrea è diventata indipendente portandosi dietro tutta la costa, compreso il porto di Assab. Dalla Costituzione del 1995 è una federazione di regioni disegnate in gran parte su base etnica: Tigray, Amhara, Oromia, Afar, Somali e altre. È un Paese di circa 80 gruppi etnici, e le linee di frattura politica seguono spesso quelle identitarie.
Abiy Ahmed governa dal 2018. Nel 2019 ha ricevuto il premio Nobel per la pace per aver chiuso il conflitto con l'Eritrea. Un anno dopo era in guerra nel Tigray, con l'Eritrea come alleata. Il 5 ottobre 2026 ha giurato per un secondo mandato di cinque anni.
Le sigle in breve
- TPLF: Fronte popolare di liberazione del Tigray: partito e forze armate tigrine, ha guidato l'Etiopia fino al 2018
- ENDF: Forza di difesa nazionale etiopica, l'esercito federale
- TPF: Tigray Peace Force, milizia tigrina alleata del governo
- Fano (AFNM): milizie nazionaliste della regione Amhara
- OLA: Esercito di liberazione oromo, guerriglia in Oromia
- ANURF / Ugugumo: gruppo armato della regione Afar, attraversata dalla strada per Gibuti
- ONLF: Fronte di liberazione dell'Ogaden, nella regione Somali
- BPLM, GPDM: movimenti armati della regione Benishangul-Gumuz, al confine con il Sudan
- RSF: Forze di supporto rapido, la milizia che combatte l'esercito in Sudan
- GERD: Grande diga della Rinascita, sul Nilo Azzurro
- ACLED: centro indipendente che raccoglie dati sui conflitti armati
Come si è arrivati qui
- 2018. Il Fronte popolare di liberazione del Tigray (TPLF), che aveva dominato il governo federale per 27 anni, perde il potere dopo anni di proteste. Abiy diventa primo ministro.
- 2020-2022. Guerra tra governo federale e TPLF. Con l'esercito combattono le truppe eritree e le milizie amhara. Le stime dei morti vanno da meno di 100.000 (funzionari etiopici) a circa 600.000 (il mediatore dell'Unione Africana Olusegun Obasanjo). Il 2 novembre 2022 l'accordo di Pretoria, in Sudafrica, chiude la guerra: lo abbiamo raccontato qui.
- 2023. Il governo cerca di disarmare le forze regionali dell'Amhara. Le milizie Fano, che avevano combattuto al fianco dell'esercito, si rivoltano (la guerra in Amhara).
- 2025. Al TPLF viene revocata la registrazione come partito. Il Tigray resta escluso dalle elezioni nazionali del giugno 2026 (The Conversation).
- Aprile 2026. Il TPLF destituisce l'amministrazione ad interim prevista dall'accordo di Pretoria e rimette al suo posto il vecchio presidente regionale, Debretsion Gebremichael (Crisis Group).
- Estate 2026. Attacchi con droni federali sul Tigray. Il TPLF denuncia il blocco di fondi, carburante e accesso alle banche; nella regione ripartono reclutamento e mobilitazione.
- 20 settembre. Sette gruppi armati annunciano un'alleanza per rovesciare il governo (Africanews).
- 22-23 settembre. Da 15 a 17 attacchi con droni colpiscono Alamata, nel sud del Tigray, comprese scuole e un ospedale, secondo il centro di monitoraggio ACLED. Il giorno dopo il TPLF prende gli aeroporti di Mekelle, Axum e Shire e attacca verso l'Amhara e l'Afar. La chiama «guerra difensiva».
- 28 settembre - 4 ottobre. Controffensiva federale: Alamata, poi l'aeroporto di Mekelle, poi la città.
Chi combatte
Il fronte governativo
- ENDF: Forza di difesa nazionale etiopica, l'esercito federale. Dispone di aviazione e droni.
- Tigray Peace Force (TPF): milizia tigrina nata da una scissione delle forze del Tigray, oggi alleata del governo. È entrata per prima a Mekelle.
- Polizie regionali e milizie locali.
L'alleanza di opposizione («Alleanza delle forze popolari etiopi per la sopravvivenza», 20 settembre 2026). Obiettivo dichiarato: rimuovere il governo Abiy e aprire una transizione.
- TPLF: Fronte popolare di liberazione del Tigray, con le sue forze armate. Il membro più forte.
- Fano (AFNM): milizie nazionaliste amhara, unificate nel Movimento nazionale Fano. Il loro capo, Zemene Kassie, presiede l'alleanza.
