ANALISI

La condannata che non è morta. Chi usa ancora la pena di morte, e quali limiti del diritto viola

2 ottobre 2026 — Stati Uniti / Mondo

In sintesi

Mercoledì sera, in un carcere di Nashville, una donna di 50 anni ha ricevuto due dosi del farmaco che doveva ucciderla ed è rimasta cosciente. Secondo una giornalista presente come testimone, a un certo punto ha guardato verso i funzionari e ha chiesto se fosse normale sentirsi così. Dopo quasi un'ora la procedura è stata fermata, i testimoni sono stati fatti uscire e Christa Pike è stata portata in ospedale. Lì, adesso, i medici lavorano per salvarle la vita. È la stessa vita che lo Stato aveva appena provato a toglierle, e che la legge gli permette di provare a togliere di nuovo.

Questo pezzo parte da lei, ma non si ferma agli Stati Uniti. Nel 2025 i Paesi che hanno eseguito condanne a morte sono stati 17. Le esecuzioni registrate sono state 2.707, il numero più alto da oltre quarant'anni. E quasi tutte sono avvenute lontano dai riflettori che oggi illuminano il Tennessee.

Il fatto

Christa Pike era stata condannata a morte nel 1996 per l'omicidio di Colleen Slemmer, 19 anni, uccisa nel 1995 in un bosco vicino a un centro di formazione professionale di Knoxville. Pike aveva 18 anni. Ha passato trent'anni nel braccio della morte. Sarebbe stata la prima donna giustiziata in Tennessee in circa due secoli.

L'esecuzione era fissata per il 30 settembre 2026 nel carcere di massima sicurezza di Riverbend, a Nashville. Intorno alle 20 le sono state somministrate due dosi di pentobarbital. Pike è rimasta cosciente: i testimoni hanno sentito il battito del cuore e poi un russare forte. Intorno alle 20:53 la procedura è stata interrotta. Pike è stata trasferita in un ospedale vicino, dove riceve cure per salvarle la vita. I suoi avvocati la descrivono in condizioni critiche.

Il Dipartimento penitenziario sostiene di aver seguito ogni passo del protocollo previsto dalla legge. Il governatore Bill Lee ha annullato le esecuzioni rimaste in calendario per il 2026 e ha ordinato una revisione affidata a un soggetto esterno. Non è il primo fallimento dell'anno in Tennessee: a maggio l'esecuzione di Tony Carruthers era stata sospesa dopo più di un'ora di tentativi falliti di inserire una flebo. Secondo i suoi legali, la persona incaricata non lo faceva su un paziente da oltre dieci anni.

Che cosa succede adesso non è deciso. Pike potrebbe tornare nel braccio della morte. I suoi avvocati chiedono che la condanna venga commutata in ergastolo e definiscono quello che ha subito una tortura chimica. Esistono precedenti. Nel maggio 1946 Willie Francis, un ragazzo nero della Louisiana condannato per un omicidio commesso a 15 anni, sopravvisse alla sedia elettrica a 17 anni. La Corte suprema federale respinse il suo ricorso (Louisiana ex rel. Francis v. Resweber) e nel maggio 1947 fu giustiziato al secondo tentativo. Nel 2009 l'Ohio non riuscì a inserire la flebo a Romell Broom e nel 2016 la Corte suprema dello Stato stabilì che si poteva riprovare. Broom morì di Covid nel braccio della morte nel 2020, prima del secondo tentativo. Il caso di Pike, però, è diverso: questa volta il farmaco è entrato nel suo corpo.

Chi uccide ancora per legge

Il quadro più completo è il rapporto annuale di Amnesty International sulle condanne a morte e le esecuzioni nel 2025, pubblicato a maggio 2026 (versione italiana). Le cifre sono minime: comprendono solo le esecuzioni che l'organizzazione è riuscita a documentare.

