ANALISI

Anatomia di un'intervista: il piano americano, Zelensky e una sconfitta presentata come inevitabile

28 settembre 2026 — Ucraina / Stati Uniti / Russia

Serie «Anatomia» · 2 di 2

Il fatto

Il 28 settembre il quotidiano online Il Sussidiario ha pubblicato un'intervista di Paolo Rossetti a Gianandrea Gaiani, direttore di Analisi Difesa, che invitiamo a leggere per intero prima di questo pezzo. La tesi è netta: gli Stati Uniti hanno rilanciato un piano di pace che prevede la cessione dei territori rivendicati dalla Russia, una fascia demilitarizzata, la neutralità dell'Ucraina ed elezioni entro cento giorni. Zelensky lo rifiuterebbe per timore di perdere il voto; l'Europa terrebbe in piedi la guerra con un «bombardamento di fake news»; e per Kiev l'alternativa sarebbe tra accettare una sconfitta, «non una disfatta», e rischiare che il fronte ceda e lo Stato ucraino smetta di esistere. Accettare il piano, conclude, permetterebbe all'Ucraina di farsi ricostruire «a spese nostre»: un conto che abbiamo provato a fare nel pezzo precedente.

Pochi giorni fa abbiamo applicato lo standard di prova a un allarme di segno opposto: l'annuncio di un attacco russo con droni contro l'Italia, la Francia o la Spagna, e l'editoriale che ne faceva la prova di un complotto alleato. Qui facciamo la stessa cosa, nella direzione contraria. Non per stabilire chi abbia ragione sulla guerra, ma per separare quello che è documentato da quello che non lo è.

In sintesi

Vero o sostanzialmente vero: il piano con elezioni entro cento giorni, ma è del novembre 2025; i ritardi nelle consegne dei Patriot; la dichiarazione di Putin sull'Europa; il vantaggio di Zaluzhny al ballottaggio in un sondaggio recente.

Distorto: Tusk e i 27.000 al mese; il 5% di successo dei Patriot; il vertice a Mosca; l'allarme sui droni esteso a tutta la minaccia russa.

Falso: le bollette baltiche al +60-70%; parlamento e presidente decaduti.

Non verificabile o senza fonte: il «rapporto del New York Times»; la metà dei coscritti che diserta prima di arrivare ai reparti.

Da prendere sul serio: il rischio per Kiev esiste, ma i dati di oggi descrivono un logoramento, non un crollo. E c'è un costo, demografico, che l'intervista non considera.

La tesi centrale: il fronte sta per cedere?

È l'affermazione più grave dell'intervista, e quella su cui poggia tutto il resto: se Kiev non tratta, il fronte può cedere all'improvviso e i russi «dilagare».

I dati disponibili descrivono un'altra dinamica. Secondo il monitoraggio dell'organizzazione ucraina DeepState, riportato dal progetto Russia Matters dell'Università di Harvard, tra settembre 2025 e settembre 2026 la Russia ha guadagnato in tutto circa 2.170 chilometri quadrati, meno dello 0,4% del territorio ucraino. Nelle quattro settimane fino al 22 settembre il guadagno netto è stato di circa 96 chilometri quadrati secondo DeepState, mentre l'Institute for the Study of War registra un saldo sostanzialmente nullo. Oggi Mosca controlla circa il 19% dell'Ucraina, Crimea e Donbas occupati prima del 2022 compresi.

È un avanzamento lento e costoso, non un fronte che si sfalda. Questo non esclude che possa cedere: le guerre di logoramento possono rompersi all'improvviso quando i reparti si svuotano, ed è per questo che i dati sulla mobilitazione, più sotto, contano. Ma chi afferma che il crollo è vicino dovrebbe indicare su quali dati lo fa. L'intervista non lo fa.

