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Haiti: l'ONU rinnova per sei mesi la forza contro le bande. Ma chi controlla chi spara?
1 ottobre 2026 — Haiti (Port-au-Prince, Artibonite)
Da un anno Haiti ha una forza armata internazionale che non indossa il casco blu. Si chiama Gang Suppression Force, «forza di soppressione delle bande». Il Consiglio di Sicurezza dell'ONU l'ha autorizzata, ma non la comanda. Ha il compito di combattere le bande che tengono in ostaggio la capitale, e può farlo anche da sola, senza la polizia haitiana. Il suo mandato scadeva il 30 settembre: il giorno prima il Consiglio l'ha rinnovato, ma solo per sei mesi, fino al 31 marzo 2027, mentre la forza ne chiedeva due anni. Nella nuova risoluzione non c'è un meccanismo di controllo esterno; c'è invece l'invito agli Stati a riconoscere ai suoi soldati privilegi e immunità. Su questo sito ne avevamo scritto a giugno, quando la forza stava per entrare in azione. Qui guardiamo al primo anno e a una domanda rimasta aperta: se un soldato di questa forza uccide un civile, chi indaga?
Chi è in campo
Ad Haiti oggi usano le armi almeno cinque soggetti diversi, e ognuno risponde a un'autorità diversa. Per capire chi controlla chi, bisogna prima distinguerli.
Le bande. La più forte è Viv Ansanm («Vivere insieme»), una coalizione di gruppi armati che controlla gran parte di Port-au-Prince. Tra i suoi capi c'è Jimmy Chérizier, detto «Barbecue». Nel maggio 2025 gli Stati Uniti l'hanno dichiarata organizzazione terroristica. Le bande vivono di sequestri, estorsioni e controllo delle strade, e reclutano molti bambini.
Lo Stato haitiano. Haiti non ha un presidente eletto dal 2021, quando fu assassinato Jovenel Moïse, e da allora non ha nemmeno un parlamento eletto. Dal 7 febbraio 2026, finito il mandato del Consiglio presidenziale di transizione, l'unica autorità esecutiva è il primo ministro Alix Didier Fils-Aimé, non eletto e sostenuto dagli Stati Uniti. Lo Stato combatte le bande con la Polizia nazionale e con un piccolo esercito ricostituito da pochi anni.
La task force e Vectus Global. Qui la cosa si fa meno chiara. Dal marzo 2025 una «task force» speciale contro le bande, creata dal governo haitiano, opera insieme a una compagnia militare privata americana, Vectus Global. L'ha fondata Erik Prince, l'ex militare che negli anni Duemila guidava Blackwater, la società di contractor protagonista in Iraq della strage di piazza Nisour, a Baghdad, nel 2007; i contractor condannati per quella strage furono poi graziati da Donald Trump. In pratica Vectus fornisce al governo ciò che la polizia haitiana non ha: droni armati, elicotteri, tiratori scelti, esperti di intelligence e di comunicazioni, con un personale previsto di circa duecento persone da Stati Uniti, Europa ed El Salvador. Vectus lavora per il governo di Port-au-Prince, non per l'ONU: non fa parte della forza internazionale e nessuna risoluzione del Consiglio di Sicurezza la autorizza. Per esportare questi servizi ad Haiti le serve una licenza del Dipartimento di Stato americano, e l'ha ottenuta.
Nell'agosto 2025 Prince ha parlato di un contratto di dieci anni. I dettagli non sono pubblici: quelli noti vengono dalla stampa (Wall Street Journal, Miami Herald, Le Nouvelliste), come ricostruito dalla Global Initiative against Transnational Organized Crime, un centro di ricerca sulla criminalità organizzata. Secondo queste ricostruzioni gli accordi sono due. Il primo, di un anno, riguarda la sicurezza: istruttori, coordinamento degli attacchi con droni, partecipazione diretta ai combattimenti, elicotteri e imbarcazioni. Il secondo, decennale, affiderebbe a Vectus la modernizzazione delle dogane, cioè la riscossione dei dazi alla frontiera con la Repubblica Dominicana, che prima dell'avanzata delle bande valevano più di metà delle entrate fiscali del Paese. Per questa parte Vectus sarebbe pagata in percentuale: il 20% dell'aumento delle entrate doganali nei primi tre anni, poi il 15%, più un compenso fisso del 3% sul volume delle importazioni. Il governo haitiano non ha mai confermato questo secondo accordo. Se le ricostruzioni sono esatte, un'azienda privata straniera fa la guerra alle bande per conto dello Stato e viene pagata anche con una quota delle tasse che contribuisce a riscuotere. I suoi uomini non sono né soldati haitiani né caschi blu: chi li giudica se sbagliano dipende dal diritto haitiano e da quello americano, e finora nessuno lo ha messo alla prova.
