OPINIONE
Come l'Europa potrebbe finire in guerra senza averla scelta
28 luglio 2026 — Unione Europea / Russia / Iran
Premessa metodologica
Questo non è un pezzo di cronaca. È un esercizio dichiarato di previsione — cosa potrebbe accadere, non cosa sta accadendo — costruito su incidenti reali già verificati, non su speculazione pura. Dove la previsione finisce e il fatto comincia, lo segnaliamo sempre esplicitamente.
Quello che sta già accadendo
Tra agosto 2024 e febbraio 2026, secondo un rapporto dell'International Institute for Strategic Studies (luglio 2026), centinaia di droni hanno sorvolato lo spazio aereo di una dozzina di Stati NATO più l'Irlanda — incluse basi legate alla deterrenza nucleare dell'Alleanza, come Ramstein in Germania. La Polonia ha attivato l'Art. 4 NATO nel settembre 2025 dopo l'ingresso di 19 droni russi nel proprio spazio aereo. La Romania ha subito, nel maggio 2026, il colpo di un drone su un edificio residenziale a Galați, ferendo due persone — definito dal presidente rumeno "l'incidente di sicurezza più grave" dall'inizio della guerra. In Lettonia, ministro della Difesa e primo ministro si sono dimessi nel giugno 2026 dopo che droni (verosimilmente ucraini, deviati dalla Russia) hanno violato lo spazio nazionale senza allerta tempestiva alla popolazione. Sul fronte Iran, durante la guerra di febbraio-aprile 2026, basi britanniche in Bahrein, Qatar e Cipro sono state colpite direttamente da rappresaglie iraniane, con la RAF impiegata in funzione difensiva — un coinvolgimento militare europeo diretto già avvenuto, non ipotetico.
Scenari — Russia
Il più probabile non è un attacco deliberato, ma l'incidente che sfugge di mano: un drone — russo o ucraino, l'origine spesso resta ambigua per giorni — colpisce un obiettivo con vittime multiple in un paese NATO prima che i sistemi di allerta funzionino. A ogni incidente successivo, la soglia per una risposta collettiva (Art. 5, non solo Art. 4) si abbassa per accumulo statistico, non per una singola decisione politica. Altri scenari meno probabili ma non trascurabili: un'attribuzione giudiziaria formale di sabotaggio a infrastrutture sottomarine (sul modello del caso Nord Stream, già coperto altrove su questo sito); un errore di ingaggio aereo o navale tra caccia NATO e russi; un'escalation graduale se armi europee a lungo raggio colpiscono sempre più in profondità il territorio russo, spingendo Mosca a colpire esplicitamente il territorio del paese fornitore, non solo l'Ucraina.
Scenari — Iran
Il precedente già avvenuto (basi britanniche colpite, RAF impiegata) potrebbe ripetersi con una potenza europea meno risoluta nel restare "solo difensiva". Un'interruzione del traffico mercantile nello Stretto di Hormuz che coinvolga navi europee trasformerebbe una crisi energetica in un incidente che richiede risposta navale diretta — pattern già visto nella "tanker war" 1984-88. Più speculativo, ma non da escludere: un attacco a infrastrutture critiche europee attribuito a proxy iraniani.
Cosa dovrebbe fare la diplomazia — fronte Russia/NATO
Lo strumento che esisteva e oggi manca è il Documento di Vienna sulle misure di rafforzamento della fiducia (OSCE, 1990-2011): scambi annuali di informazioni militari, notifica preventiva delle esercitazioni, ispezioni reciproche tra 57 Stati. La Russia lo ha sospeso di fatto da gennaio 2022, formalmente da marzo 2022. È il vuoto strutturale dietro ogni incidente drone: senza notifica preventiva né verifica condivisa, ogni oggetto non identificato resta ambiguo abbastanza a lungo da diventare pericoloso. Misure concrete disponibili: un canale tecnico di deconfliction bilaterale, separato dai canali politici, sul modello dell'accordo USA-URSS del 1972 sugli incidenti in mare o della linea di deconfliction USA-Russia sulla Siria (2015-2024, funzionante anche durante l'ostilità politica totale); un meccanismo di attribuzione rapida sotto l'egida OSCE, che nel 2026 ha la Svizzera come presidenza di turno; pressione simmetrica anche su Kyiv perché limiti i lanci di droni a lungo raggio in prossimità dei confini NATO. Nessuna di queste misure tecniche sostituisce però un negoziato sul conflitto di base: riduce la frequenza degli incidenti, non li azzera.
Cosa dovrebbe fare la diplomazia — fronte Iran/Europa
L'EMASoH (European Maritime Awareness in the Strait of Hormuz), missione a guida francese lanciata nel 2020 con base ad Abu Dhabi — componente diplomatica più componente militare (Operazione Agenor), 9 paesi europei — esiste già, pensata esplicitamente per de-escalation attraverso presenza diplomatica e militare congiunta. Fonti recenti (marzo 2026) la descrivono però come sotto pressione crescente rispetto al mandato originale. Misure concrete: rafforzare la componente diplomatica di EMASoH, oggi meno visibile di quella militare ma pensata proprio per il dialogo regionale; reinserire l'E3 (Francia, Germania, Regno Unito) come canale negoziale riconosciuto sul dossier nucleare, non solo osservatore del bilaterale USA-Iran; comunicazione esplicita di non-belligeranza europea, per differenziare formalmente la posizione UE da quella USA/Israele. Anche qui, il limite di fondo resta lo stesso: nessuna misura navale o diplomatica europea risolve la causa radice, che è il collasso del JCPOA nel 2018.
Giudizio editoriale
In nessuno dei due fronti l'Europa dispone oggi degli strumenti che aveva prima del 2022 o di quelli con cui era stata concepita nel 2020. La domanda più onesta non è "cosa dovrebbe fare la diplomazia" in astratto, ma se l'Europa stia investendo per ricostruire canali smantellati o si limiti a gestire i sintomi con strumenti sottodimensionati rispetto alla scala attuale del rischio — quest'ultima sembra la lettura più aderente ai fatti raccolti.
Fonti: IISS — rapporto incursioni droni (luglio 2026) · Al Jazeera — incidente drone Romania (maggio 2026) · NATO — dichiarazione Art. 4 (settembre 2025) · CS Monitor — crisi di governo in Lettonia (giugno 2026) · House of Commons Library — basi UK colpite in Iran (2026) · Auswärtiges Amt / Arms Control Association — Documento di Vienna · European Leadership Network / GRC — EMASoH