Le affermazioni, una per una

Il piano con elezioni entro cento giorni. Esiste, ma non è nuovo. Il piano in 28 punti dell'amministrazione Trump, reso noto nel novembre 2025, prevedeva elezioni in Ucraina entro cento giorni, il divieto costituzionale di entrare nella NATO e una zona cuscinetto neutrale nella parte del Donetsk oggi controllata da Kiev, da cedere di fatto alla Russia. Che quel piano sia stato «rilanciato» con la visita del direttore della CIA Ratcliffe a Mosca il 25 agosto è un'interpretazione: sullo scopo di quel viaggio le principali testate americane hanno dato versioni diverse. E la fascia «presidiata dall'ONU» non compare nel testo del piano riportato da CBS.

Il vertice a Mosca rifiutato da Zelensky. Il 25 settembre Bloomberg ha scritto che Trump, nell'incontro del 22 settembre a New York, avrebbe proposto a Zelensky di andare a Mosca da Putin, e che Zelensky avrebbe rifiutato. L'ufficio del presidente ucraino ha smentito. L'intervista lo riconosce, ma omette un dato: secondo Axios, dopo la visita di Ratcliffe gli americani hanno riproposto un vertice a tre, un'idea che in passato Zelensky aveva accettato e Putin aveva respinto.

Parlamento e presidente decaduti. Il mandato ordinario della Rada è scaduto nel 2023 e quello presidenziale nel maggio 2024, e le elezioni sono sospese dalla legge marziale. Ma dire che il parlamento sia «caduto», e con lui il presidente, non corrisponde al diritto ucraino: la Costituzione proroga espressamente i poteri del parlamento fino alla prima seduta di quello nuovo (art. 83) e stabilisce che il presidente resta in carica fino al giuramento del successore (art. 108). Si può discutere se sia opportuno votare in guerra; non si può dire che le istituzioni siano decadute.

Zaluzhny batterebbe Zelensky. Dipende dal sondaggio. Secondo Sociopolis (16-21 settembre 2026), al primo turno i due sono appaiati al 19%, ma al ballottaggio Zaluzhny vincerebbe con il 62% dei voti validi. Secondo l'International Republican Institute (tra fine maggio e inizio giugno 2026), invece, Zelensky era avanti sia al primo turno (32% contro 16%) sia al ballottaggio (42% contro 39%). L'affermazione è sostenuta da una rilevazione recente, non da un quadro univoco.

Le «fake news» sui droni dal Mediterraneo. Su un punto l'intervista ha ragione, e lo abbiamo documentato: l'allarme su un attacco russo con droni lanciati da navi si basava su fonti anonime ed è stato smentito da Roma e Parigi. Ma da un singolo allarme non verificato non si ricava che tutta la minaccia russa sia «una marea di invenzioni». L'attacco con drone esplosivo all'aeroporto di Lipsia del 4 agosto, attribuito formalmente alla Russia dal governo tedesco, è un fatto accertato dalla procura federale, anche se buona parte delle prove resta riservata.

Le bollette baltiche aumentate del 60-70%. Non è sostenuto dai dati. Dopo il distacco dalla rete elettrica russa, l'8-9 febbraio 2025, i prezzi all'ingrosso sono saliti per alcuni giorni, ma i regolatori li hanno attribuiti soprattutto al guasto del cavo EstLink 2 con la Finlandia, alla scarsa produzione rinnovabile e al prezzo del gas. Il costo del distacco per una famiglia estone è stato stimato dall'emittente pubblica ERR in circa 15 euro l'anno.

Tusk e i 27.000 uomini al mese. Il dato esiste, ma è riportato in modo impreciso. Tusk non l'ha detto in un incontro riservato, ma in un discorso pubblico al Sejm il 17 settembre, citando fonti ucraine. E si tratta di 27.000 tra morti e feriti al mese, non di uomini persi definitivamente. È un record grave, ma diverso da quello che suggerisce l'intervista.

Renitenza «totale» e metà dei coscritti che diserta. Il problema è reale e grande: secondo il ministro della Difesa Fedorov, a gennaio circa 200.000 militari risultavano assenti senza permesso, e a ottobre 2025 i casi registrati in un solo mese erano stati oltre 21.000. Ma non abbiamo trovato alcuna fonte per l'affermazione che la metà degli arruolati diserti prima di arrivare ai reparti, né per una renitenza «totale». La procura generale ha smesso di pubblicare i dati nel novembre 2025, il che rende ogni cifra precisa non verificabile.

