ANALISI

Ecuador, la guerra per decreto: chiamare guerra il crimine per cambiare le regole

4 ottobre 2026 — Ecuador

In sintesi

A gennaio 2024 un gruppo armato ha fatto irruzione in diretta in uno studio televisivo di Guayaquil, mentre nelle carceri scoppiavano rivolte e un boss evadeva. Il Paese, fino a pochi anni prima tra i più tranquilli della regione, era diventato uno snodo della cocaina diretta verso Europa e Stati Uniti, con bande locali alleate ai cartelli messicani di Sinaloa e Jalisco e a reti di trafficanti albanesi (InSight Crime). Il presidente Noboa, allora trentaseienne, ha risposto con l'esercito nelle strade e con una parola: guerra. Questo pezzo non chiede se la violenza in Ecuador sia grave: lo è. Chiede che cosa cambia quando uno Stato la chiama guerra, e chi ci guadagna.

Il fatto

Il 9 gennaio 2024 il decreto 111 ha riconosciuto per la prima volta l'esistenza di un «conflitto armato interno» e ha definito «terroristici» decine di gruppi criminali. Nei mesi successivi il governo ha usato questa motivazione per dichiarare più volte lo stato d'eccezione. La Corte costituzionale, che in Ecuador deve verificare ogni stato d'eccezione, ha approvato le misure per «grave commozione interna», ma ha respinto ogni volta la motivazione del conflitto armato. Alla quinta, ha richiamato il presidente per averla invocata di nuovo senza dimostrarla (Primicias).

Il 18 giugno 2026 Noboa ha firmato il decreto 424 (El Universo). Il decreto non dichiara uno stato d'eccezione, ma «riconosce» il conflitto come un fatto giuridico a sé. La differenza è tecnica e decisiva: uno stato d'eccezione passa per forza dalla Corte, un decreto di questo tipo no. Per contestarlo serve un ricorso ordinario, che un cittadino ha presentato a fine giugno (Primicias). Il decreto:

Il 16 novembre 2025 il 60,8% degli ecuadoriani aveva respinto con un referendum la proposta di eliminare il divieto costituzionale di basi militari straniere nel Paese (articolo 5 della Costituzione) (Primicias). Ad agosto 2026 l'Assemblea ha approvato una legge che permette all'esercito di affiancare la polizia contro il crimine organizzato anche senza stato d'eccezione, per periodi fino a 180 giorni rinnovabili (BioBioChile).

Che cosa è successo nel frattempo

Le sparizioni. Secondo la Procura generale, dal 2023 almeno 43 persone sono possibili vittime di sparizione forzata da parte di forze di sicurezza. Amnesty International ne ha verificate 10, sei delle quali riguardano minorenni, tutte avvenute durante operazioni militari del 2024 nelle province costiere (Amnesty, informazione al Comitato ONU sulle sparizioni forzate). Amnesty segnala anche gli ostacoli alle indagini: pochissimi procuratori dedicati e forze armate che classificano le informazioni come segreto di Stato.

Las Malvinas. L'8 dicembre 2024 quattro ragazzi tra gli 11 e i 15 anni sono stati fermati da una pattuglia militare nel quartiere Las Malvinas di Guayaquil. I loro corpi sono stati trovati il 24 dicembre, con segni di violenza. Il 22 dicembre 2025 un tribunale ha condannato 16 militari per sparizione forzata: 11 a 34 anni e otto mesi di carcere, cinque a 30 mesi per aver collaborato alle indagini (France 24). L'ufficio ONU per i diritti umani l'ha definita un passo importante contro l'impunità. Sei mesi dopo, il decreto 424 ha previsto grazie per i militari senza escludere la sparizione forzata.

Le operazioni congiunte. A luglio 2026 Human Rights Watch ha pubblicato un'indagine basata su 62 interviste, immagini satellitari e documenti (HRW). Tra il 1° e il 6 marzo 2026, nella comunità di San Martín, al confine con la Colombia, quattro lavoratori di un'azienda lattiero-casearia sarebbero stati torturati con scariche elettriche durante un'operazione congiunta tra Ecuador e Stati Uniti; nessuno è stato accusato di alcun reato. Tra gennaio e marzo alcune imbarcazioni da pesca sono state colpite da droni in mare; una, la Fiorella, risulta scomparsa con otto persone a bordo. I sopravvissuti descrivono militari che parlavano inglese. Il Dipartimento della Difesa americano e la Guardia costiera negano ogni responsabilità; secondo HRW è probabile che le autorità statunitensi fossero coinvolte o informate. Né il governo ecuadoriano né quello americano hanno risposto alle domande dell'organizzazione.