La forza internazionale (GSF). È nata il 30 settembre 2025 con la risoluzione 2793, approvata con 12 voti favorevoli e 3 astensioni: Cina, Russia e Pakistan. Ha preso il posto della missione a guida keniana, che non aveva mai ricevuto soldati e fondi a sufficienza; il Kenya ha lasciato il Paese ad aprile 2026. Può contare fino a 5.550 persone. All'8 luglio aveva 1.083 militari e 16 civili, secondo il rapporto del Segretario generale ONU, e a fine settembre circa 1.500, meno di un terzo dell'organico previsto. I contingenti arrivano da Ciad, Giamaica, Mongolia e Sri Lanka. Le operazioni sono iniziate il 1° giugno 2026 e la piena capacità è attesa tra ottobre e dicembre. Il comandante e il rappresentante speciale della forza non li sceglie l'ONU: li sceglie un «gruppo permanente di partner» formato da Stati Uniti, Canada, Bahamas, El Salvador, Guatemala, Giamaica e Kenya. Gli Stati Uniti ne sono stati i principali promotori.
L'ONU. Sul terreno è presente in due modi, nessuno dei quali armato. Il BINUH è l'ufficio politico: segue la transizione e documenta le violazioni dei diritti umani, e da lui vengono quasi tutti i dati di questo articolo. L'UNSOH è l'ufficio di supporto logistico creato insieme alla forza, a cui fornisce mezzi e servizi. Sopra tutto c'è il Consiglio di Sicurezza, dove Stati Uniti e Panama scrivono le risoluzioni su Haiti.
Fatti
Ad agosto i soldati srilankesi della forza sono stati i primi a operare fuori dalla capitale, nella regione dell'Artibonite. Il bilancio operativo è ancora limitato: il 21 giugno, per esempio, la forza ha fermato 14 presunti membri delle bande, e 13 sono stati rilasciati per mancanza di prove.
Il 28 settembre un'unità srilankese ha attaccato nell'Artibonite i posti di blocco illegali di una banda, Kokorat San Ras, e ha ucciso tre suoi membri senza subire perdite, secondo le agenzie Reuters e AP. Poche ore dopo i soldati sono rientrati alla base di Gonaïves. Per rappresaglia la banda ha attaccato gli abitanti: almeno undici morti e case bruciate, secondo il sindaco locale. L'episodio mostra un altro limite di una forza ancora troppo piccola: può colpire, ma non riesce a restare per proteggere chi vive sul posto.
Nessuno ha chiesto di chiuderla. Il governo haitiano ne ha chiesto il rinnovo, e il 26 settembre 32 Stati dell'Organizzazione degli Stati americani hanno fatto lo stesso con una dichiarazione congiunta. La forza stessa ha presentato un piano fino a settembre 2028 e chiedeva di essere estesa fino ad allora. Il primo turno delle elezioni presidenziali e legislative, insieme a un referendum costituzionale, è fissato al 13 dicembre 2026.
Intanto la violenza non si è fermata. Tra aprile e giugno 2026 l'ufficio ONU ad Haiti (BINUH) ha contato 1.408 persone uccise e 656 ferite. Più della metà delle vittime è stata colpita dalle bande, che nello stesso periodo hanno commesso 796 violenze sessuali, quasi tutte stupri di gruppo. Circa il 40% delle vittime è caduto invece durante operazioni delle forze di sicurezza: 584 persone uccise, 33 delle quali, tra cui sette bambini, non avevano legami con le bande. Nello stesso trimestre gli attacchi con droni esplosivi hanno ucciso o ferito nove civili, sei dei quali bambini. Le persone sfollate sono quasi un milione e mezzo.
Quei droni non li usa la forza internazionale, ma la task force del governo con Vectus Global. Human Rights Watch ha contato 141 operazioni con droni tra marzo 2025 e gennaio 2026, con 1.243 morti, tra cui 17 bambini. Sulle vittime di queste operazioni, scrive l'ONU nel rapporto di agosto, le autorità non hanno aperto alcuna indagine.
Il rinnovo
Il 29 settembre il Consiglio di Sicurezza ha approvato la risoluzione 2829 con lo stesso voto di un anno fa: 12 favorevoli, nessun contrario e le astensioni di Cina, Russia e Pakistan. La forza resta autorizzata fino al 31 marzo 2027, come comunica l'ufficio di supporto dell'ONU. Secondo il Caribbean National Weekly, il Segretario generale dovrà riferire ogni sei mesi sui progressi rispetto agli obiettivi fissati, e il testo ribadisce che le operazioni devono rispettare il diritto internazionale, compresi i diritti umani. Secondo l'agenzia AP, la risoluzione esprime anche «grave preoccupazione» per il reclutamento forzato di bambini da parte delle bande.