Il «rapporto del New York Times» sull'Ucraina che vende tutto. Non l'abbiamo trovato. Quello che è documentato è diverso: nel 2026 Kiev ha aperto un meccanismo controllato di esportazione di armi, soprattutto droni, verso paesi partner, con liste nere e autorizzazioni caso per caso. È una scelta politica discutibile, non la svendita di tutto ciò che non è «cementato al suolo».

Consegne dei Patriot in ritardo di 2-3 anni. Sostanzialmente coerente con i dati disponibili. Dopo la guerra contro l'Iran, iniziata a febbraio 2026, gli Stati Uniti hanno avvertito diversi alleati di ritardi, fino a cinque anni in alcuni casi, per sistemi tra cui gli intercettori Patriot, per ricostituire le proprie scorte.

I Patriot con un successo inferiore al 5%. È un errore di metodo. Il dato noto, riportato dal Financial Times, è il crollo della quota di missili balistici intercettati dall'Ucraina dal 37% al 6% nel giro di un mese, nel 2025, dopo aggiornamenti dei missili russi. Quella percentuale misura quanti missili in arrivo vengono abbattuti, non quanti intercettori lanciati colpiscono il bersaglio: se mancano gli intercettori, molti missili non vengono nemmeno ingaggiati. Il calcolo dell'intervista, secondo cui su cento Patriot lanciati solo cinque andrebbero a segno e il resto sarebbe denaro buttato, mescola due grandezze diverse.

Putin «non ha motivo» di attaccare l'Europa. Putin l'ha detto davvero, il 25 settembre. È una dichiarazione di una parte in guerra, e va trattata come tale: né prova di buone intenzioni, né prova del contrario.

Le opinioni politiche. Il giudizio su un'Europa «a due velocità», le posizioni attribuite a Marine Le Pen e all'AfD, l'idea che la guerra logori soprattutto l'Europa: sono valutazioni politiche legittime, non fatti da verificare, e non le trattiamo come tali.

Il conto che l'intervista non fa

Prima dell'invasione l'Istituto statistico ucraino contava 41,1 milioni di abitanti, Crimea esclusa. Oggi le stime vanno dai 29 milioni dell'Istituto di demografia dell'Accademia delle scienze ai 22-25 milioni indicati dal ministro delle Politiche sociali Uliutin. La distanza tra i due numeri dice quanto siano incerti i dati in un paese in guerra, senza censimento dal 2001; ma in entrambi i casi il calo è di un quarto o più.

Prima della guerra gli uomini tra 25 e 59 anni erano circa 9,3 milioni secondo la Banca Mondiale. Un modello pubblicato nel settembre 2025 dall'organizzazione ucraina Intention, su un'analisi di Texty, stima che, tolti i militari in servizio, chi è all'estero, gli esentati e chi ha diritto a un rinvio, la riserva mobilitabile sia tra 2,8 e 4,9 milioni di uomini. Gli stessi autori avvertono che i dati di partenza sono incerti.

Al ritmo record citato da Tusk, 27.000 morti e feriti al mese, sono circa 324.000 all'anno. Divisa per questo ritmo, la riserva basterebbe per un periodo tra 8 e 15 anni. Ma il calcolo inganna. Il fronte non cede quando la riserva si esaurisce: cede quando le perdite di ogni mese superano gli uomini che si riesce a mobilitare. E qui i numeri sono vicini. Zelensky ha detto a febbraio che l'Ucraina mobilita 30-34.000 persone al mese; ad agosto il capo del suo ufficio, Kyrylo Budanov, ha detto che ne servono almeno 30.000. Con 27.000 morti e feriti al mese, i nuovi arrivi bastano appena a sostituire le perdite, non a ricostituire riserve né a far riposare chi combatte dal 2022. In un questionario online dell'iniziativa Lobby X, citato nello stesso studio e compilato da volontari, non da un campione rappresentativo, solo il 23% dei partecipanti si diceva disposto a servire alle condizioni attuali.