PaeseEsecuzioni registrate nel 2025
Iranalmeno 2.159
Arabia Sauditaalmeno 356
Yemenalmeno 51
Stati Uniti47
Egitto23
Singapore17
Kuwait17
Somaliaalmeno 17
Afghanistan6
Emirati Arabi Uniti3
Giappone1
Taiwan1
Sud Sudan1
Iraqesecuzioni accertate, numero non confermato (almeno 63 nel 2024)
Cinamigliaia secondo Amnesty; dato segreto di Stato
Corea del Nordesecuzioni accertate, nessuna cifra attendibile
Vietnamesecuzioni accertate; dato segreto di Stato

Fonte: Amnesty International, Death Sentences and Executions 2025 (maggio 2026). Il totale di 2.707 esclude la Cina.

Due Paesi fanno quasi tutto. Iran e Arabia Saudita, da soli, totalizzano il 93% delle esecuzioni registrate. In Iran la crescita è stata brusca dopo la guerra di dodici giorni con Israele del giugno 2025: 654 esecuzioni nel primo semestre, 1.505 nel secondo. Teheran ha approvato una legge che punisce con la morte obbligatoria lo «spionaggio» e la «collaborazione con Stati ostili», in vigore dal 15 ottobre 2025. Dal 13 giugno 2025 almeno 11 uomini sono stati giustiziati dopo processi per spionaggio a favore di Israele che Amnesty definisce gravemente iniqui. Il sito ha già documentato l'uso della pena di morte come strumento di repressione in Iran, nei pezzi sulla repressione delle proteste e sul dissenso ridefinito come terrorismo.

La droga è la prima causa. 1.257 esecuzioni, il 46% del totale, sono avvenute per reati di droga, in Cina, Iran, Kuwait, Arabia Saudita e Singapore. Nel 2024 erano state 637.

Gli Stati Uniti sono l'unico Paese delle Americhe che giustizia, e lo sono da diciassette anni consecutivi. Nel 2025 le esecuzioni sono state 47 in 11 Stati, quasi il doppio del 2024, e quasi la metà in Florida. Alabama e Louisiana hanno usato l'asfissia con azoto; la Carolina del Sud ha fucilato tre uomini. A fine anno le persone nel braccio della morte americano erano 1.948, di cui 47 donne: per la prima volta meno di duemila.

Come si uccide per legge. Il rapporto elenca i metodi usati nel 2025:

MetodoPaesi
DecapitazioneArabia Saudita
ImpiccagioneEgitto, Iran, Iraq, Giappone, Kuwait, Singapore, Sud Sudan
Iniezione letaleCina, Stati Uniti, Vietnam
FucilazioneAfghanistan, Cina, Corea del Nord, Arabia Saudita, Somalia, Taiwan, Emirati, Stati Uniti, Yemen
Asfissia con azotoStati Uniti (Alabama 4, Louisiana 1)

L'asfissia con azoto è il metodo più recente, introdotto in Alabama nel 2024 come alternativa a un'iniezione letale sempre più contestata. La persona respira azoto puro attraverso una maschera fino a morire per mancanza di ossigeno. Secondo i testimoni, il primo condannato giustiziato così, Kenneth Smith, nel gennaio 2024, ha impiegato più di venti minuti a morire, tra convulsioni. Nel novembre 2024 un gruppo di esperti ONU ha chiesto agli Stati Uniti di vietare questo metodo, perché può costituire un trattamento crudele, inumano o degradante, o persino tortura.

Altri dati del rapporto. In tutto il mondo, a fine 2025, almeno 25.508 persone aspettavano l'esecuzione. Le donne giustiziate sono state 61 in Iran, 5 in Arabia Saudita, una in Egitto e una in Kuwait, più un numero imprecisato in Cina. Le esecuzioni pubbliche sono state almeno 17: 11 in Iran e 6 in Afghanistan. Giappone, Taiwan, Sud Sudan ed Emirati hanno ripreso le esecuzioni dopo una pausa.

La Cina e il buco nei numeri. Amnesty ha smesso di pubblicare stime sulla Cina nel 2009, perché le autorità di Pechino usavano quei numeri, sempre inferiori alla realtà, come se fossero completi. Pechino non ha mai pubblicato una cifra. Per Amnesty resta il primo Paese al mondo per esecuzioni, con migliaia ogni anno. Anche in Vietnam i dati sono segreto di Stato. Su questi Paesi non esiste un numero onesto da scrivere, e il fatto stesso è un dato: le risoluzioni ONU sulla moratoria chiedono a tutti gli Stati di pubblicare le informazioni sull'uso della pena di morte.