Per la domanda di questo articolo conta soprattutto una novità, riportata dall'agenzia cinese Xinhua e dal Caribbean National Weekly: il Consiglio prende atto di un accordo del 27 luglio sullo status giuridico della forza e incoraggia gli Stati a riconoscere ai suoi membri i privilegi e le immunità necessari. Al momento della pubblicazione non abbiamo potuto consultare il testo integrale della risoluzione 2829. Viene invece confermato, secondo Xinhua, un potere che la forza aveva già dal 2025 e che si legge nella risoluzione 2793: adottare, in via eccezionale e per salvare vite, «misure temporanee urgenti» per aiutare la polizia a mantenere l'ordine, compresi l'arresto e la detenzione. La risoluzione del 2025 chiedeva che queste misure fossero limitate, proporzionate e comunicate al Consiglio, e che i bambini fermati non fossero detenuti insieme agli adulti.
L'ambasciatore statunitense Mike Waltz, promotore del testo con Panama, ha difeso il progetto davanti al Consiglio: «stiamo cercando di fare qualcosa di davvero diverso» rispetto alle missioni che lo hanno preceduto, riferisce Al Jazeera. Il governo haitiano ha parlato di un «passo avanti importante», secondo l'agenzia AP. Cina e Russia, riportano Al Jazeera e il Caribbean National Weekly, si sono dette scettiche sull'efficacia della missione, e la Cina ha ricordato che la crisi è anche di governo, non solo di sicurezza. Perché il rinnovo sia stato di sei mesi e non di due anni, le fonti consultate non lo spiegano.
Il vuoto di controllo
Sulla carta le regole ci sono, e sono dettagliate. Al paragrafo 18 la risoluzione 2793 chiede agli Stati che partecipano alla forza di creare un «solido meccanismo di conformità» per «prevenire, indagare, affrontare e riferire pubblicamente» le violazioni dei diritti umani, compreso lo sfruttamento sessuale. Chiede anche un meccanismo di controllo, consiglieri dedicati alla protezione dei bambini e delle donne, canali sicuri per le denunce, indagini tempestive, la punizione dei responsabili e il rimpatrio delle unità quando ci sono prove credibili di abusi. Il problema sta in chi deve farlo: non è l'ONU a controllare, ma gli stessi Stati che mandano i soldati. E la risoluzione chiede che le violazioni siano rese pubbliche, ma a un anno di distanza non abbiamo trovato né traccia pubblica di questo meccanismo né un solo rapporto che ne dia conto. Anche il Security Council Report, che segue il lavoro del Consiglio, riferisce le critiche secondo cui la forza manca di meccanismi di controllo e di responsabilità adeguati.
Il caso dello Sri Lanka mostra perché la domanda conta. Oggi è il contingente più numeroso, con 900 militari e 189 poliziotti paramilitari. Nel 2007 oltre cento caschi blu srilankesi furono rimpatriati da Haiti dopo accuse credibili di sfruttamento sessuale di minori, e non risulta che qualcuno sia mai stato processato. Secondo un'inchiesta di PassBlue dell'8 settembre, la selezione dei soldati per la nuova forza si è basata in parte su informazioni fornite dalle stesse autorità srilankesi e su autodichiarazioni; l'ambasciata degli Stati Uniti ha scartato almeno un candidato. Anche la missione precedente aveva avuto quattro accuse di sfruttamento sessuale poi confermate, con tre vittime minorenni, come hanno ricordato a giugno sette senatori americani chiedendo al loro governo quali meccanismi indipendenti di responsabilità esistano.
L'ONU ha un solo strumento proprio, ed è indiretto. Si chiama politica di dovuta diligenza sui diritti umani: vieta all'ONU di sostenere forze non ONU che commettono gravi violazioni, e la risoluzione la applica a tutto l'aiuto che l'ufficio di supporto dà alla forza, alla polizia e all'esercito haitiani. Secondo il rapporto del Segretario generale di luglio, a fine maggio l'ufficio ha presentato ai vertici della forza una prima valutazione dei rischi, con le misure per ridurli. È uno strumento serio, ma ha un limite: permette all'ONU di sospendere il proprio aiuto, non di indagare su un'uccisione o di punire chi l'ha commessa. In altre parole, il Consiglio può decidere se continuare a fornire carburante e logistica, ma non ha un proprio strumento per giudicare la forza che ha autorizzato a combattere.
Il rinnovo non cambia questo quadro, anzi lo rende più evidente. Le immunità per i soldati di una forza straniera sono una prassi normale: di solito significano che a giudicarli non sono i tribunali del Paese in cui operano, ma quelli del Paese che li ha mandati. Proprio per questo il controllo da parte degli Stati di provenienza diventa l'unica garanzia. Con la risoluzione 2829 la forza mantiene i suoi poteri, compresi arresti e detenzione, e riceve più protezioni giuridiche; non riceve invece un organismo esterno che verifichi come li usa.