C'è poi il costo che resta dopo la guerra. Gli uomini tra 25 e 60 anni che la guerra consuma sono quelli che servirebbero per ricostruire. Il ministero dell'Economia ucraino stimava già nel 2024 che per la ripresa mancheranno 4,5 milioni di lavoratori. In Europa vivono circa 5,2 milioni di rifugiati ucraini: secondo le proiezioni dell'ONU, con una pace fragile fino a 3 milioni resterebbero nell'Unione, e anche in caso di piena vittoria 1,67 milioni non tornerebbero. Ai caduti vanno aggiunti i feriti, 400.000 secondo Kiev, una parte dei quali resterà invalida. Kiev discute già di aprire il paese all'immigrazione di lavoro.

La Russia paga un prezzo enorme anche sul piano demografico. Il CSIS stima oltre 1,4 milioni di perdite russe tra morti e feriti; secondo un'analisi del Carnegie Endowment, circa 650.000 persone, in gran parte giovani qualificati, hanno lasciato il paese dopo l'invasione, e la fecondità è scesa a 1,4 figli per donna. Ma la Russia parte da una popolazione di circa 144 milioni, cinque volte quella ucraina di oggi, e da un bacino di uomini in età militare stimato all'inizio del 2024 in 3,7 volte quello ucraino. Mobilita di più: secondo Zelensky, circa 10.000 uomini al mese più dell'Ucraina. E attinge all'estero: la Corea del Nord ha confermato nell'aprile 2025 l'invio di truppe nella regione di Kursk, e secondo l'intelligence ucraina Mosca prevede di reclutare circa 18.500 stranieri nel 2026, soprattutto tra migranti dell'Asia centrale e dell'Africa.

Commento giuridico

Il cuore dell'intervista è una proposta: l'Ucraina dovrebbe accettare la cessione di territorio in cambio della sopravvivenza come Stato. È una valutazione politica legittima. Ma il diritto internazionale le pone limiti che nell'intervista non compaiono.

La Carta delle Nazioni Unite vieta l'uso della forza contro l'integrità territoriale di uno Stato (art. 2, par. 4), e da questo divieto discende l'obbligo per tutti gli Stati di non riconoscere come legittima l'acquisizione di territorio ottenuta con la forza: è il fondamento del non riconoscimento della condotta russa che questo sito sostiene. L'Assemblea generale lo ha affermato in termini generali nel 1970 e, per le quattro regioni ucraine annesse dalla Russia, con la risoluzione ES-11/4 del 12 ottobre 2022, approvata con 143 voti favorevoli e 5 contrari. La Convenzione di Vienna sul diritto dei trattati aggiunge che è nullo un trattato concluso sotto la minaccia o l'uso della forza in violazione della Carta (art. 52).

Un accordo di pace può congelare una linea del fronte, stabilire un cessate il fuoco, rinviare le questioni territoriali: molte guerre sono finite così. Il piano in 28 punti andava oltre, chiedendo agli Stati Uniti e ad altri di riconoscere quei territori come russi «de facto». La distinzione conta: l'obbligo di non riconoscimento vieta di trattare la conquista come legittima, mentre prendere atto di chi controlla un territorio è una zona grigia su cui i giuristi discutono. Ma un riconoscimento, anche solo di fatto, concesso come contropartita di un'aggressione si avvicina molto a ciò che quell'obbligo vuole impedire.

Quanto alle elezioni in guerra, il Patto internazionale sui diritti civili e politici tutela il diritto di voto (art. 25), ma permette agli Stati di sospenderne l'esercizio in caso di emergenza pubblica che minacci la vita della nazione (art. 4); il diritto di voto non è tra quelli che non si possono sospendere. Il rinvio ucraino è quindi compatibile con la Costituzione e con il diritto internazionale. Resta una scelta politica criticabile, non un'illegalità.

Il test di simmetria

Nel pezzo precedente abbiamo chiesto a chi annunciava un attacco russo di mostrare le prove, e a chi ne deduceva un complotto alleato di fare lo stesso. Qui la domanda è la stessa. Quando l'intervista riporta un fatto verificabile, come il piano con le elezioni entro cento giorni o i ritardi dei Patriot, lo fa in modo sostanzialmente corretto. Quando il fatto va contro la sua tesi, come la smentita di Kiev su Mosca o la disponibilità di Zelensky al vertice a tre, lo attenua o lo omette. Quando serve a rafforzarla, come i 27.000 uomini, le bollette baltiche o il 5% dei Patriot, lo amplifica oltre ciò che la fonte dice.