- OLA: Esercito di liberazione oromo, in guerriglia dal 2018 in Oromia, la regione più popolosa.
- Il fronte afar: gruppo armato dell'Afar, la regione attraversata dalla strada e dalla ferrovia per Gibuti. Le fonti lo chiamano in modi diversi (ANURF, oppure Ugugumo, nome storico della guerriglia afar).
- ONLF: Fronte di liberazione dell'Ogaden, nella regione Somali. Aderisce una fazione all'estero; i dirigenti in Etiopia negano di farne parte.
- BPLM e GPDM: due movimenti della regione Benishangul-Gumuz, al confine con il Sudan.
Due avvertenze per leggere questa lista. La prima: sulla carta i membri sono sette, ma secondo ACLED al 26 settembre combattevano davvero solo tre di loro: il TPLF, i Fano e il gruppo afar Ugugumo (Al Jazeera). La seconda è un paradosso: i Fano che oggi combattono accanto al TPLF sono gli stessi che nel 2020-2022 lo combattevano accanto all'esercito federale. E restano divisi su una questione decisiva: sia i tigrini sia gli amhara rivendicano il Tigray occidentale, che gli amhara chiamano Wolkait. L'alleanza unisce gruppi che hanno un nemico comune, non un progetto comune.
Perché si combatte
Ogni parte racconta questa guerra in modo diverso, e le versioni vanno tenute distinte.
Per il governo federale, il TPLF ha violato l'accordo di Pretoria: non ha completato il disarmo, ha rovesciato l'amministrazione ad interim e ha attaccato per primo il 23 settembre, con l'aiuto di Paesi stranieri.
Per il TPLF, è Addis Abeba ad aver svuotato l'accordo: il Tigray non è stato reintegrato nelle istituzioni federali, il partito è stato cancellato, la regione esclusa dal voto e strangolata economicamente, e i droni hanno colpito prima dell'offensiva.
Su alcuni punti le fonti indipendenti concordano. La questione dei territori contesi, il Tigray occidentale e meridionale, non è mai stata risolta, e centinaia di migliaia di sfollati non sono potuti tornare a casa. I meccanismi politici previsti dopo la guerra si sono rotti. E le altre insurrezioni, in Amhara e in Oromia, nascono da rivendicazioni proprie, che il conflitto nel Tigray non ha creato ma ha reso più facili da saldare.
Che cosa c'è in gioco fuori dall'Etiopia
Il mare e l'Eritrea. Per Abiy l'accesso al Mar Rosso è una questione esistenziale. Nel settembre 2025 ha definito la perdita del mare un errore storico che «verrà corretto», e il ritorno del porto eritreo di Assab «una questione di tempo» (The Reporter). Nel 2026 ha ripetuto che l'Etiopia non intende invadere nessuno, ma non smetterà di chiedere un porto (Africanews); il 5 ottobre, giurando per il secondo mandato, ha detto che lavorerà per ottenere uno sbocco al mare (Al Jazeera). L'Eritrea teme proprio un'invasione, e accusa l'Etiopia di fare la guerra per arrivare al mare. Il 29 settembre il capo di stato maggiore etiopico, il maresciallo Birhanu Jula, ha accusato Eritrea, Sudan ed Egitto di sostenere i gruppi armati, indicando l'Eritrea come tramite tra le potenze straniere e i ribelli. I tre Paesi hanno respinto le accuse (Al Jazeera). Il 1° ottobre l'Etiopia ha chiuso la sua ambasciata ad Asmara ed espulso dieci diplomatici eritrei e uno egiziano; l'Eritrea ha risposto rompendo le relazioni diplomatiche, l'Egitto espellendo un diplomatico etiopico (Al Jazeera).
Il Sudan. Le accuse sono speculari. L'Etiopia accusa le forze sudanesi di sostenere il TPLF e gli altri gruppi armati; l'esercito sudanese le definisce «infondate» e accusa a sua volta l'Etiopia di aiutare le Forze di supporto rapido (RSF), contro cui combatte dal 2023. Addis Abeba nega.
Il Nilo. Il 9 settembre 2025 l'Etiopia ha inaugurato la Grande diga della Rinascita (GERD) sul Nilo Azzurro, la più grande centrale idroelettrica dell'Africa, con oltre 5.000 megawatt. Egitto e Sudan, che dipendono dalle acque del fiume a valle, la considerano una minaccia e contestano le decisioni unilaterali di Addis Abeba. I negoziati tra i tre Paesi sono fermi (Al Jazeera).
