MANIFESTO

Non Guarderemo Altrove Mentre si Sceglie la Guerra

Il non uso della forza come orizzonte, non come descrizione del diritto vigente · 2026

Manifesto — Non Guarderemo Altrove Mentre si Sceglie la Guerra

C'è un momento, in ogni conflitto che degenera in guerra aperta, in cui la via diplomatica è ancora percorribile e qualcuno decide di chiuderla. Questo manifesto nasce per nominare quella scelta.

Un mestiere antico quanto l'uomo

La diplomazia non è un'invenzione recente né un'utopia da laboratorio: è la più antica tecnologia politica dell'umanità. Il trattato di pace più antico che conosciamo — quello tra l'Egitto di Ramesse II e l'impero ittita, siglato intorno al 1259 a.C. dopo la battaglia di Qadesh — non fu un cessate il fuoco imposto dal più forte, ma un accordo tra pari: entrambe le parti vi si rivolgono l'un l'altra come "fratelli", e il patto restò in vigore per generazioni. Da allora l'arte del negoziato si è affinata per oltre tremila anni, attraverso i congressi che ridisegnarono l'Europa dopo le guerre napoleoniche, fino all'architettura ONU nata dalle macerie della Seconda guerra mondiale proprio per istituzionalizzare quella stessa arte su scala globale. Non è un'invenzione ingenua: è un mestiere costruito, testato e tramandato più a lungo di qualunque arma oggi in uso.

Il punto di equilibrio

Il cuore di questo mestiere non è la vittoria di una parte sull'altra. È la ricerca di un punto di equilibrio che tutte le parti coinvolte possano accettare come sufficientemente giusto da preferirlo al conflitto — non un compromesso al ribasso, ma la condizione stessa perché un accordo regga nel tempo: un trattato percepito come imposto da una sola parte, come mostra la storia stessa che raccontiamo in questo manifesto, tende a franare alla prima occasione.

La scelta opposta

Eppure oggi assistiamo al percorso opposto. Nel 2025 il Dipartimento di Stato statunitense ha reso pubblico un piano per chiudere dieci ambasciate e diciassette consolati nel mondo, parte di un taglio del budget diplomatico da 54,4 a 28,4 miliardi di dollari nel giro di un anno; nello stesso periodo circa 700 dipendenti del Dipartimento di Stato, tra cui 450 diplomatici di carriera, si sono dimessi nei primi due mesi della nuova amministrazione. Non è un caso isolato: è la punta visibile di una tendenza più ampia alla disinvestitura nelle strutture permanenti del negoziato, proprio mentre i conflitti che raccontiamo in questo manifesto dimostrano quanto quelle strutture restino necessarie. Non indaghiamo qui le cause di questa disinvestitura — tra cui l'ipotesi, tutta da verificare con dati reali e non da presumere, del peso che gli interessi dell'industria degli armamenti esercitano sulle scelte di spesa dei governi. È una domanda che merita un'analisi propria, con fonti verificate e lo stesso rigore applicato in questo manifesto — non una risposta che ci concediamo qui.

Israele e Palestina

Il negoziato non è mai stato un'utopia astratta: nel 1988 l'OLP accettò come base le risoluzioni ONU 242 e 338, aprendo la strada alla Conferenza di Madrid del 1991 e agli accordi di Oslo, firmati a Washington il 13 settembre 1993 davanti al mondo intero. Per alcuni anni il processo produsse autogoverno palestinese reale. Poi si fermò: Camp David nel luglio 2000 fallì sullo status di Gerusalemme, Taba nel gennaio 2001 provò a salvare il salvabile e fu interrotto da una transizione politica israeliana, e nel 2002 la Lega Araba offrì normalizzazione piena in cambio del ritiro ai confini del 1967 — un'offerta mai accolta come base di trattativa. Non fu il conflitto a rendersi insolubile: fu la scelta, ripetuta da più parti in momenti diversi, di non completare ciò che era stato messo sul tavolo.

Iran

La memoria di questo dossier comincia prima del nucleare. La guerra Iran-Iraq, scatenata dall'invasione irachena del settembre 1980, durò otto anni e costò secondo le stime fino a un milione di vite; l'Iran rifiutò per un anno intero la Risoluzione ONU 598 del luglio 1987 prima di accettarla nell'agosto 1988. Decenni dopo, un accordo diverso dimostrò che la via negoziale funziona quando viene mantenuta: il JCPOA del 2015, verificato efficace dall'AIEA nel bloccare le vie tecniche verso l'arma nucleare. Il ritiro unilaterale statunitense dell'8 maggio 2018 non produsse un Iran più contenuto, ma un Iran che ricominciò ad accumulare materiale arricchito fino a soglie di allarme. La crisi che viviamo oggi non è la prova che la diplomazia sul nucleare iraniano non funzioni: è, in parte non trascurabile, il costo del suo abbandono.