Lettura giuridica
Il primo nodo è quale diritto si applichi. Gran parte delle organizzazioni per i diritti umani, tra cui Human Rights Watch, considera le operazioni contro le bande come attività di polizia. In questo caso vale il diritto internazionale dei diritti umani, che permette di usare la forza letale solo quando è strettamente inevitabile per proteggere una vita. Una forza creata per «neutralizzare» le bande, con un mandato offensivo, spinge invece verso le regole della guerra, cioè il diritto umanitario, che permettono di colpire i combattenti anche quando non sono una minaccia immediata. Il testo della risoluzione 2793 non scioglie il nodo. Autorizza la forza a usare «tutte le misure necessarie», la formula con cui il Consiglio autorizza l'uso della forza armata, ma non nomina mai il diritto umanitario: cita soltanto i diritti umani, e con la riserva «come applicabile». Le regole d'ingaggio, cioè quando si può sparare, le scrivono il rappresentante speciale della forza, il comandante e il governo haitiano, e non sono pubbliche. Questa ambiguità non è un dettaglio: ne dipende se un'uccisione è legittima o no.
Il secondo nodo è la responsabilità. Quando una forza è autorizzata dal Consiglio di Sicurezza ma non è un'operazione ONU, a rispondere di una violazione sono gli Stati che hanno mandato i soldati, ed è a loro che spetta giudicarli. La storia di Haiti mostra che questa catena di responsabilità si inceppa facilmente. Nel 2007 ci furono gli abusi sui minori. Nel 2010 i caschi blu portarono nel Paese il colera, che uccise più di 9.000 persone; solo nel dicembre 2016 il Segretario generale Ban Ki-moon chiese scusa agli haitiani, e l'ONU riconobbe di aver avuto «un ruolo» senza però assumersi una piena responsabilità giuridica. Lo stesso Consiglio lo sa: al paragrafo 19 la risoluzione 2793 chiede agli Stati della forza di gestire rifiuti e acque reflue per evitare malattie trasmesse dall'acqua. Per le bande la regola è la stessa: omicidi, stupri e reclutamento di bambini sono crimini secondo il diritto internazionale, e lo Stato haitiano ha l'obbligo di perseguirli.
Implicazioni — test di simmetria
Lo standard deve essere uno solo. Vale per le bande, responsabili della maggior parte delle vittime. Vale per la polizia haitiana, a cui l'ONU attribuisce 14 esecuzioni o tentate esecuzioni nello stesso trimestre. Vale per la task force con i droni e per la compagnia privata che la affianca, sulle cui vittime nessuno indaga. E vale per la forza internazionale, che oggi ha ancora un bilancio operativo limitato, ma che dovrebbe triplicare entro fine anno e che può arrestare e detenere. Il rinnovo di sei mesi offre almeno una scadenza ravvicinata: a marzo il Consiglio dovrà tornare a votare, e potrà chiedere conto di come la forza ha usato i suoi poteri.
Il giudizio di questo sito è che il rinnovo misura qualcosa di più ampio di Haiti. È un modello nuovo: il Consiglio autorizza la forza, non la comanda e delega il controllo a chi la esercita. Se funziona senza un controllo credibile, diventa un precedente per altre crisi. Gli haitiani chiedono sicurezza e ne hanno diritto. Ma una sicurezza di cui nessuno risponde non restituisce lo Stato di diritto: lo sostituisce.
Fonti: Consiglio di Sicurezza ONU, risoluzione S/RES/2793 (30/9/2025), §§1-5, 12, 17-19 · UNSOH, comunicato sulla risoluzione 2829 (29/9/2026) · Segretario generale ONU, rapporto S/2026/574 (14/7/2026) · BINUH, rapporto trimestrale sui diritti umani aprile-giugno 2026 (25/8/2026) · UN News (25/8/2026) · Security Council Report, previsioni di settembre 2026 e What's In Blue (settembre 2025) · Human Rights Watch (10/3/2026) · Global Initiative against Transnational Organized Crime (8/9/2025) · Al Jazeera (15/8/2025; 29/9/2026) · Reuters (29/9/2026) · AP (30/9/2026) · Xinhua (30/9/2026) · Caribbean National Weekly (30/9/2026) · PassBlue (8/9/2026) · Sen. Tim Kaine, comunicato (5/6/2026) · Organizzazione degli Stati americani, dichiarazione congiunta (26/9/2026) · Haitian Times (22/7/2026) · CSIS (febbraio 2026) · Dipartimento di Stato USA (2/5/2025) · VOA (1/12/2016)