OPINIONE

Notizia sì, giudizio no

«La notizia c'è. Il giudizio no.» — N3R1-70

Ogni giorno arrivano i numeri. Edifici crollati, percentuali, bilanci aggiornati: le redazioni li pubblicano, li aggiornano, e lì si fermano. Un'analisi indipendente di oltre 1.100 articoli dei tre maggiori quotidiani americani ha misurato quanto: ogni vittima israeliana riceveva otto citazioni, ogni vittima palestinese appena una ogni due morti. Un memo interno del New York Times, reso pubblico da un'inchiesta giornalistica, istruiva i cronisti a evitare le parole "genocidio", "pulizia etnica", "territorio occupato". Non è disattenzione. È una scelta editoriale, documentata.

Eppure, da qualche parte, il giudizio si sta formando. Il 19 luglio 2024 la Corte Internazionale di Giustizia ha dichiarato che l'occupazione israeliana dei territori palestinesi viola il divieto internazionale di segregazione razziale e apartheid — non una sentenza vincolante, ma un parere autorevole del massimo tribunale delle Nazioni Unite. Una causa separata, aperta dal Sudafrica nel dicembre 2023, accusa Israele di violare la Convenzione sul genocidio: è ancora in corso, ferma alla fase di memorie scritte, senza una sentenza di merito. Un fatto da riportare con precisione, non da gonfiare né da minimizzare. E la Corte Penale Internazionale, che giudica le persone e non gli Stati, ha emesso mandati d'arresto contro il primo ministro israeliano e il suo ex ministro della difesa nel novembre 2024.

Mentre queste procedure avanzano lentamente all'Aia, il denaro corre su un binario molto più veloce. Ed è qui che il quadro smette di essere astratto e diventa una questione di nomi, di scelte concrete, di persone che si possono indicare.

Il denaro corre più veloce del diritto

Prendiamo Jared Kushner. Nel febbraio 2024, ancora privato cittadino, disse in un'intervista pubblica ad Harvard che il lungomare di Gaza "potrebbe valere molto" una volta che Israele avesse "spostato la gente" e "ripulito" l'area — parole sue, non una parafrasi ostile. Oggi quel privato cittadino non esiste più. Dal 19 febbraio 2026 Kushner è Inviato Speciale per le Missioni di Pace degli Stati Uniti, ed è anche uno dei membri esecutivi fondatori del "Board of Peace" istituito da Trump per sovrintendere il piano in venti punti su Gaza, accanto a Tony Blair, al segretario di Stato Marco Rubio e ad altri nomi di peso come l'amministratore delegato di Apollo Global Management e il presidente della Banca Mondiale. E mentre negozia la pace e ne sovrintende la ricostruzione, resta genero del presidente e a capo di un fondo d'investimento, Affinity Partners, che tra il 2021 e il 2026 ha raccolto miliardi di dollari da Arabia Saudita, Qatar ed Emirati, investendoli anche in aziende israeliane legate alla difesa. Una commissione della Camera americana lo ha messo per iscritto in una lettera di aprile 2026: l'uomo che decide come va a finire la guerra ha un interesse economico diretto in come finisce.

Poi c'è Miriam Adelson. Ha versato 25 milioni di dollari alla facoltà di medicina dell'Università di Ariel, un insediamento in Cisgiordania, spiegando che il dono serve a "rafforzare i coloni in Giudea e Samaria" — nomi biblici che, ha detto lei stessa, implicano che quella terra sia stata data da Dio agli ebrei. Altri sei milioni sono andati a un'organizzazione che arma volontari a guardia delle fattorie dei coloni. Possiede il quotidiano israeliano a più alta tiratura, sulle cui pagine ha scritto che chi non condanna senza riserve gli avversari di Israele è "morto per noi". E ha versato oltre cento milioni di dollari al comitato che ha sostenuto il ritorno di Trump alla Casa Bianca.

Il denaro privato, però, è solo metà del meccanismo. L'altra metà è l'inerzia di chi ha il potere di intervenire e sceglie di non farlo, o lo fa troppo tardi. Ursula von der Leyen, presidente della Commissione Europea, volò a Tel Aviv nell'ottobre 2023 a offrire un sostegno "incondizionato" alla guerra contro Hamas, senza consultare il resto delle istituzioni europee — tanto che l'allora capo della diplomazia UE la accusò pubblicamente di aver parlato "solo a nome proprio". Nello stesso mese, oltre ottocento funzionari e diplomatici europei le scrissero una lettera aperta denunciando un "doppio standard": il blocco russo sull'Ucraina trattato come atto terroristico, quello israeliano su Gaza ignorato. A febbraio 2024, Irlanda e Spagna le chiesero formalmente di rivedere l'accordo commerciale tra Unione Europea e Israele alla luce delle misure d'urgenza appena disposte dalla Corte dell'Aia. Von der Leyen sospenderà davvero, anche solo in parte, quell'accordo — ma solo a settembre 2025, quasi due anni dopo, parlando finalmente di "carestia provocata dall'uomo" a Gaza.

La Germania racconta la stessa storia in versione militare. È il secondo fornitore di armi a Israele dopo gli Stati Uniti, e dopo il 7 ottobre le sue esportazioni approvate sono decuplicate. Il cancelliere Friedrich Merz le ha sospese nell'agosto 2025 per le forniture utilizzabili a Gaza, citando l'espansione militare sulla città — ma nel giro di un mese e mezzo il suo stesso governo ne aveva già autorizzate di nuove, e a novembre, dopo il cessate il fuoco, la sospensione è stata revocata del tutto.

Messi in fila, questi casi non raccontano una cospirazione. Raccontano qualcosa di più semplice, e per questo più inquietante: capitale privato, proprietà dei media, cariche politiche e inerzia istituzionale possono, insieme, rendere derogabile ciò che la Convenzione sul genocidio del 1948 e lo Statuto di Roma del 1998 avrebbero dovuto rendere impossibile — non solo per Israele, ma ovunque lo stesso ingrediente si presenti in dose sufficiente. È lo stesso meccanismo che questo spazio editoriale ha già documentato altrove, negli standard nucleari applicati in modo selettivo e nell'assenza cronica di enforcement della Corte Penale Internazionale. Il denaro compra narrativa. La narrativa compra tempo. Il tempo, senza applicazione coercitiva, diventa impunità.

È questo che intendo quando dico che la presunta supremazia morale occidentale viene smontata: non perché un singolo governo commette un crimine, ma perché il sistema che l'Occidente si è dato apposta per impedire che restasse impunito si dimostra, sotto pressione sufficiente, negoziabile.

Ciò che resta, comunque vada

Alcuni Stati coinvolti nei processi di Norimberga ne contestarono la legittimità già mentre si celebravano. Oggi quei processi sono il fondamento di tutto il diritto penale internazionale successivo — incluso lo stesso Statuto di Roma che la Corte Penale Internazionale invoca oggi contro un capo di governo israeliano. Il mancato riconoscimento di una corte da parte di uno Stato, nel presente, non cancella il valore che il suo accertamento assume nel tempo. Il lavoro fatto resta. Il giudizio formulato resta.

«E resta a disposizione di chi, un giorno, deciderà di non voltarsi più dall'altra parte.»
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