ANALISI
Un accordo che funzionava, stracciato lo stesso
28 luglio 2026 — Iran / Stati Uniti
Il contesto
A volte un conflitto non nasce dall'assenza di diplomazia, ma dalla sua interruzione unilaterale — anche quando funzionava. Il percorso che ha portato Stati Uniti e Israele a bombardare direttamente l'Iran due volte in meno di un anno, uccidendo la sua Guida Suprema, comincia con un accordo che l'organismo di controllo internazionale certificava come rispettato.
L'accordo (2015-2018)
Nel luglio 2015 Iran, Stati Uniti, Russia, Cina, Regno Unito, Francia e Germania firmano il Piano d'Azione Congiunto Globale (JCPOA): limiti stringenti all'arricchimento dell'uranio iraniano, in cambio della revoca delle sanzioni, sotto un regime di ispezioni dell'Agenzia Internazionale per l'Energia Atomica (AIEA) definito da Washington stessa "senza precedenti". Nel 2017, tutti e quattro i rapporti trimestrali dell'AIEA certificano la piena conformità iraniana. L'8 maggio 2018 il presidente Trump ritira unilateralmente gli Stati Uniti dall'accordo, definendolo pubblicamente "un pessimo accordo, a senso unico". È un dettaglio spesso omesso ma verificabile: il memorandum di ritiro della Casa Bianca non individuava alcuna violazione iraniana avvenuta durante l'amministrazione Trump — solo presunte violazioni del 2016, sotto l'amministrazione Obama, relative ai limiti sulle scorte di acqua pesante. Le sanzioni USA vengono reimposte.
La conseguenza prevedibile (2018-2024)
Privato dei benefici dell'accordo ma non più vincolato ai suoi limiti, l'Iran riduce progressivamente i propri impegni: aumenta l'arricchimento, limita l'accesso agli ispettori. Il tempo di "breakout" — quanto servirebbe per accumulare materiale sufficiente a un ordigno — scende da oltre un anno a 3-4 mesi secondo le stime del Center for Arms Control and Non-Proliferation. Nel 2020 un drone USA uccide il generale Qassem Soleimani a Baghdad. Dopo il 7 ottobre 2023 e la guerra a Gaza, Iran e Israele si scambiano attacchi diretti due volte nel 2024.
La guerra dei 12 giorni (giugno 2025)
Il 13 giugno 2025 Israele lancia attacchi a sorpresa contro siti nucleari e militari iraniani, uccidendo alti comandanti delle Guardie Rivoluzionarie. Il 22 giugno gli Stati Uniti colpiscono direttamente con bombe bunker-buster i siti di Fordow, Natanz e Isfahan — Trump la definisce una missione "limitata, una tantum". Cessate il fuoco il 24 giugno. Le stime sui danni reali divergono nettamente per fonte: gli Stati Uniti parlano di "distruzione"; un rapporto dell'intelligence militare USA trapelato e l'intelligence israeliana parlano di danni seri ma non definitivi, con il programma ritardato di mesi, non anni.
Il fallimento negoziale e la seconda guerra (2026)
A febbraio 2026 colloqui indiretti mediati dall'Oman su un nuovo accordo falliscono — il ministro degli Esteri iraniano segnala disponibilità a concessioni, ma Trump si dice "non entusiasta" dell'esito. Il 28 febbraio 2026 Stati Uniti e Israele lanciano una nuova offensiva su vasta scala — quasi 900 attacchi in 12 ore — dichiarando questa volta esplicitamente l'obiettivo di cambio di regime. Nel primo attacco muore la Guida Suprema Ali Khamenei; gli succede il figlio. Un cessate il fuoco condizionato, mediato dal Pakistan, entra in vigore l'8 aprile 2026.
Test di simmetria
Questo è il punto in cui il criterio usato altrove in questa serie diventa più scomodo da applicare, non meno. Se il metro di giudizio per l'invasione russa dell'Ucraina è "nessun attacco armato in corso da respingere = non legittima difesa ai sensi dell'Art. 51", lo stesso metro applicato agli attacchi USA/Israele del 2025 e 2026 — diretti contro un programma nucleare non ancora trasformato in arma, in assenza di un attacco armato iraniano in corso — porta alla stessa conclusione giuridica. La dottrina della "legittima difesa anticipata" contro una minaccia futura non è pacificamente accettata nel diritto internazionale. L'uccisione di un capo di Stato e la dichiarazione esplicita di un obiettivo di cambio di regime sono, sul piano dei principi, difficilmente distinguibili da condotte che l'Occidente condanna senza esitazione quando attribuite ad altri attori.
Giudizio editoriale
Il filo che lega questo caso al precedente della serie non è la simmetria delle responsabilità — restano fatti distinti, con protagonisti e violazioni diverse — ma il meccanismo: un accordo funzionante, interrotto unilateralmente da chi ne era parte; una escalation che si autoalimenta perché ciascuna parte legge nella mossa altrui una minaccia esistenziale; e una finestra diplomatica (i colloqui omaniti di febbraio 2026) lasciata cadere poco prima che la forza armata prendesse il suo posto.
Fonti: Britannica — "12-Day War" (giugno 2025) · Britannica — "2026 Iran war" · House of Commons Library — "Israel/US-Iran conflict 2026" · CFR, Global Conflict Tracker — "Iran's War With Israel and the United States" · Congressional Research Service — "U.S. Conflict with Iran" (26 marzo 2026) · Center for Arms Control and Non-Proliferation — "The Iran Deal, Then and Now"