È lo stesso schema che abbiamo criticato nell'allarme sui droni, rovesciato: lì si prendevano per buone fonti anonime che confermavano la minaccia russa; qui si prende per buona la parola di Putin e si liquida come falso ogni segnale contrario.

Lo stesso metro vale per noi. Molte delle fonti usate qui sono ucraine, comprese stime dell'intelligence di Kiev, e le abbiamo indicate come tali. Dove esistevano, abbiamo preferito fonti indipendenti o dei paesi interessati: l'emittente pubblica estone sui prezzi dell'energia, un centro studi statunitense per i dati sul fronte, istituti internazionali per la demografia.

Giudizio editoriale

Dentro l'intervista c'è un nucleo che merita di essere preso sul serio: il tempo non gioca per Kiev. La posizione negoziale dell'Ucraina si sta indebolendo, le perdite sono a livelli record, le difese aeree sono a corto di intercettori, e i ritardi americani non si risolveranno prima dell'inverno. E c'è un argomento più forte di tutti quelli che l'intervista usa, e che non usa: ogni mese di guerra toglie all'Ucraina un soldato oggi e un lavoratore domani, in un paese che già prima perdeva popolazione. Per Mosca la guerra è un salasso; per Kiev rischia di essere un'emorragia. Chi sostiene il sostegno a Kiev dovrebbe confrontarsi con questi dati invece di ignorarli.

Ma un argomento che ha bisogno di dati gonfiati per reggersi si indebolisce proprio dove vorrebbe essere più forte. E soprattutto, presentare la cessione di territorio come l'unica via realistica tace il suo prezzo giuridico: premiare un'aggressione con il riconoscimento delle sue conquiste non chiude una guerra, ne rende più conveniente la prossima. La pace negoziata è necessaria; la domanda è se debba passare per la violazione delle regole che dovrebbero proteggerci tutti. Su questo, un'intervista che si presenta come realismo non dice nulla.

Fonti: Il Sussidiario — Gaiani (28/9/2026) · Russia Matters — War Report Card, DeepState/ISW (23/9/2026) · CBS News — 28-point plan (11/2025) · Kyiv Post — Bloomberg report denied (25/9/2026) · Axios — Ratcliffe (29/8/2026) · CFR — Ratcliffe's trip (8/2026) · Verfassungsblog — Art. 83, 108 · Interfax-Ukraine — Sociopolis (9/2026) · LIGA.net — IRI/Rating (6/2026) · Generalbundesanwalt (6/8/2026) · VoxUkraine — Baltic prices · ERR (2025) · EUobserver — Tusk (9/2026) · Ukranews — Tusk in the Sejm (9/2026) · Kyiv Independent — AWOL (2026) · Euronews — arms exports (1/7/2026) · Kyiv Post — US delivery delays (9/2026) · National Interest — FT data on interceptions · RTÉ — Putin (25/9/2026) · Meduza — Putin (26/9/2026) · OPORA — population 2022 · PRM — Libanova, Uliutin (5/2026) · Russia Matters — military-age men (1/2024) · Intention / Texty (3/9/2025) · RBC-Ukraine — Zelensky (27/2/2026) · Kyiv Independent — Budanov (28/8/2026) · Kyiv Post — 4.5 million workers · UA.NEWS — UN refugee projections · Mezha — labour migration · Politics Today — CSIS · Carnegie Endowment (26/9/2025) · Radio Free Asia — North Korea (28/4/2025) · Ukrainska Pravda — foreign recruits (28/4/2026) · UN — A/RES/ES-11/4 (12/10/2022)

Nota di verifica: il testo dell'intervista non è riprodotto per intero per ragioni di diritto d'autore; le citazioni sono brevi e a scopo di critica, e sono state riscontrate sul testo originale. I dati sul fronte sono aggiornati al 22 settembre 2026. Il calcolo della durata della riserva è di questo sito, sui dati indicati.

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