ANALISI

Rohingya, la sentenza che non arriva: che cosa deve decidere la Corte, e che cosa resta a chi aspetta

19 ottobre 2026 — L'Aia / Cox's Bazar

In sintesi

Il contesto

A giugno abbiamo raccontato le udienze e la situazione del Paese dopo il colpo di Stato (La Corte internazionale di giustizia delibera sul genocidio dei Rohingya). Questo pezzo spiega che cosa la Corte deve decidere, che cosa può succedere dopo e che cosa vivono oggi i rohingya.

In breve. Nell'agosto 2017 l'esercito del Myanmar lanciò nello Stato del Rakhine quelle che chiamò «operazioni di sgombero», in risposta agli attacchi di un gruppo armato rohingya, l'ARSA, contro posti di polizia. In pochi mesi più di 700.000 rohingya fuggirono in Bangladesh. Nel 2019 il Gambia, uno Stato lontano ma parte della Convenzione sul genocidio come il Myanmar, ha portato il caso alla Corte internazionale di giustizia (che cos'è la Corte).

Il fatto

Le tappe della causa. Nel gennaio 2020 la Corte ha ordinato al Myanmar, all'unanimità, misure provvisorie per proteggere i rohingya. Nel luglio 2022 ha respinto le sue obiezioni e ha stabilito di poter giudicare. Undici Stati sono intervenuti per spiegare come va letta la Convenzione: Canada, Danimarca, Francia, Germania, Paesi Bassi, Regno Unito, Maldive, Slovenia, Repubblica democratica del Congo, Belgio e Irlanda. Le udienze sul merito si sono tenute dal 12 al 29 gennaio 2026, con testimoni ascoltati a porte chiuse (CIG, comunicati).

Le due tesi. Il Gambia sostiene che la violenza del 2017 è stata il punto più alto di una persecuzione cominciata almeno alla fine degli anni Ottanta, fatta di restrizioni ai matrimoni e agli spostamenti e di una campagna d'odio per disumanizzare i rohingya. Il Myanmar, rappresentato in aula da Ko Ko Hlaing, ha definito il rapporto della Missione d'inchiesta dell'ONU una «condanna senza processo». Sostiene che si trattava di operazioni antiterrorismo contro l'ARSA, e non nega le uccisioni: nega l'intenzione di distruggere il gruppo (Impunity Watch).

Quando arriva la sentenza. Non si sa. Sulla pagina della Corte l'ultimo comunicato è quello di fine gennaio. L'indicazione «ottobre» viene dal ministro della Giustizia del Gambia, Dawda Jallow, che l'ha data a fine agosto a un ministro del Bangladesh (TBS News). In questa causa la Corte ha sempre annunciato le sue decisioni una o due settimane prima: otto giorni prima per le misure provvisorie del 2020, undici per la sentenza del 2022.

Visto dall'alto. Della distruzione del 2017 restano prove che non dipendono dai testimoni. Con le immagini satellitari, Human Rights Watch ha contato 354 villaggi rohingya bruciati in tutto o in parte dopo il 25 agosto 2017. Almeno 118 lo sono stati dopo il 5 settembre, quando il governo diceva che le operazioni erano finite (HRW, 18/12/2017).

I campi. In Bangladesh, nei campi di Cox's Bazar, vivono circa 1,2 milioni di rohingya. Dal 2024 ne sono arrivati circa 150.000, in fuga dai nuovi combattimenti nel Rakhine (UNHCR, via Ittefaq). Dal 1° aprile 2026 il Programma alimentare mondiale divide gli aiuti in fasce. Un terzo delle persone, le più povere, mantiene 12 dollari al mese a testa; gli altri ricevono meno, e una parte scende a 7. Per il PAM non è un taglio, perché resta assicurato il minimo di calorie; per il commissario bangladese ai rifugiati lo è, e teme disordini. Quest'anno i programmi per i rohingya sono finanziati al 19% (AP, via NPR).

Il Rakhine oggi. L'esercito ha perso quasi tutta la regione. L'Arakan Army, il gruppo armato dell'etnia rakhine, controlla 14 comuni su 17 e tutto il confine con il Bangladesh. Secondo Human Rights Watch, anche l'Arakan Army limita gli spostamenti dei rohingya, confisca terre e case, li costringe a lavorare e ad arruolarsi. Un ragazzo rapito nel 2024 racconta di essere stato mandato al fronte come «scudo umano» (HRW, 28/7/2025). Nello stesso rapporto HRW scrive che nel 2024 l'ARSA e altri gruppi armati rohingya hanno combattuto a fianco dell'esercito.