I numeri che non tornano

Sulla nostra mappa dei conflitti l'Ecuador mostra la divergenza più forte tra le due fonti che usiamo.

FonteChe cosa conta2025
ACLEDtutta la violenza politica registrata, comprese le bande armate4.070 morti
UCDPsolo i morti nei conflitti armati organizzati, sopra una soglia minima353 morti
InSight Crimetutti gli omicidi50,9 ogni 100.000 abitanti, il tasso più alto dell'America Latina

Fonti: ACLED, dati al 25/9/2026; UCDP via Our World in Data; InSight Crime, marzo 2026.

Nessuna delle tre fonti sbaglia. Contano cose diverse. UCDP, che applica un criterio vicino a quello del diritto dei conflitti armati, trova in Ecuador pochissimi morti attribuibili a una guerra. ACLED, che conta tutta la violenza politica, ne trova più di dieci volte tanti. E gli omicidi, nel loro insieme, sono molti di più ancora. La domanda «guerra o crimine?» non è filosofica: decide quali regole si applicano a chi spara.

Lettura giuridica

1. Una guerra non si dichiara: si constata. Per il diritto internazionale umanitario un conflitto armato non internazionale esiste quando ci sono due condizioni insieme: gruppi armati con un'organizzazione sufficiente e scontri di una certa intensità. È il criterio fissato dal Tribunale penale internazionale per l'ex Jugoslavia nel caso Tadić (1995) e seguito da allora. Non basta un decreto. Un'analisi pubblicata sulla rivista della Croce Rossa internazionale conclude che il governo ecuadoriano non ha dimostrato né l'una né l'altra: ha descritto i gruppi in blocco, senza provare l'organizzazione di ciascuno, e ha presentato gli attacchi come episodi isolati (International Review of the Red Cross, n. 926). È la stessa conclusione della Corte costituzionale.

2. Perché la parola conta. In guerra un combattente nemico può essere ucciso per quello che è, anche se in quel momento non minaccia nessuno. In tempo di pace la polizia, e i militari quando fanno da polizia, possono usare la forza letale solo come ultima risorsa, per proteggere una vita in pericolo immediato (Patto internazionale sui diritti civili e politici, articolo 6; Principi di base ONU sull'uso della forza, 1990). Chiamare guerra la lotta alle bande significa spostare il confine di ciò che è lecito. E il diritto alla vita vale anche nell'altro senso: come abbiamo scritto per la Nigeria, lo Stato ha il dovere di proteggere i cittadini dalle bande. Il problema non è che lo Stato agisca. È con quali regole.

3. Le sparizioni non si perdonano. L'Ecuador è parte della Convenzione internazionale contro le sparizioni forzate e della Convenzione interamericana sulla stessa materia. La Corte interamericana dei diritti umani, dalla sentenza Barrios Altos contro Perù (2001), ritiene incompatibili con la Convenzione americana le amnistie e le altre misure che impediscono di processare e punire gravi violazioni come la sparizione forzata e la tortura. La stessa Costituzione ecuadoriana, all'articolo 80, dichiara imprescrittibili genocidio, crimini contro l'umanità, crimini di guerra e sparizione forzata, e stabilisce che nessuno di questi casi può essere amnistiato (testo in INREDH). Un potere di grazia o un'amnistia senza esclusioni, in un Paese con 43 possibili sparizioni sotto indagine e 16 militari già condannati, è esattamente lo strumento che questa giurisprudenza vieta.

4. Soldati stranieri e responsabilità. Ospitare truppe di un Paese alleato non è vietato dal diritto internazionale, e gli accordi sullo status delle forze armate prevedono spesso che i militari stranieri siano giudicati dal proprio Paese. Ma l'immunità non cancella gli obblighi. Se un militare straniero commette una violazione in territorio ecuadoriano, l'Ecuador resta obbligato a garantire che qualcuno indaghi. E gli Stati Uniti, se partecipano alle operazioni, sono vincolati dalle stesse regole sull'uso della forza. Per le imbarcazioni colpite in mare documentate da HRW, oggi non c'è nessuno che risponda.

