GLOSSARIO
Apartheid: dal regime sudafricano al crimine internazionale, due definizioni distinte
Aggiornato al 12 settembre 2026
"Apartheid" indica prima di tutto un regime storico specifico — il Sudafrica dal 1948 al 1994. Ma dal 1973 è anche un termine tecnico del diritto internazionale, con una propria definizione giuridica, applicabile in linea di principio a qualunque situazione ne integri gli elementi, non solo a quel caso storico. Le due cose vanno tenute separate: questa voce spiega la seconda.
L'origine storica
Il termine afrikaans "apartheid" ("separazione") indica il sistema di segregazione razziale istituzionalizzata per legge in Sudafrica dal 1948, che classificava la popolazione per razza e ne regolava per legge la residenza, il lavoro, l'istruzione e i diritti politici. Il Sudafrica restò membro dell'ONU per tutta la durata del regime; la comunità internazionale rispose dichiarando illegittima la condotta del governo, sospendendolo dalle agenzie specializzate e imponendo un embargo obbligatorio sulle armi (risoluzione del Consiglio di Sicurezza 418, 1977), fino al crollo del sistema nel 1990-1994.
La codificazione come crimine autonomo
La Convenzione internazionale sulla soppressione e la punizione del crimine di apartheid, adottata dall'Assemblea generale dell'ONU nel 1973, definisce all'articolo II l'apartheid come "politiche e pratiche analoghe di segregazione e discriminazione razziale, quali praticate nell'Africa australe" — un'estensione esplicita oltre il solo caso sudafricano, applicabile a qualunque sistema di dominio istituzionalizzato di un gruppo razziale su un altro, sorretto da atti disumani commessi per mantenerlo. Lo Statuto di Roma del 1998 riprende l'apartheid come crimine contro l'umanità all'articolo 7, paragrafi 1(j) e 2(h). I due trattati, insieme, sono ratificati da oltre 160 Stati.
Un caso recente: il parere della Corte Internazionale di Giustizia
Nel parere consultivo del 19 luglio 2024 sui territori palestinesi occupati, la Corte Internazionale di Giustizia ha concluso che la legislazione e le misure israeliane che separano le comunità di coloni e quella palestinese in Cisgiordania e a Gerusalemme Est violano l'articolo 3 della Convenzione ONU sull'eliminazione di ogni forma di discriminazione razziale (CERD), che vieta "la segregazione razziale e l'apartheid". Va tenuta una distinzione tecnica netta: la Corte non si è pronunciata sul crimine di apartheid in quanto tale ai sensi della Convenzione del 1973 o dello Statuto di Roma — trattati a cui, peraltro, Israele non ha mai aderito — ma su una violazione della CERD, che Israele ha invece ratificato. Sono standard giuridici distinti, anche se il testo dell'articolo 3 della CERD usa esplicitamente la parola "apartheid".
Una categoria non ancora codificata: l'apartheid di genere
Questo sito ha già usato l'espressione "apartheid di genere" in relazione all'Afghanistan, dove il Relatore speciale ONU ha definito così l'effetto cumulativo delle restrizioni imposte dai talebani alle donne. È un uso differente da quello di questa voce: si tratta di una categoria proposta da diplomatici e giuristi, non ancora codificata come crimine autonomo in nessun trattato — la Corte Penale Internazionale, non a caso, ha dovuto ricorrere alla fattispecie più vicina disponibile, la persecuzione di genere (art. 7(1)(h) dello Statuto di Roma), proprio perché "apartheid di genere" non è ancora un reato a sé.
Il trattato che nel 1998 ha definito apartheid, genocidio, crimini contro l'umanità e crimini di guerra in un unico testo.
Leggi la voce sullo Statuto di RomaFonti: Convenzione internazionale sulla soppressione e la punizione del crimine di apartheid, 1973 — ONU · Statuto di Roma, art. 7 — ICC · Corte Internazionale di Giustizia, parere consultivo 19 luglio 2024