Il Somaliland. Nel gennaio 2024 l'Etiopia ha firmato un memorandum con il Somaliland, la regione separatista della Somalia, per ottenere un accesso al mare in cambio di un possibile riconoscimento. La Somalia lo ha considerato una violazione della propria sovranità, e il memorandum è stato poi accantonato. Il 26 dicembre 2025 Israele è diventato il primo Stato a riconoscere il Somaliland (The EastAfrican); l'Etiopia non lo ha fatto e non ha preso una posizione ufficiale.
Gibuti. Quasi tutto il commercio etiopico con l'estero, carburante compreso, passa dal porto di Gibuti, lungo la strada e la ferrovia che attraversano l'Afar. È lì che si è spostata una parte dei combattimenti.
El Alamein. Il 4 ottobre, mentre l'esercito entrava a Mekelle, i leader di Egitto, Sudan, Eritrea e Somalia si sono riuniti in Egitto. Nella dichiarazione finale respingono ogni ingerenza negli affari interni degli Stati della regione, ogni riconoscimento del Somaliland, ogni misura unilaterale sul Nilo che danneggi Egitto e Sudan, e rivendicano ai soli Stati costieri il governo del Mar Rosso (testo della dichiarazione). Istituiscono anche un meccanismo di consultazione permanente. Non nominano l'Etiopia, ma ogni punto la riguarda. È la fotografia di uno schieramento regionale che si è compattato contro Addis Abeba.
Lettura giuridica
1. La protezione dei civili vale per tutti. In un conflitto armato interno si applicano l'articolo 3 comune alle Convenzioni di Ginevra e il Secondo Protocollo aggiuntivo, che l'Etiopia ha ratificato nel 1994. Vietano di attaccare i civili, proteggono scuole e ospedali e vietano il saccheggio (Protocollo II, articolo 4). Gli obblighi valgono allo stesso modo per l'esercito federale, per le milizie che lo affiancano e per i gruppi armati dell'alleanza. Gli attacchi con droni su scuole e un ospedale ad Alamata, e qualunque saccheggio a Mekelle, vanno misurati con questo metro, chiunque ne sia l'autore.
2. Aiutare i ribelli di un altro Paese è vietato. Il diritto internazionale vieta agli Stati di intervenire negli affari interni di un altro Stato armando o finanziando gruppi ribelli (divieto dell'uso della forza, Carta ONU, articolo 2, paragrafo 4, e principio di non intervento, come chiarito dalla Corte internazionale di giustizia nella sentenza Nicaragua c. Stati Uniti del 1986). Se le accuse dell'Etiopia a Eritrea, Sudan ed Egitto fossero provate, sarebbe una violazione. Ma lo stesso vale per l'accusa sudanese all'Etiopia di sostenere le RSF. Oggi sono accuse, tutte smentite, e come accuse vanno trattate.
3. Chiedere un porto è lecito, prenderlo no. Uno Stato senza sbocco al mare può negoziare accessi e corridoi. Non può minacciare l'uso della forza contro l'integrità territoriale di un altro Stato (articolo 2, paragrafo 4). Assab è territorio eritreo. Le parole di Abiy oscillano tra la rivendicazione storica e la promessa di non usare la forza: sono le azioni, non i discorsi, a stabilire da che parte cade la linea.
4. Il Nilo ha due principi, non uno. Il diritto consuetudinario sui fiumi internazionali tiene insieme l'uso equo e ragionevole delle acque, che l'Etiopia invoca, e l'obbligo di non causare danni significativi agli altri Stati rivieraschi, che invocano Egitto e Sudan. Il 23 marzo 2015 i tre Paesi hanno firmato a Khartoum una Dichiarazione di principi che li richiama entrambi (principi III e IV) e impegna a risolvere le controversie con il negoziato (principio X). Nessuno dei tre ha invece aderito alla Convenzione ONU del 1997 sui corsi d'acqua internazionali, che codifica le stesse regole: al voto in Assemblea generale Etiopia ed Egitto si astennero, il Sudan votò a favore ma non l'ha mai ratificata. Nessuno dei due principi prevale da solo: per questo servono negoziati, e per questo il loro blocco è un problema.
5. L'integrità territoriale della Somalia. Riconoscere una regione separatista senza il consenso dello Stato di cui fa parte è considerato, nella prassi prevalente, un'ingerenza nella sua integrità territoriale. Il memorandum etiopico del 2024 e il riconoscimento israeliano del 2025 si misurano con questo principio.