I tribunali penali. La Corte internazionale di giustizia giudica gli Stati, non le persone. Per le persone ci sono altre due strade, entrambe ferme. Nel novembre 2024 il procuratore della Corte penale internazionale ha chiesto un mandato d'arresto per il capo dell'esercito Min Aung Hlaing, ma i giudici non hanno ancora deciso. Ad aprile 2026 Min Aung Hlaing è diventato presidente, eletto da un parlamento uscito da elezioni organizzate dalla giunta; la Corte penale ha ricordato che la carica non gli dà immunità (DVB). Nel febbraio 2025 un tribunale argentino, in base alla giurisdizione universale, ha emesso 25 mandati d'arresto, tra cui uno per lui (JURIST).

Commento giuridico

Che cosa deve decidere la Corte. Che i rohingya siano stati uccisi, cacciati e privati delle case lo ammette anche il Myanmar. La Convenzione del 1948 però chiede di più: che questi atti siano stati commessi con l'intenzione di distruggere il gruppo, in tutto o in parte. Quando l'intenzione non è scritta in un ordine, la Corte la ricava dai comportamenti, ma solo se è l'unica conclusione ragionevole. È lo standard fissato nelle sentenze sulla Bosnia (2007) e sulla Croazia (2015), ed è altissimo: con quello standard la Corte ha riconosciuto un solo genocidio, Srebrenica. La Missione d'inchiesta dell'ONU nel 2018 aveva concluso che c'erano elementi sufficienti per dedurre l'intenzione. La Corte può arrivare alla stessa conclusione o fermarsi prima.

Le strade intermedie. Anche senza genocidio la Corte può condannare il Myanmar. Nel caso della Bosnia, la Serbia fu ritenuta responsabile non di genocidio, ma di non averlo impedito e di non aver punito i colpevoli.

Che cosa può ordinare. Il Gambia chiede una dichiarazione di responsabilità, garanzie di non ripetizione, risarcimenti e le condizioni per un ritorno sicuro dei rohingya, compreso il diritto alla cittadinanza (JusticeInfo). La dichiarazione è l'esito più probabile. Sui risarcimenti c'è un precedente: nel 2022 la Corte ha condannato l'Uganda a pagare 325 milioni di dollari al Congo (UN News). La cittadinanza è il punto più difficile, perché i giudici esitano a dire a uno Stato chi deve essere suo cittadino. Il Myanmar sostiene poi che il Gambia, non avendo subito un danno diretto, può ottenere solo una dichiarazione.

Il limite. Le sentenze della Corte sono obbligatorie, ma la Corte non ha una forza propria per farle eseguire. Se uno Stato non le rispetta, l'altro può rivolgersi al Consiglio di sicurezza, dove hanno il veto la Cina e la Russia, due dei Paesi che forniscono armi alla giunta.

Test di simmetria

Il nostro giudizio

Questa sezione esprime la posizione del sito. È separata dai fatti esposti sopra.

Quando la sentenza arriverà, se ne parlerà per un giorno. È giusto che se ne parli: è la prima causa di genocidio portata da uno Stato non direttamente colpito ad arrivare a una sentenza di merito, e la decisione sull'intenzione peserà anche sulle cause che riguardano Gaza e l'Ucraina. Ma dopo quel giorno, per un rohingya di Cox's Bazar non cambierà molto. Non ci sarà meno fame nei campi, non riavrà la sua terra nel Rakhine, dove comanda una milizia che nessuna corte dell'Aia può chiamare in giudizio come Stato, e il generale accusato, con ogni probabilità, resterà presidente.

Il diritto internazionale ha fatto la sua parte: un piccolo Paese africano ha portato la causa, undici Stati l'hanno sostenuta, la Corte ha ascoltato. Manca ciò che il diritto non può fare da solo: i fondi per i campi, una pressione vera su chi arma la giunta, una protezione dei rohingya anche dalla milizia che ha preso il loro territorio. Una sentenza senza queste cose rischia di restare una pagina di storia.

Cosa seguire

Fonti: CIG, comunicati · Impunity Watch · TBS News · HRW, 18/12/2017 · UNHCR, via Ittefaq · AP, via NPR · HRW, 28/7/2025 · DVB · JURIST · JusticeInfo · UN News

MyanmarRohingyaGenocidioONUDiritto internazionaleCrisi dimenticate

← Tutte le notizie e i manifesti

Resta informato

Una sintesi essenziale, solo quando un fatto lo merita. Niente spam, nessun algoritmo: la tua email resta tua.

Iscrivendoti accetti di ricevere aggiornamenti da I Will Not Look Away. Puoi annullare quando vuoi.