Israele, un caso nuovo. Israele ha giustiziato due persone dalla sua fondazione; l'ultima è Adolf Eichmann, nel 1962. Il 30 marzo 2026 la Knesset ha approvato, con 62 voti contro 48, la legge sulla pena di morte per i terroristi. Il testo funziona su due binari. Nei tribunali militari della Cisgiordania, davanti ai quali compaiono i palestinesi, la morte per impiccagione è la pena ordinaria per l'omicidio classificato come terrorismo, da eseguire entro 90 giorni dalla sentenza definitiva e senza possibilità di commutazione. Nei tribunali civili la legge si applica solo a chi uccide con lo scopo di negare l'esistenza dello Stato di Israele: una formula che nei fatti esclude gli autori ebrei di attentati.

Il giorno prima del voto i ministri degli Esteri di Italia, Francia, Germania, Regno Unito, Australia e Nuova Zelanda avevano chiesto alla Knesset di rinunciare, denunciando il carattere di fatto discriminatorio della legge. Il 31 marzo l'Alto commissario ONU per i diritti umani, Volker Türk, ha scritto che applicarla ai residenti dei territori occupati costituirebbe un crimine di guerra. Gli Stati Uniti non l'hanno condannata, richiamando la sovranità di Israele.

Diverse organizzazioni israeliane, tra cui l'Associazione per i diritti civili in Israele (ACRI) e Adalah, hanno fatto ricorso alla Corte suprema. Il giudice incaricato non ha sospeso la legge in via cautelare e ha chiesto al governo di rispondere entro il 24 maggio. Il 17 maggio il comandante del Comando centrale dell'esercito ha firmato l'ordine che la rende applicabile in Cisgiordania. L'11 maggio la Knesset aveva approvato, con 93 voti a zero, anche un tribunale militare speciale, che potrà condannare a morte i palestinesi accusati di aver partecipato agli attacchi del 7 ottobre 2023. Alla data di questo articolo non abbiamo trovato notizia di una sentenza della Corte suprema né di condanne a morte pronunciate in base alle nuove leggi.

Non solo segnali negativi. Nel 2025 in Bielorussia non è stata pronunciata né eseguita nessuna condanna a morte, per la prima volta da quando Lukashenko è al potere (1994). Il Vietnam ha abolito la pena di morte per otto reati, tra cui il trasporto di droga e la corruzione. Lo Zimbabwe ha commutato tutte le condanne. In Alabama la governatrice Kay Ivey ha concesso la grazia a Rocky Myers: è la prima concessa a un detenuto nero dal 1976. A fine 2025 i Paesi abolizionisti per tutti i reati erano 113, contro i 16 del 1977. Altri 9 l'hanno abolita per i reati ordinari e 23 non la applicano da anni. Restano 54 Paesi che la mantengono.

Lettura giuridica: dove il diritto dice basta

Va detto subito, perché è il punto che più spesso si sbaglia: il diritto internazionale generale non vieta la pena di morte. Il Patto internazionale sui diritti civili e politici, all'articolo 6, protegge il diritto alla vita e insieme ammette la pena capitale nei Paesi che non l'hanno abolita, a condizioni precise. Il divieto assoluto vale solo per gli Stati che hanno ratificato il Secondo Protocollo opzionale al Patto (1989) e, in Europa, i Protocolli 6 e 13 della Convenzione europea dei diritti dell'uomo.

Quello che il diritto impone a tutti sono dei limiti. Il Comitato ONU per i diritti umani li ha riassunti nel Commento generale n. 36 del 2019:

Il caso americano ha una particolarità. Gli Stati Uniti hanno ratificato il Patto nel 1992 con due riserve proprio su questi punti. Con la prima si riservano il diritto di applicare la pena di morte a chiunque, salvo le donne incinte, compresi i reati commessi da minorenni. Con la seconda accettano il divieto di trattamenti crudeli dell'articolo 7 solo nella misura in cui coincide con quello che vieta la loro Costituzione (testo delle riserve). In pratica, se un'esecuzione fallita sia un trattamento crudele lo decide la Corte suprema americana, non il Comitato ONU. Sui minorenni la Corte suprema è poi arrivata da sola dove il Patto voleva portarla: dal 2005 (Roper v. Simmons) negli Stati Uniti non si giustiziano più persone che avevano meno di 18 anni al momento del reato.

