NOTIZIA

Afghanistan: la Corte Penale Internazionale accusa i vertici talebani di persecuzione di genere

Giugno 2026

«Equivale a un apartheid di genere.» — Richard Bennett, Relatore speciale ONU per l'Afghanistan

Il fatto

L'8 luglio 2025 la Camera preliminare II della Corte Penale Internazionale ha emesso mandati d'arresto contro il leader supremo dei talebani, Haibatullah Akhundzada, e il capo della giustizia, Abdul Hakim Haqqani, per il crimine contro l'umanità di persecuzione su basi di genere (art. 7, par. 1, lett. h dello Statuto di Roma). Secondo i giudici, dalla presa del potere il 15 agosto 2021 i talebani hanno privato sistematicamente donne e ragazze — con decreti ed editti — dei diritti all'istruzione, al movimento, all'espressione, alla vita privata e familiare, e hanno colpito anche chi non si conformava alla loro politica di genere e chi era percepito come «alleato di donne e ragazze». Le ragazze sono escluse dall'istruzione oltre la primaria; alle donne è vietata gran parte del lavoro e il movimento senza un tutore maschile. I mandati restano secretati, ma la Corte ne ha reso pubblica l'esistenza perché la condotta è in corso e la conoscenza può contribuire a prevenirla. I talebani hanno respinto la decisione come «annunci senza senso» e dichiarato di non riconoscere la Corte.

Commento giuridico

La Camera ha fissato un punto che allarga la portata del diritto: la persecuzione di genere non è solo violenza diretta, ma anche il danno istituzionalizzato, cioè l'imposizione di norme sociali discriminatorie. È la prima volta che la Corte contesta la persecuzione di genere come crimine contro l'umanità. Il quadro dei diritti negati chiama in causa anche la Convenzione sui diritti dell'infanzia (l'istruzione delle bambine) e la Convenzione sull'eliminazione di ogni forma di discriminazione contro le donne, che l'Afghanistan ha ratificato nel 2003. Il Relatore speciale ONU Richard Bennett ha definito l'effetto cumulativo delle restrizioni equivalente a un apartheid di genere — ma qui va tenuta la distinzione: l'apartheid di genere non è (ancora) un crimine dello Statuto di Roma, e proprio per questo la Corte ha usato la fattispecie più vicina disponibile, la persecuzione; donne afghane e giuristi ne chiedono la codificazione. E i mandati sono al livello dei «motivi ragionevoli», non una condanna.

Non è la religione, è potere

Va detto con nettezza, perché disinnesca la lettura più comune — «è la loro religione». Le misure talebane sono state condannate come contrarie alla sharia dal Grande Imam di al-Azhar, la massima autorità del sunnismo, che ha ricordato l'obbligo per uomini e donne di cercare la conoscenza «dalla culla alla tomba»; l'Organizzazione per la Cooperazione Islamica ne ha chiesto la revoca, e condanne sono giunte da Arabia Saudita, Emirati, Qatar, Turchia e Pakistan. Il dato decisivo: l'Afghanistan è l'unico Paese al mondo — musulmano o no — a vietare l'istruzione secondaria alle ragazze. Un caso isolato non prova una regola su quasi due miliardi di fedeli. Per questo gli organi terzi non giudicano una religione, ma una struttura di potere: la Corte non contesta un'eresia, contesta la persecuzione come crimine contro l'umanità; il Relatore ONU parla di apartheid di genere — una struttura di dominio, non una fede.

Implicazioni

È di nuovo il divario tra il diritto scritto e la sua applicazione. I mandati esistono, la Corte ha parlato, ma Akhundzada e Haqqani restano al potere e i talebani non riconoscono L'Aia: come già per i mandati su al-Bashir o su Netanyahu e Gallant, l'atto giudiziario da solo non arresta nessuno. Il criterio, però, è indipendente dall'identità: la persecuzione di genere è un crimine chiunque la commetta, e lo stesso standard interroga ogni regime che sottometta le donne, non solo quello di Kabul. Gli esperti ONU lo traducono in un monito: nessuna normalizzazione di un regime che nega i diritti fondamentali a più di metà della popolazione. Voltarsi, qui, significa lasciare che l'esclusione di metà di un popolo diventi una normalità che nessuno contesta. Il diritto vale per tutti, o non vale per nessuno.

Fonti: ICC · OHCHR · Al Jazeera · France 24 · al-Azhar · OIC

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