APPROFONDIMENTO
Tre modi per cancellare una donna: legge, corpo, morte
15 luglio 2026
Non c'è un "punto di vista opposto" da bilanciare, qui. Non è un'opinione controversa da soppesare con la sua contraria: sottomettere una donna per legge, tagliarle il corpo per farla stare al suo posto, ucciderla quando anche questo non basta — è sbagliato. Punto. Questo sito applica sempre il test di simmetria quando ci sono attori geopolitici da giudicare con lo stesso metro; qui non ci sono "due lati" da bilanciare, perché il fenomeno descritto non ha un contro-argomento legittimo, ha solo esecutori diversi. Tre fasi dello stesso meccanismo: la legge stabilisce che una donna appartiene a qualcun altro; il corpo viene reso conforme a quella appartenenza; la morte arriva quando lei smette di esserlo. Il diritto internazionale ha un nome per ciascuna fase. Le mettiamo una accanto all'altra, con i dati più aggiornati disponibili, senza attenuazioni.
1. La sottomissione istituzionale
L'Afghanistan sotto i talebani è oggi il caso più completo e meglio documentato al mondo. Dal 2021 il regime ha emesso, secondo il conteggio più recente (giugno 2026), 264 decreti in materia di diritti umani — 166 rivolti specificamente contro le donne. Non sono divieti isolati: è un'architettura giuridica integrata per cancellare le donne dalla vita pubblica. Da settembre 2025 le forze di sicurezza impediscono persino al personale ONU femminile di entrare nelle sedi delle Nazioni Unite nel Paese.
Nel maggio 2026 è entrato in vigore il "Codice sulla separazione giudiziaria dei coniugi", che limita ulteriormente il diritto delle donne al divorzio e agevola di fatto il matrimonio infantile; lo stesso mese, il Decreto n. 18 ha stabilito che il silenzio di una ragazza al raggiungimento della pubertà può essere interpretato come consenso al matrimonio — il silenzio, non il consenso, diventa la prova legale. Il nuovo impianto di procedura penale (gennaio 2026) legittima esplicitamente le percosse coniugali.
Questo sito ha già raccontato, in Afghanistan: la Corte Penale Internazionale accusa i vertici talebani di persecuzione di genere, i mandati d'arresto della CPI (gennaio 2025) contro il leader supremo Akhundzada e il giudice capo Haqqani — la prima volta che la Corte perseguita la persecuzione di genere su questa scala. Da allora, un tribunale simbolico costituito dalla società civile (dicembre 2025) ha qualificato le politiche talebane come apartheid di genere, categoria che undici Stati stanno ora spingendo per codificare nel trattato ONU sui crimini contro l'umanità. Il fatto che serva inventare una nuova categoria giuridica per nominare quello che accade alle donne afghane è già, di per sé, un'ammissione: la legge esistente non bastava a fermarlo.
2. L'infibulazione
Oltre 230 milioni di donne e ragazze vive oggi hanno subito una mutilazione genitale (UNICEF) — 144 milioni in Africa, 80 milioni in Asia, 6 milioni in Medio Oriente, praticata in 94 Paesi su tutti i continenti. L'obiettivo ONU di eliminarla entro il 2030 richiederebbe un ritmo di riduzione 27 volte più veloce di quello attuale. L'UNFPA stima 4,5 milioni di bambine a rischio solo nel 2026. Non è un retaggio in via di sparizione: è una pratica che, in termini assoluti, sta crescendo insieme alla popolazione dei Paesi dove è più diffusa.
Va detto con la stessa onestà con cui si denuncia il resto: nel 2025 Guinea e Gibuti hanno vietato esplicitamente la pratica nelle rispettive nuove Costituzioni. Il progresso esiste, quando c'è la volontà politica di farlo esistere. Il problema non è che sia impossibile fermarla — è che nella maggior parte dei Paesi coinvolti non lo si sta facendo abbastanza in fretta.
3. Il femminicidio
Nel 2024, 83.000 donne e ragazze sono state uccise intenzionalmente nel mondo (UNODC/UN Women, novembre 2025). Di queste, 50.000 — il 60% — per mano di un partner o di un familiare: una ogni 10 minuti, 137 al giorno. Tra gli uomini uccisi, solo l'11% muore per mano di un partner o familiare — la differenza non è statistica, è strutturale. Nel 25% dei casi documentati, la vittima aveva già denunciato l'abuso alla polizia prima di essere uccisa. Denunciare non l'ha salvata.
L'Africa ha il tasso più alto (3 vittime ogni 100.000 donne), seguita da Americhe, Oceania, Asia, Europa — ma nessuna regione ne è esente. E sempre meno Paesi raccolgono dati sul fenomeno: l'assenza della statistica non è un dettaglio tecnico, è un modo per non dover rispondere di ciò che non si misura.
Chiusura
C'è un modo per rendere tutto questo, all'improvviso, semplicissimo da condannare senza eccezioni: smettere di scrivere le leggi pensando a "uomini" e "donne", e scriverle pensando solo a individui — esattamente come fa, in teoria, l'articolo 1 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo fin dal 1948. Se un ordinamento trattasse ogni persona come un individuo e basta, la sottomissione istituzionale, l'infibulazione, il femminicidio sarebbero già tutti vietati, senza bisogno di scrivere una sola convenzione in più. Il fatto che serva scriverle — CEDAW, Maputo, Belém do Pará, la DEVAW, e ora forse un trattato apposta per l'"apartheid di genere" — è la prova migliore che quel principio, quasi ottant'anni dopo averlo scritto, non è ancora reale per metà della popolazione mondiale. Non è un tema "delle donne". È la misura di quanto, ovunque, un ordinamento giuridico consideri davvero le persone titolari di diritti a prescindere da chi sono — o solo a condizione di esserlo.
Fonti: Georgetown Institute for Women, Peace and Security · OHCHR · Human Rights Watch, World Report 2026 · JURIST · UNICEF Data · UNFPA · UNODC/UN Women, Femicide Brief 2025