Due elementi pesano direttamente sul caso Pike. Il primo è l'attesa. Nel 1989 la Corte europea dei diritti dell'uomo, nella sentenza Soering contro Regno Unito, ha vietato al Regno Unito di estradare un uomo negli Stati Uniti perché anni di attesa nel braccio della morte costituivano già un trattamento inumano. Pike ne ha passati trenta. Il secondo è la salute mentale: dopo la condanna, esperti e lo stesso Dipartimento penitenziario del Tennessee le hanno diagnosticato un disturbo bipolare e un disturbo post-traumatico da stress.

Restano due fatti del diritto americano. La Costituzione obbliga lo Stato a curare i detenuti: l'indifferenza deliberata verso i loro bisogni medici gravi è una pena crudele (Estelle v. Gamble, 1976). E la stessa Costituzione, come mostrano i casi Francis e Broom, non vieta di riprovare un'esecuzione fallita. Lo Stato è quindi tenuto a salvare Christa Pike, e non gli è impedito di ucciderla dopo averla salvata.

Chi la chiede, e cosa dicono i dati

Anche in Italia, dove la Costituzione la vieta (art. 27, senza più eccezioni dal 2007), una parte dell'opinione pubblica vorrebbe la pena di morte per alcuni reati. Secondo un sondaggio SWG del febbraio 2024, il 31% degli italiani sarebbe favorevole a reintrodurla, il 57% è contrario e il 12% non si esprime. Secondo i dati riportati, i reati più citati sono l'omicidio (28%), gli abusi sessuali su minori (25%) e lo stupro (23%), e il 5% la vorrebbe perfino per il furto. Le fonti disponibili non chiariscono se queste percentuali siano calcolate su tutti gli intervistati o solo sui favorevoli.

In altri Paesi democratici i favorevoli sono di più. I sondaggi fanno domande diverse e vanno confrontati con cautela, ma l'ordine di grandezza è chiaro:

PaeseFavorevoliSondaggio
Giappone83,1% (mantenerla)Governo, ottobre-dicembre 2024
Stati Uniti52% (per l'omicidio; minimo dal 1972)Gallup, ottobre 2025
Francia51% (ristabilirla)Ipsos, «Fractures françaises», novembre 2024
Regno Unito50% (reintrodurla per alcuni reati)YouGov, novembre 2025
Italia31% (reintrodurla)SWG, febbraio 2024

Due cose saltano all'occhio. La prima: l'opinione pubblica non decide la pratica. Il Giappone, con l'83% di favorevoli, nel 2025 ha giustiziato una persona; Francia e Regno Unito, con metà della popolazione favorevole, restano abolizionisti. In Europa l'abolizione è stata una scelta dei parlamenti, spesso presa contro la maggioranza degli elettori. La seconda: dei Paesi che giustiziano di più, Iran, Arabia Saudita e Cina, non esistono sondaggi liberi e attendibili. Dove si uccide di più, nessuno può chiedere alla gente se è d'accordo.

Le ragioni più comuni di chi la chiede sono due: la pena di morte farebbe da deterrente, e chi commette certi crimini non meriterebbe di vivere in una comunità civile. Qui le confrontiamo con i dati disponibili.

Lo stupro e gli abusi sui minori. Diversi Paesi puniscono già lo stupro con la morte: nel 2025 condanne di questo tipo sono state pronunciate in Bangladesh, India, Iran, Pakistan e Arabia Saudita. In Perù una commissione governativa ha raccomandato di introdurla per lo stupro di minori. Negli Stati Uniti la Corte suprema l'ha vietata nel 2008 per i reati che non causano la morte della vittima (Kennedy contro Louisiana). Dal 2023 però Florida, Tennessee, Idaho, Oklahoma e Arkansas hanno approvato leggi per lo stupro di minori, con l'obiettivo dichiarato di riportare la questione davanti alla Corte. Per il Comitato ONU, che interpreta il Patto, lo stupro, per quanto grave, non rientra tra i «reati più gravi» dell'art. 6, che riserva all'omicidio intenzionale.

