ANALISI

Sud Sudan: si vota il 22 dicembre, ma l'accordo di pace è già finito

13 ottobre 2026 — Sud Sudan

In sintesi

Il contesto

A Juba si prepara un'elezione in un Paese dove, negli stessi mesi, si combatte. Il Sud Sudan è nato nel 2011. Due anni dopo è precipitato in una guerra civile tra le forze del presidente Salva Kiir e quelle del suo vice Riek Machar, costata, secondo le stime riprese dall'ONU, centinaia di migliaia di morti. L'accordo di pace «rivitalizzato» del 2018 (R-ARCSS) aveva un programma preciso: un governo di unità, un esercito unificato, una costituzione permanente, un censimento, un tribunale per i crimini di guerra e, alla fine, le elezioni.

Otto anni dopo, del programma resta quasi solo l'ultima voce. Ad agosto 2026, secondo dati del governo citati dalla Commissione ONU sui diritti umani in Sud Sudan, il 46,4% delle disposizioni dell'accordo non era ancora attuato e l'esercito non era stato unificato (OHCHR, 20/8/2026). Il governo ha scelto di votare comunque, eliminando per legge i passaggi mancanti.

Il fatto

Le leggi cambiate. A luglio Kiir ha firmato un emendamento all'accordo del 2018 per aprire una via legale al voto (Presidenza del Sud Sudan, 22/7/2026): niente più obbligo di una costituzione permanente e di un censimento prima delle elezioni. Il 21 settembre sono entrate in vigore le modifiche alla legge elettorale approvate dal Parlamento. Il 22 settembre un ordine presidenziale letto alla televisione di Stato ha sciolto il governo di unità (AllAfrica, 23/9/2026): decadono vicepresidenti, ministri, amministratori locali, parlamento nazionale e assemblee statali. Restano magistratura e apparati di sicurezza, e Kiir resta presidente fino all'insediamento del successore. Pochi giorni prima aveva sostituito il presidente della commissione elettorale, senza spiegarne il motivo (Al Jazeera, 23/9/2026).

Le reazioni. Amnesty International ha definito lo scioglimento un passo decisivo verso il voto e ha chiesto un ambiente che permetta a tutti di votare e candidarsi. Giuristi e analisti sud-sudanesi sentiti da Al Jazeera osservano invece che ora il potere è tutto nelle mani di un uomo. Secondo uno di loro la nuova legge è abbastanza ambigua da consentirgli di rinviare il voto di uno o due anni.

La macchina elettorale. Il 2 settembre la commissione elettorale ha smentito le voci su una registrazione già in corso: nessun elettore è stato registrato e non esiste ancora un registro elettorale (Commissione elettorale nazionale, 2/9/2026). Il 22 settembre ha presentato i registri cartacei e ha detto di aver ricevuto 25 milioni di dollari dal governo (Sudans Post, 22/9/2026). Al 13 ottobre il suo sito non annuncia ancora la data d'inizio della registrazione, a dieci settimane dal voto (Commissione elettorale nazionale, notizie). L'ultimo censimento risale al 2008.

Il processo Machar. Machar è agli arresti domiciliari da marzo 2025. Quel mese a Nasir, nell'Upper Nile, la milizia nota come «Armata Bianca» aveva conquistato una base dell'esercito e ucciso un generale durante un tentativo di evacuazione dell'ONU, e il governo ne attribuisce la regia a Machar. Da settembre 2025 è sotto processo con sette coimputati davanti a un Tribunale speciale istituito dal presidente, con accuse di tradimento, omicidio e crimini contro l'umanità, che respinge (International Crisis Group, 27/11/2025). La difesa sostiene che i crimini contro l'umanità, secondo l'accordo del 2018, spettano a un tribunale ibrido dell'Unione Africana, mai costituito. L'accusa parla di un complotto premeditato. A fine settembre 2026 il processo era ancora in corso, rinviato più volte anche per presunte minacce agli avvocati della difesa (One Citizen Daily, 24/9/2026).

L'opposizione. Il 23 settembre l'SPLM-IO, il partito di Machar, ha respinto le elezioni come un processo unilaterale e una ricetta per il ritorno alla violenza. Chiede la liberazione di Machar e degli altri detenuti politici e un dialogo in sede neutrale, con la mediazione di IGAD, Unione Africana e ONU (Sudans Post, 23/9/2026).

La guerra. Dalla fine del 2025 nel Jonglei si combatte tra l'esercito (SSPDF) e le forze dell'SPLA-IO. Secondo l'ufficio diritti umani della missione ONU (UNMISS), tra gennaio e marzo 2026 la violenza ha colpito 1.388 civili: 767 uccisi, 457 feriti, 93 rapiti, 71 sopravvissuti a violenza sessuale legata al conflitto. I morti sono l'89% in più rispetto al trimestre precedente (UNMISS, 30/6/2026). Ad agosto due caschi blu sono stati uccisi e sette persone ferite in un'imboscata di uomini armati non identificati contro una pattuglia UNMISS diretta a Pajut, nel Jonglei (UN Peacekeeping, 24/8/2026). Alla violenza politica si somma quella tra comunità: il 28 agosto un raid contro un campo di bestiame a Tonj North, nel Warrap, ha fatto almeno 49 morti, attribuiti dalle autorità statali a una rete criminale transfrontaliera (Al Jazeera, 28/8/2026).

