NOTIZIA

La Corte Internazionale di Giustizia delibera sul genocidio dei Rohingya

Giugno 2026

«Si tratta di persone reali, storie reali, un gruppo reale di esseri umani.» — Dawda Jallow, ministro della Giustizia del Gambia, alla CIG

Il fatto

A cinque anni dal colpo di Stato del febbraio 2021, il Myanmar resta una delle emergenze umanitarie più vaste e meno seguite al mondo: quasi 5,2 milioni di sfollati, insicurezza alimentare acuta, e attacchi aerei sui civili passati da poche decine nel primo anno del golpe a oltre 3.300 nel 2025-26, con più di 3.800 morti civili solo dai raid. Dopo elezioni tenute tra dicembre 2025 e gennaio 2026 in soli 263 dei 330 distretti — quasi tutti in aree sotto controllo militare, con la Lega Nazionale per la Democrazia e decine di partiti di opposizione esclusi e molti leader ancora detenuti — il capo del golpe Min Aung Hlaing è diventato presidente nell'aprile 2026; l'Alto Commissario ONU per i diritti umani Volker Türk ha affermato che il processo non ha rispettato i diritti fondamentali dei cittadini, e l'International Crisis Group lo descrive come una facciata civile dietro cui i militari conservano il controllo. Sul fronte giudiziario, dal 12 al 29 gennaio 2026 la Corte Internazionale di Giustizia ha tenuto le udienze di merito nel caso Gambia contro Myanmar, sotto la Convenzione sul Genocidio, per la campagna del 2017 contro la minoranza musulmana Rohingya — oltre 700.000 persone in fuga verso il Bangladesh, con intento genocidario accertato dalla Missione d'inchiesta dell'ONU. La sentenza è attesa entro il 2026. Il Myanmar respinge le accuse: i suoi legali hanno messo in guardia contro letture selettive e l'eccessivo affidamento ai rapporti delle ONG, e nei procedimenti non hanno mai pronunciato la parola «Rohingya», usando il termine «Bengali», che il Relatore speciale dell'ONU per il Myanmar definisce dispregiativo.

Commento giuridico

È il primo caso in oltre un decennio in cui la Corte Internazionale di Giustizia esamina nel merito un'accusa di genocidio (Convenzione sul Genocidio del 1948, art. IX). La sua forza sta nel principio erga omnes partes: il Gambia, Stato lontano e non coinvolto, agisce perché ogni Stato parte ha un interesse comune a prevenire e punire il genocidio — un dovere condiviso, non un affare bilaterale. Il binario penale è distinto e personale: a novembre 2024 il procuratore della Corte Penale Internazionale ha chiesto un mandato d'arresto per Min Aung Hlaing per i crimini contro l'umanità di deportazione e persecuzione dei Rohingya; a febbraio 2025 un tribunale argentino ha emesso mandati in giurisdizione universale. Si aggiungono i crimini di guerra documentati dal Meccanismo investigativo indipendente dell'ONU — raid su case, ospedali e scuole, blocco degli aiuti come punizione collettiva (IV Convenzione di Ginevra, Statuto di Roma). Trattandosi di un caso ancora in deliberazione, non esiste sentenza: il genocidio è accertato dalla Missione ONU e dedotto da un quadro di condotta, ma non ancora giudicato dalla Corte.

Implicazioni

Qui il diritto si misura nella sua coerenza. La decisione su Gambia contro Myanmar plasmerà i due altri casi di genocidio pendenti davanti alla stessa Corte — Sudafrica contro Israele e Ucraina contro Russia: stessa Convenzione, stessa soglia di prova sull'intento, stessa domanda su chi abbia il dovere di applicarla. Ma la coerenza vale anche dentro il conflitto: i Rohingya sono intrappolati tra la giunta e l'Arakan Army, e il Meccanismo dell'ONU indaga gravi abusi di entrambe le parti — esecuzioni, incendi, reclutamento forzato; mentre la macchina bellica della giunta è alimentata dalle armi di Cina, Russia e India. Eppure, con milioni di sfollati e — secondo l'ACLED — il conflitto più frammentato al mondo, l'attenzione internazionale resta marginale rispetto alla scala della crisi. È esattamente lo scarto tra gravità e attenzione che questa piattaforma esiste per documentare: il diritto vale per tutti, o non vale per nessuno.

Fonti: Al Jazeera · UN News · OHCHR · IIMM

MyanmarRohingyaGenocidioONUDiritto internazionale

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