Gli studiosi e gli operatori del settore segnalano anche un rischio. Se lo stupro è punito come l'omicidio, chi lo commette non ha più nulla da perdere a uccidere la vittima, che è spesso l'unica testimone. Nel caso Kennedy l'associazione americana degli assistenti sociali avvertiva anche di un secondo effetto: molti abusi su minori avvengono in famiglia, e la prospettiva di mandare a morte un parente scoraggia le denunce. Uno studio dell'Università della California a Riverside (Bansal e Troiano, dicembre 2025) ha trovato che negli Stati Uniti pene molto più dure per gli abusi sui minori hanno coinciso con un aumento degli omicidi di bambini, coerente con l'eliminazione dei testimoni. È un lavoro non ancora sottoposto a revisione scientifica e va letto come un indizio, non come una prova.

La deterrenza. Nel 2012 il National Research Council, l'organo scientifico delle accademie nazionali americane, ha esaminato trent'anni di studi e ha concluso che la ricerca non permette di stabilire se la pena di morte riduca gli omicidi. Ha raccomandato di non usare quegli studi per decidere le politiche penali. Non è la prova che la pena di morte non funziona. È la prova che nessuno ha dimostrato che funzioni.

L'errore. Dal 1973 negli Stati Uniti almeno 203 condannati a morte sono stati poi riconosciuti innocenti: uno ogni otto giustiziati. E gli Stati Uniti hanno uno dei sistemi giudiziari più aperti al controllo tra quelli che giustiziano. Degli errori nei processi iraniani, cinesi o sauditi non sappiamo nulla.

Il test di simmetria

Lo stesso metro, applicato a tutti. Per ogni limite, chi lo ha violato nel 2025 secondo i dati documentati. Per gli Stati che non hanno ratificato il Patto si tratta di standard ONU, non di obblighi di trattato:

Limite del diritto internazionaleDove è stato violato nel 2025 (fonte: Amnesty; azoto: esperti ONU)
Solo «reati più gravi» (niente droga)Cina, Iran, Kuwait, Arabia Saudita, Singapore
Mai su chi era minorenneIran, Arabia Saudita
Mai pena di morte obbligatoriaIran, Nigeria, Pakistan, Arabia Saudita, Singapore, Trinidad e Tobago, Yemen; Israele per legge dal 2026
Mai dopo processi iniquiAfghanistan, Bangladesh, Cina, Egitto, Iran, Iraq, Arabia Saudita, Singapore, Yemen
Mai su persone con disabilità mentaliGiappone e Stati Uniti, tra gli altri (condanne pendenti)
Trasparenza sui datiCina, Vietnam, Corea del Nord (dati segreti o assenti)
Metodi senza sofferenze evitabiliStati Uniti (esecuzioni fallite, azoto), Iran e Afghanistan (esecuzioni pubbliche)

Nessun blocco geopolitico ne esce pulito. Le violazioni toccano alleati di Washington (Arabia Saudita, Egitto, Kuwait, Emirati, Singapore, Israele), suoi avversari (Iran, Cina, Corea del Nord) e gli Stati Uniti stessi. Nel 2025 l'Europa è stata l'unico continente senza esecuzioni né nuove condanne registrate, dopo l'anno di pausa della Bielorussia, che però mantiene la pena di morte nella legge. Va però ricordato che l'abolizione europea è recente: in Francia l'ultima esecuzione risale al 1977.

Il test vale anche per il modo in cui la notizia arriva a noi. Il caso Pike è finito nelle radio italiane perché è avvenuto negli Stati Uniti, che pubblicano tutto: data dell'esecuzione, protocollo, testimoni, orari. Le 2.159 esecuzioni iraniane del 2025 e le migliaia cinesi non hanno né nomi né testimoni. La trasparenza americana è proprio ciò che rende visibile il fallimento americano. Sarebbe un errore di prospettiva, che questo sito non vuole fare, concludere che il problema stia soprattutto lì: gli Stati Uniti sono il 2% delle esecuzioni registrate.