Il test di simmetria
I quattro leader di El Alamein hanno invocato la sovranità, la non ingerenza e il diritto internazionale. Sono principi giusti, e valgono per tutti, compresi loro. Nel novembre 2021 un'indagine congiunta dell'Ufficio ONU per i diritti umani e della Commissione etiopica per i diritti umani ha attribuito alle truppe eritree uccisioni illegali, torture e violenze sessuali contro i civili del Tigray (OHCHR). L'esercito sudanese guidato da Abdel Fattah al-Burhan, firmatario della dichiarazione, è accusato da una missione d'inchiesta dell'ONU di attacchi con droni contro ospedali e mercati, come abbiamo documentato. Invocare la legalità non assolve chi la invoca.
Lo stesso vale per il governo etiopico, che chiede il rispetto della propria sovranità mentre rivendica un porto altrui ed è accusato di sostenere una milizia in Sudan. E vale per l'alleanza, che si presenta come difesa dei popoli dell'Etiopia. La stessa indagine del 2021 ha documentato violazioni gravi da parte di tutte le parti in guerra: esercito federale, truppe eritree, forze e milizie amhara, forze tigrine. Chi oggi combatte insieme ha alle spalle violenze reciproche contro i civili delle rispettive comunità.
Giudizio editoriale
Questa sezione esprime la posizione del sito. È separata dai fatti esposti sopra.
La guerra in Etiopia ha tutte le caratteristiche che, altrove, garantirebbero le prime pagine: un Paese di dimensioni enormi, un accordo di pace internazionale che crolla, un rischio concreto di guerra tra Stati, una rotta commerciale strategica minacciata. Da noi arriva in poche righe. Una parte del motivo è la complessità: troppe sigle, troppi nomi di luoghi sconosciuti. Ma la complessità è il motivo per spiegare, non per tacere.
C'è poi una lezione che riguarda l'Unione Africana e tutti gli accordi di pace. Pretoria ha fermato i combattimenti, ma ha lasciato aperte le questioni che li avevano causati: i territori contesi, il disarmo, la rappresentanza politica del Tigray. Una pace che rinvia le domande difficili è una tregua. Quando nessuno, né le parti né i garanti, ha difeso l'accordo nei suoi punti scomodi, la guerra è tornata.
Infine, una cautela che vale per noi e per chi legge. Intorno a questa guerra circolano letture che attribuiscono tutto a regie esterne, a disegni segreti di potenze lontane. Gli interessi stranieri esistono e li documentiamo quando ci sono le prove. Ma spiegare una guerra con un complotto è un modo di non spiegarla: toglie responsabilità a chi, in Etiopia e nella regione, prende le decisioni.
Cosa seguire
- La tenuta di Mekelle e la strategia del TPLF dopo il ritiro: guerriglia nelle montagne o nuovo fronte.
- I combattimenti in Afar, lungo la strada e la ferrovia per Gibuti.
- Le accuse a Eritrea, Sudan ed Egitto e le eventuali prove indipendenti; il rischio di uno scontro diretto tra Etiopia ed Eritrea.
- Il seguito della dichiarazione di El Alamein e la risposta etiopica.
- I rapporti dell'Ufficio ONU per i diritti umani e di OCHA sui civili e sull'accesso umanitario in Tigray, Amhara e Afar.
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Fonti: Al Jazeera (4/10/2026) · AP (3/10/2026) · AFP, The Africa Report (4/10/2026) · UNFPA, dati ONU 2025 · The Conversation (9/2026) · Crisis Group (25/9/2026) · Africanews (21/9/2026) · Al Jazeera, dati ACLED (2/10/2026) · The Reporter (6/9/2025) · Africanews (4/3/2026) · Al Jazeera (5/10/2026) · Al Jazeera (29/9/2026) · Al Jazeera (1/10/2026) · Al Jazeera (9/9/2025) · The EastAfrican (27/12/2025) · Dichiarazione di El Alamein, testo (4/10/2026) · Addis Standard (5/10/2026) · Dichiarazione di principi, Khartoum (23/3/2015) · OHCHR (3/11/2021)
Nota di verifica: i fatti militari vengono da agenzie (AFP, AP, Reuters) riprese da Al Jazeera e The Africa Report, e dal centro di monitoraggio ACLED; con i combattimenti in corso, le singole rivendicazioni restano difficili da verificare in modo indipendente. Le accuse fra Stati sono riportate con le smentite. Il testo della dichiarazione di El Alamein è quello pubblicato dal ministero dell'informazione eritreo. Il saccheggio a Mekelle è riportato solo come timore dei residenti, non come fatto accertato. Situazione aggiornata al 5 ottobre 2026.