Gli aiuti. Il 29 settembre, nel Jonglei, uomini armati hanno attaccato operatori del Programma alimentare mondiale e li hanno costretti a scaricare cibo destinato a quasi 20.000 persone. L'ambasciata degli Stati Uniti ne ha dato notizia il 12 ottobre, senza attribuire l'attacco (Ambasciata Usa a Juba, 12/10/2026). Secondo l'ultima analisi IPC, di aprile, 7,8 milioni di persone, il 56% della popolazione, sono in insicurezza alimentare grave; 73.300 sono in condizioni di catastrofe e quattro contee dell'Upper Nile e del Jonglei rischiano la carestia (UN News, 28/4/2026).

Commento giuridico

Un'elezione non è una violazione. Il diritto di votare, ha ricordato il commissario ONU Barney Afako, appartiene ai sud-sudanesi (OHCHR, 10/9/2026). Il problema giuridico è altrove, su tre piani.

L'accordo del 2018. L'R-ARCSS è un accordo politico tra le parti sud-sudanesi, mediato dall'IGAD, non un trattato tra Stati. Il governo lo ha modificato con un atto firmato da Kiir, mentre la principale parte firmataria, l'SPLM-IO, aveva il leader in detenzione e già nel settembre 2025 lo dichiarava «abrogato». Un accordo di pace cambiato senza una delle parti resta valido sulla carta, ma perde la funzione per cui era nato: tenere le parti dentro un percorso comune.

Il giudice di Machar. L'accordo prevedeva un Tribunale ibrido dell'Unione Africana per i crimini più gravi commessi dal 2013. Non è mai nato, come avevamo documentato in un'analisi di luglio. Al suo posto un tribunale speciale nominato dal presidente processa il suo principale avversario, a pochi mesi dal voto. Le accuse vanno accertate, come per chiunque. Proprio per questo la Commissione ONU chiede che i detenuti politici, Machar compreso, siano liberati oppure portati senza ritardo davanti a un giudice indipendente e imparziale, con tutte le garanzie.

La guerra. Il conflitto tra esercito e SPLA-IO è un conflitto armato non internazionale. Il Sud Sudan è parte delle Convenzioni di Ginevra e dei due Protocolli aggiuntivi dal 2013 (Commissione internazionale dei giuristi): valgono l'articolo 3 comune e il Protocollo II, che proteggono i civili e vietano di usare la fame come metodo di guerra. Gli attacchi ai caschi blu possono costituire crimini di guerra, come ha ricordato l'UNMISS, e lo Statuto di Roma lo dice espressamente (art. 8). Ma il Sud Sudan non è parte della Corte penale internazionale: la Corte potrebbe intervenire solo su rinvio del Consiglio di Sicurezza o se Juba ne accettasse la giurisdizione.

Test di simmetria

Il quadro non oppone un governo colpevole a un'opposizione innocente.

Che cosa ha funzionato. La commissione elettorale ha ricevuto i primi fondi e ha presentato i registri; la missione ONU continua a documentare le violenze e il suo mandato è stato rinnovato fino ad aprile 2027, con la risoluzione 2820, 13 voti a favore e le astensioni di Cina e Russia (Security Council Report, agosto 2026). Anche le voci più critiche, come la Commissione ONU, non chiedono di cancellare il voto ma di renderlo credibile.

Il nostro giudizio

Questa sezione esprime la posizione del sito. È separata dai fatti esposti sopra.

Il Sud Sudan è una crisi dimenticata per una ragione precisa: sembra non cambiare mai. Ogni anno ci sono fame, scontri, un rinvio. Questa volta qualcosa è cambiato davvero, e il cambiamento è passato quasi in silenzio. L'architettura di pace del 2018 è stata smontata pezzo per pezzo, con atti formalmente legali, mentre il principale rivale di Kiir sta in un'aula di tribunale.

Il rischio è un voto che chiude la transizione sulla carta e la riapre sul campo. La Commissione ONU lo ha detto in una frase che riassume il caso: un'elezione non è credibile solo perché si tiene alla data fissata. Vale anche al contrario: un altro rinvio senza un dialogo vero non sarebbe una soluzione, ma lo stesso stallo con un altro nome.

Ciò che manca non è una data, ma le condizioni che la renderebbero una scelta: una tregua sorvegliata, un esercito non di parte, un giudice indipendente per Machar e per chi ha ucciso civili su entrambi i fronti. Sono cose che l'accordo del 2018 aveva già scritto. Che a ricordarle debbano essere una Commissione ONU e qualche ambasciata, mentre il resto del mondo guarda altrove, è il motivo per cui ne scriviamo.

Cosa seguire

Fonti: OHCHR, 20/8/2026 · Presidenza del Sud Sudan, 22/7/2026 · AllAfrica, 23/9/2026 · Al Jazeera, 23/9/2026 · Commissione elettorale nazionale, 2/9/2026 · Sudans Post, 22/9/2026 · Commissione elettorale nazionale, notizie · International Crisis Group, 27/11/2025 · One Citizen Daily, 24/9/2026 · Sudans Post, 23/9/2026 · UNMISS, 30/6/2026 · UN Peacekeeping, 24/8/2026 · Al Jazeera, 28/8/2026 · Ambasciata Usa a Juba, 12/10/2026 · UN News, 28/4/2026 · OHCHR, 10/9/2026 · Commissione internazionale dei giuristi · Security Council Report, agosto 2026

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