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Etiopia: la guerra che il governo continua a chiamare «problema di sicurezza»

21 luglio 2026

«Nel corso del 2025 entrambe le parti in conflitto hanno continuato a commettere crimini di guerra e altri gravi abusi.» — Human Rights Watch, World Report 2026

Il fatto

Da più di due anni, nella regione etiope dell'Amhara, un esercito nazionale e una milizia nata per difendere la propria comunità si combattono usando gli stessi metodi: esecuzioni sommarie, sparizioni forzate, attacchi a ospedali. Il governo di Addis Abeba continua a definirla un problema di ordine pubblico, gestito con uno stato d'emergenza prima e con un comando militare alle dirette dipendenze del primo ministro poi. Il conflitto è esploso nell'aprile 2023, quando l'annuncio dello scioglimento delle forze speciali regionali è stato letto dalla milizia Fano, di etnia amhara, come un disarmo forzato.

Da allora lo scontro tra le forze armate etiopi (ENDF) e i miliziani non si è mai fermato. Human Rights Watch, nel World Report pubblicato il 4 febbraio 2026, registra che nel corso del 2025 entrambe le parti hanno continuato a commettere crimini di guerra e altri gravi abusi, inclusi attacchi con droni contro civili in Amhara. Il Global Centre for the Responsibility to Protect, aggiornando il proprio dossier il 6 maggio 2026, riporta che dal 2023 ONU e osservatori indipendenti documentano in modo ricorrente esecuzioni sommarie, arresti arbitrari, sfollamento forzato, distruzione di proprietà e attacchi a strutture sanitarie. Centinaia di migliaia di sfollati vivono ancora oggi in campi formali e informali tra Amhara e Tigray: a giugno 2025 alcuni di loro hanno protestato per tre giorni davanti agli uffici regionali chiedendo di poter tornare a casa in sicurezza, cosa che al momento nessuno può garantire loro.

Commento giuridico

L'inquadramento più solido, allo stato attuale della documentazione disponibile, è quello del diritto internazionale umanitario applicabile ai conflitti armati non internazionali: l'articolo 3 comune alle Convenzioni di Ginevra vieta a qualunque parte in conflitto, statale o meno, l'omicidio, la tortura e i trattamenti crudeli verso chi non partecipa alle ostilità. L'Etiopia ha firmato ma non ratificato lo Statuto di Roma: la Corte penale internazionale non ha quindi giurisdizione automatica sul Paese, salvo un rinvio del Consiglio di sicurezza ONU — un limite strutturale che rende la responsabilità individuale per questi fatti, oggi, quasi interamente affidata alla giustizia interna etiope. Alcune organizzazioni di advocacy, tra cui il Lemkin Institute, hanno definito la situazione in Amhara come un genocidio in corso: la riportiamo come posizione di parte, non come fatto accertato — nessun organo giudiziario internazionale o organismo ONU ha finora qualificato il conflitto in questi termini.

Implicazioni — test di simmetria

Il test di simmetria trova qui applicazione diretta: le fonti citate attribuiscono violazioni a entrambi gli attori in campo, non a uno solo. Il governo etiope inquadra le proprie operazioni come ripristino della legge e dell'ordine contro una milizia irregolare — posizione che va riportata, anche se le organizzazioni per i diritti umani la contestano nel merito dei metodi impiegati. L'Etiopia compare tra i 20 paesi del 2026 Emergency Watchlist dell'International Rescue Committee, l'elenco annuale dei contesti a maggior rischio di deterioramento umanitario nel mondo — eppure resta ai margini della copertura internazionale, schiacciata tra Gaza, Sudan e Ucraina. Su questo sito, fino ad oggi, non ne avevamo scritto affatto.

Fonti: Human Rights Watch — World Report 2026, capitolo Etiopia · Global Centre for the Responsibility to Protect — Etiopia · IRC — 2026 Emergency Watchlist

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