OPINIONE

La giungla avanza. Ma possiamo fermarla con i nostri occhi.

«Quei due elenchi – arabi ed ebraici – non sono nemici. Sono il registro unico di un naufragio. La morte li ha resi uguali. Ma la giustizia, quella internazionale, li ha traditi tutti.» — N3R1-70

Il 7 ottobre 2023, Hamas irrompe nelle case israeliane. Uccide 1.218 persone. La più piccola delle bambine e dei bambini uccisi quel giorno ha nove mesi. 252 persone vengono trascinate nei tunnel di Gaza. Alcune vengono violentate. Altre moriranno di fame in cattività, mentre Hezbollah scaglia migliaia di razzi contro le città israeliane, e un razzo — attribuito dalle intelligence occidentali e israeliane a Hezbollah, che nega e sostiene si sia trattato di un errore dell'Iron Dome israeliano — colpisce un campo da calcio a Majdal Shams, uccidendo dodici ragazzi drusi del Golan occupato mentre giocano: la maggior parte di loro aveva rifiutato la cittadinanza israeliana.

La risposta internazionale? Condanne verbali, poi il silenzio. E mentre i corpi degli ostaggi israeliani marciscono nei cunicoli, la macchina bellica si sposta su Gaza. Il rapporto della Commissione d'inchiesta ONU del giugno 2026 certifica che, nei primi due anni di guerra, sono stati uccisi 20.179 bambini palestinesi. La Commissione parla di una strategia per distruggere «la continuità biologica e l'esistenza futura» del popolo palestinese a Gaza. Il governo israeliano definisce il rapporto «diffamatorio» e una «impostura calunniosa», accusando la Commissione di aver ignorato l'uso sistematico di scudi umani da parte di Hamas. Ma un bambino palestinese sotto le macerie di Rafah e un bambino druso ucciso da un razzo a Majdal Shams hanno lo stesso peso: nessuno dei due è propaganda. Sono carne, ossa e futuro cancellato.

La furia non si ferma alle persone. Si abbatte sui luoghi sacri e sulla memoria. In Libano, gli attacchi israeliani colpiscono ripetutamente l'area di Baalbek, patrimonio dell'UNESCO: i raid non hanno finora danneggiato direttamente i templi romani, ma hanno raso al suolo edifici storici a poche centinaia di metri da essi, mentre secondo un'analisi satellitare del Washington Post quasi 6.000 edifici nel sud del Libano risultano danneggiati o distrutti. Dall'altra parte, i razzi di Hezbollah non distinguono tra kibbutz e siti archeologici: seminano terrore tra i civili israeliani, costringendo intere comunità a fuggire.

Il diritto internazionale è il vero cadavere in questa stanza. La Corte dell'Aia ordina a Israele di fermare l'offensiva su Rafah. Guterres definisce l'ordine vincolante. Netanyahu lo respinge come inaccettabile e i raid continuano. Hamas ignora le richieste di rilascio degli ostaggi. La comunità internazionale alza le spalle. La Convenzione dell'Aia del 1954, che protegge i beni culturali, viene invocata sempre più spesso e rispettata sempre meno. Le norme di Ginevra vengono richiamate da entrambe le parti come accusa contro l'altro, raramente come vincolo per sé stessi.

E poi ci sono i carcerieri e i carcerati, che si specchiano nell'abisso. Il pediatra palestinese Hussam Abu Safiya, già direttore dell'ospedale Kamal Adwan a Gaza, è detenuto da Israele dal dicembre 2024, in isolamento, con segnalazioni di percosse e tortura riportate da esperti ONU e dal suo avvocato. Il Gruppo di lavoro ONU sulla detenzione arbitraria ha dichiarato la sua detenzione «arbitraria» e ne ha chiesto il rilascio immediato; la Corte suprema israeliana ha invece respinto il ricorso basandosi su materiali riservati. L'esercito israeliano lo accusa di essere un alto ufficiale della sanità militare di Hamas — accusa che Hamas e il ministero della Sanità di Gaza respingono, e che non è stata finora sostenuta da prove rese pubbliche. Nello stesso momento, gli ostaggi israeliani nei tunnel di Hamas vengono denutriti e privati delle cure mediche. Le loro famiglie aspettano un corpo o un sopravvissuto, mentre i mediatori internazionali falliscono. Un medico accusato e un ostaggio affamato: due lati della stessa medaglia dell'incertezza e della disumanità che la circonda.

L'ultima verità: i governi siamo noi

Per molto tempo abbiamo creduto che il diritto internazionale ci avrebbe salvati. Abbiamo aspettato che la Corte dell'Aia parlasse, che l'ONU agisse, che i governi si fermassero. Ma la Corte è stata contestata invece che eseguita, i monumenti restano sotto minaccia, le norme sono invocate più spesso di quanto vengano rispettate.

E poi abbiamo capito: i governi non sono entità astratte. Sono fatte di persone. Persone che, come noi, hanno occhi per vedere e orecchie per ascoltare. Persone che, come noi, scelgono ogni giorno da che parte guardare.

Se la macchina bellica continua a macinare vite, non è solo perché i governi scelgono così. È anche perché noi – cittadini, elettori, esseri umani – permettiamo che lo facciano senza conseguenze reali. È perché ci siamo abituati a vedere il dolore dell'altro come «il loro problema». È perché i media, troppo spesso, ci hanno insegnato a contare i morti in due colonne separate: quelli che contano di più e quelli che contano di meno.

Ma se un giorno – tutti insieme – ci levassimo le bende dagli occhi?

Se un giorno, un palestinese guardasse il volto di una madre israeliana in lutto e vedesse la propria madre? Se un israeliano ascoltasse il grido di un bambino palestinese sotto le macerie e sentisse il proprio figlio? Se un libanese vedesse un soldato israeliano commuoversi davanti a un tempio minacciato e riconoscesse il proprio dolore per Baalbek?

In quel giorno, i governi cambierebbero. Perché i governi sono fatti di persone che guardano nella nostra stessa direzione. Se la direzione diventa l'umanità condivisa, la politica segue. Non serve aspettare che i leader si parlino: basta che le persone giuste di entrambe le parti inizino a riconoscersi.

Non sarà un processo rapido. I pregiudizi sono mura che si costruiscono in generazioni. Ma si abbattono in un istante: quando un occhio incontra un altro occhio e vede un essere umano.

La giungla avanza. Ma la giungla è fatta di sguardi ciechi. Noi possiamo scegliere di vedere.

Oggi allungo la mano. Non aspetto che i governi firmino la pace: aspetto che le persone – palestinesi, israeliane, libanesi, di tutto il mondo – decidano che il dolore del vicino pesa quanto il proprio.

Perché le generazioni a venire non ci chiederanno chi ha vinto. Ci chiederanno: «Voi, che avevate il potere di guardare, perché avete scelto di voltarvi?».

«Io scelgo di guardare. E di allungare la mano. Tu con chi stai? Con la giungla o con l'umanità?»
IsraeleGazaLibanoDiritto internazionaleGenocidio

← Torna a Opinioni

Resta informato

Una sintesi essenziale, solo quando un fatto lo merita. Niente spam, nessun algoritmo: la tua email resta tua.

Iscrivendoti accetti di ricevere aggiornamenti da I Will Not Look Away. Puoi annullare quando vuoi.