Libano

Anche qui la storia è più lunga della cronaca. La guerra civile del 1975-1990 nacque da tensioni settarie e dalla presenza armata palestinese, si aggravò con gli interventi israeliano e siriano — è nel Libano invaso nel 1982 che nacque Hezbollah — e si chiuse solo con l'Accordo di Taif dell'ottobre 1989, un compromesso imperfetto ma reale. Nel 2006, dopo un nuovo conflitto tra Israele e Hezbollah, la Risoluzione ONU 1701 chiese il disarmo delle milizie a nord del Litani. Fu scritta sotto il Capitolo VI della Carta, non il Capitolo VII: un dettaglio tecnico che privò i caschi blu del mandato per farla rispettare con la forza. Il disarmo non avvenne mai. Diciotto anni dopo, un'altra guerra si è combattuta sulla stessa linea di frontiera che quella risoluzione avrebbe dovuto rendere stabile.

Yemen

Anche la guerra che sembra oggi più lontana dalla diplomazia ha una sua storia di negoziati riusciti. Presa la capitale Sanaa dagli Houthi nel settembre 2014 e avviato l'intervento militare saudita nel marzo 2015, il conflitto sembrò per anni irrisolvibile. Eppure nel dicembre 2018 l'Accordo di Stoccolma fermò una battaglia imminente per il porto di Hodeidah, evitando una carestia che si temeva imminente. Nell'aprile 2022 una tregua mediata dall'ONU produsse la riduzione di violenza più sostanziale dall'inizio della guerra. Nel marzo 2023 la distensione tra Arabia Saudita e Iran, mediata dalla Cina dopo colloqui avviati in Iraq già nel 2021, contribuì ad ammorbidire ulteriormente il fronte. Non è un conflitto che la diplomazia non abbia mai toccato: è un conflitto in cui la diplomazia, quando applicata, ha funzionato — e in cui il suo funzionamento resta parziale, non impossibile.

Le radici più profonde

Le origini che abbiamo qui richiamato — Oslo, la guerra Iran-Iraq, Taif, la presa di Sanaa — sono già un tratto di storia più lungo della sola cronaca recente. Ma sono comunque un punto di partenza, non l'origine. Ciascuno di questi conflitti affonda radici più profonde: la nascita dello Stato di Israele nel 1948 e la Nakba palestinese dello stesso anno per il primo; la rivoluzione iraniana del 1979 per il secondo; le fratture ottomane e mandatarie del primo Novecento per il terzo e il quarto. Questo manifesto indica una direzione di principio; le analisi storiche che risaliranno fino a quelle origini saranno pubblicate come contenuti autonomi, verificati e datati come ogni altro pezzo di questo sito, e collegate qui non appena disponibili.

Non l'assenza del diritto, una direzione

Non descriviamo qui lo stato del diritto internazionale vigente — che riconosce, all'articolo 51 della Carta ONU, il diritto degli Stati all'autodifesa. Indichiamo una direzione: un orizzonte verso cui la prassi internazionale dovrebbe muoversi, non una fotografia di come già funziona. Il nostro dogma è che la forza armata e la coercizione economica smettano di essere il primo strumento delle relazioni tra Stati, e restino — quando restano — l'ultima risorsa, non la prima scelta.

Il limite di questo manifesto

Non è compito di questo sito risolvere ogni conflitto verbale o armato del pianeta. Lo scopo di questo manifesto è più modesto e più alto insieme: chiedere che, prima di ogni scelta di forza, si possa dimostrare che la via negoziale era davvero esaurita — non semplicemente abbandonata a metà, come è accaduto più volte nella storia che abbiamo appena raccontato.

Lo stesso test per tutti

Il test che applichiamo è lo stesso per tutti gli attori coinvolti, senza eccezioni di appartenenza: chi lancia missili su popolazioni civili, chi arma milizie oltre i propri confini, chi blocca rotte commerciali vitali, chi impone embarghi che colpiscono i civili più dei governi — sceglie la stessa strada, quale che sia la bandiera sotto cui lo fa.

Le vittime di questa scelta non sono astratte. Sono le famiglie sotto le macerie a Gaza, in Libano, in Yemen. È il continente intero che paga il rincaro dell'energia scatenato da guerre che la storia, più volte, ha dimostrato potersi fermare con un tavolo e una firma.

Non guarderemo altrove mentre qualcuno sceglie la guerra potendo scegliere altro.

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