All'ONU, la prossima occasione per misurare le posizioni arriva a fine anno. Il 17 dicembre 2024 l'Assemblea generale ha adottato la decima risoluzione per una moratoria universale delle esecuzioni, con 130 voti a favore, un record; l'Italia ne ha guidato i negoziati insieme all'Argentina. Nel 2024 i contrari sono stati 32 e gli astenuti 22. Nel 2022 gli Stati Uniti avevano votato contro, insieme a Iran, Iraq, Arabia Saudita, Cina, Corea del Nord e Vietnam. La risoluzione viene ripresentata ogni due anni: l'undicesima è attesa entro la fine del 2026.

Giudizio editoriale

Questa sezione esprime la posizione del sito. È separata dai fatti esposti sopra.

C'è una domanda che il caso Pike rende impossibile evitare: per fare cosa la stanno curando? Oggi nessuno in Tennessee ha detto che verrà giustiziata di nuovo, e il governatore ha fermato tutto. Ma la legge lo permette, e i precedenti esistono. Se succedesse, lo Stato avrebbe impiegato i suoi medici per rimettere in condizione di essere uccisa una persona che stava già morendo per mano sua. È un cortocircuito, ma non è un incidente. È il punto in cui la pena di morte mostra cosa è sempre stata: lo Stato che tratta una vita come una pratica da chiudere, e che quando la pratica si inceppa la riapre.

La promessa dell'iniezione letale era una morte pulita, medica, senza sofferenza: la versione «umana» della pena capitale. Il Tennessee ha fallito due volte in cinque mesi. Alabama e Louisiana sono passate all'azoto. La Carolina del Sud è tornata alla fucilazione. Più si cerca il metodo che non fa soffrire, più diventa evidente che non esiste.

C'è poi un cortocircuito più antico, ed è nato in Italia. Nel 1764 Cesare Beccaria scriveva, in Dei delitti e delle pene: «Parmi un assurdo che le leggi, che sono l'espressione della pubblica volontà, che detestano e puniscono l'omicidio, ne commettono uno esse medesime, e, per allontanare i cittadini dall'assassinio, ordinino un pubblico assassinio». Ventidue anni dopo, il 30 novembre 1786, il Granducato di Toscana di Pietro Leopoldo fu il primo Stato al mondo ad abolire la pena di morte. Un sito che nasce a pochi chilometri da Firenze non può non ricordarlo.

Chi è favorevole risponde che anche il carcere priva della libertà e una multa toglie del denaro: se lo Stato non potesse fare nulla di ciò che punisce, non potrebbe punire niente. L'obiezione è seria, ma non regge per una ragione precisa: la morte è l'unica pena che non si può correggere. Un innocente in carcere si può liberare e risarcire. Un innocente giustiziato no. E i 203 innocenti usciti vivi dai bracci della morte americani dicono che l'errore non è un'ipotesi da manuale.

Resta la voce di chi dice che per certi crimini, lo stupro, gli abusi sui bambini, l'omicidio feroce, la morte sia l'unica risposta giusta, perché chi li commette non merita di vivere tra noi. È una reazione umana e non va derisa: nasce dall'orrore per ciò che le vittime hanno subito. Ma la domanda di esclusione ha già una risposta: l'ergastolo toglie dalla comunità chi ne è pericoloso, senza chiedere allo Stato di uccidere. La pena di morte non protegge le vittime, perché nessuno ha dimostrato che dissuada. Rischia invece di esporne di nuove, quando il violentatore capisce che uccidere chi può accusarlo non gli costa nulla in più. E non rende la comunità più civile: la abitua a pensare che la vita di qualcuno possa essere tolta per decreto. Su questo punto Beccaria aveva già detto tutto.

Il caso americano, però, non deve diventare l'albero che nasconde la foresta. Nel 2026 un Paese che non giustiziava nessuno da sessant'anni ha scritto una legge che per la sua forma, con due binari e la morte obbligatoria per uno solo dei due popoli, viola insieme più limiti tra quelli elencati sopra. Chi si indigna per il Tennessee e tace su Teheran, Riad, Pechino o Gerusalemme sta applicando il diritto a seconda di chi lo viola. Vale anche al contrario.