Il test di simmetria

Le stesse domande, rovesciate.

Noboa è un alleato degli Stati Uniti. Se un governo ostile a Washington, per esempio quello venezuelano, dichiarasse «conflitto armato» la lotta alle bande, chiamasse terroristi decine di gruppi, facesse sparire ragazzi durante i controlli e promettesse la grazia ai soldati, come lo racconteremmo? Lo standard deve essere lo stesso.

E vale per Washington. Da settembre 2025 gli Stati Uniti colpiscono imbarcazioni nei Caraibi e nel Pacifico con la stessa logica: definire «narcoterroristi» i trafficanti per trattarli come nemici in guerra invece che come sospettati da processare. Ne abbiamo scritto nel manifesto sugli Stati Uniti. Il metodo è lo stesso, e lo giudichiamo allo stesso modo.

C'è infine uno specchio. La Russia ha chiamato «operazione militare speciale» una guerra, per non chiamarla guerra. L'Ecuador chiama guerra un'emergenza criminale, per poterla chiamare così. In entrambi i casi la parola viene scelta per cambiare le regole che si applicano. Il diritto non dovrebbe dipendere dal nome che un governo dà ai fatti.

Giudizio editoriale

Questa sezione esprime la posizione del sito. È separata dai fatti esposti sopra.

L'Ecuador ha un problema vero e drammatico, e chi ci vive ha il diritto di pretendere sicurezza. Non scriviamo questo pezzo per negarlo. Lo scriviamo perché la risposta scelta dal governo sposta il problema dalla violenza delle bande alle regole dello Stato.

Una guerra dichiarata per decreto, sottratta al controllo dei giudici, con soldati stranieri immuni e la promessa della grazia per chi combatte, non è una strategia contro il crimine. È un insieme di eccezioni che si sommano, e che rendono più difficile sapere chi ha fatto che cosa. I quattro ragazzi di Las Malvinas sono stati uccisi da militari che agivano nel quadro della prima dichiarazione di guerra. Il processo che ne è seguito è una delle poche prove che in Ecuador lo Stato di diritto funziona ancora. Il decreto 424, così com'è scritto, potrebbe cancellarlo.

C'è poi una lezione che va oltre l'Ecuador. Il modello «guerra ai cartelli» si sta diffondendo nella regione, con l'appoggio di Washington, e porta con sé la stessa idea: che un nemico abbastanza pericoloso giustifichi la sospensione delle regole. È un'idea vecchia, e la storia dell'America Latina sa bene come finisce. Quando un governo può decidere da solo chi è in guerra con lui, la prossima volta la lista potrebbe allungarsi.

Cosa seguire

Fonti: Primicias (Corte costituzionale) · El Universo (decreto 424, 6/2026) · Primicias (ricorso, 6/2026) · France 24 (19/6/2026) · Infobae (19/6/2026) · El Comercio (6/2026) · Primicias (referendum, 12/2025) · BioBioChile (25/8/2026) · Amnesty International (3/2026) · France 24 (22/12/2025) · Human Rights Watch (21/7/2026) · InSight Crime (3/2026) · InSight Crime (profilo Ecuador) · International Review of the Red Cross, n. 926 · INREDH (Costituzione, art. 80)

Nota di verifica: i morti 2025 provengono da ACLED (dati al 25/9/2026) e UCDP (via Our World in Data), le stesse fonti della nostra mappa; il tasso di omicidi da InSight Crime. Le accuse sulle operazioni congiunte sono di Human Rights Watch: Dipartimento della Difesa e Guardia costiera degli Stati Uniti negano ogni responsabilità. Situazione aggiornata al 4 ottobre 2026.

EcuadorStati UnitiDiritto internazionaleTorturaInfanziaDemocraziaCrisi dimenticateColombia

← Tutte le notizie e i manifesti

Resta informato

Una sintesi essenziale, solo quando un fatto lo merita. Niente spam, nessun algoritmo: la tua email resta tua.

Iscrivendoti accetti di ricevere aggiornamenti da I Will Not Look Away. Puoi annullare quando vuoi.