Il diritto internazionale non ha ancora vietato la pena di morte. Ma le ha messo dei confini, e quasi tutti gli Stati che la usano li superano. Questa è la parte che si può documentare, e l'abbiamo documentata. Il resto è una convinzione, e qui la dichiariamo: uno Stato che può curarti per poterti uccidere ha perso il diritto di chiamare tutto questo giustizia.

Aggiornamento, 9 ottobre 2026. Tra il 5 e l'8 ottobre il Pentagono ha comunicato che Nidal Malik Hasan, l'ex maggiore dell'esercito condannato a morte da una corte marziale nel 2013 per aver ucciso 13 persone nella base di Fort Hood nel 2009, sarà fucilato da un plotone di soldati il 3 dicembre nella stessa base, e che l'esecuzione sarà trasmessa in diretta. Secondo il portavoce del Pentagono, Trump ha approvato l'esecuzione. Il segretario alla Difesa Pete Hegseth ha detto che la gente deve poterla guardare, «perché deve capire che ci sono conseguenze serie» (PBS, Al Jazeera). Hasan può ancora ricorrere a un tribunale civile e, secondo esperti di diritto militare, il ricorso potrebbe ritardare l'esecuzione di anni. L'ultima esecuzione militare americana risale al 1961, l'ultima esecuzione pubblica negli Stati Uniti al 1936. Nel 2025, secondo Amnesty, le esecuzioni pubbliche registrate nel mondo sono avvenute in due soli Paesi: Iran e Afghanistan. Il Comitato ONU per i diritti umani, nel Commento generale 36 citato sopra (par. 40), considera le esecuzioni pubbliche contrarie al divieto di pene crudeli, inumane o degradanti.

Christa Pike è ancora in ospedale. Il 6 ottobre i suoi avvocati hanno detto che è cosciente e parla. In un atto presentato in tribunale sostengono che le flebo erano state inserite male e che nessuno della squadra se ne è accorto. Il Tennessee non ha detto se tenterà di nuovo l'esecuzione. Il capo del Dipartimento penitenziario lascerà l'incarico (Al Jazeera). Correzione: nella prima versione di questo pezzo il tentativo di esecuzione era datato 1° ottobre. È avvenuto la sera del 30 settembre, ora di Nashville.

Cosa seguire

Fonti: Amnesty International — Death Sentences and Executions 2025 (5/2026) · Amnesty International — Condanne a morte ed esecuzioni 2025 (IT, 5/2026) · CBS News (1/10/2026) · Al Jazeera (1/10/2026) · PBS NewsHour (10/2026) · CNN via ABC17 (2/10/2026) · UPI (2/10/2026) · OHCHR — UN experts on nitrogen gas executions (20/11/2024) · Haaretz (30/3/2026) · Joint statement Australia, France, Germany, Italy, New Zealand, UK (3/2026) · UN — High Commissioner Türk on Israel's death penalty law (31/3/2026) · Jerusalem Post — High Court petitions (31/3/2026) · Times of Israel (17/5/2026) · DPIC — Israel's death penalty law (2026) · UN Human Rights Committee — General Comment No. 36 (2019) · ECOSOC — Safeguards, res. 1984/50 · US reservations to the ICCPR (1992) · Fanpage — SWG poll (23/2/2024) · Nippon.com — Cabinet Office poll (2025) · DPIC — Public opinion 2025 (Gallup) · Ipsos / CEVIPOF — Fractures françaises (11/2024) · YouGov (11/2025) · Alabama Reflector (1/8/2025) · Bansal & Troiano, UC Riverside — working paper (12/2025) · National Research Council — Deterrence and the Death Penalty (2012) · DPIC — NRC on deterrence (2012) · DPIC — Innocence · Permanent Mission of Italy to the UN (17/12/2024) · Amnesty International — UN moratorium vote (17/12/2024) · DPIC — UN vote 2022 · Cesare Beccaria, Dei delitti e delle pene (1764)

Nota di verifica: le cifre sulle esecuzioni sono di Amnesty International e sono minime. La citazione di Beccaria è tratta da Dei delitti e delle pene (1764), cap. XXVIII. Stato del caso Pike e della legge israeliana aggiornato al 2 ottobre 2026.

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