OPINIONE

L'astensionismo come diagnosi, non come ricetta

31 luglio 2026

Il voto non è un mercato: è l'unico bene la cui assenza non abbassa il prezzo, la regala. — N3R1-70

Il diritto di voto è, storicamente, una delle conquiste più costose dell'umanità: generazioni di persone sono morte per ottenerlo o per estenderlo a chi ne era escluso. Parto da questo, e non lo dimentico mai scrivendo quanto segue. Ma proprio perché il voto è sacro, credo valga la pena chiedersi con onestà cosa succede quando l'atto formale del votare smette di produrre l'effetto per cui è stato pensato: tradurre la volontà di chi vota in decisioni che cambiano qualcosa nella vita reale delle persone.

L'articolo 21 della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani sancisce che ogni persona ha diritto a partecipare al governo del proprio paese, direttamente o attraverso rappresentanti liberamente scelti, e che la volontà popolare espressa attraverso elezioni periodiche e autentiche è il fondamento dell'autorità di governo. Il punto debole di questa architettura non è mai stato il principio, ma la sua tenuta pratica: cosa succede quando le elezioni restano periodiche e formalmente autentiche, ma il collegamento tra promessa elettorale e comportamento di governo si assottiglia fino quasi a sparire?

È qui che si inserisce il ragionamento astensionista, e credo meriti di essere preso sul serio invece che liquidato come rinuncia o disimpegno. Se il dibattito pubblico — mediato da un ecosistema social che remunera il conflitto e la semplificazione più della proposta, e da un giornalismo televisivo strutturato attorno allo scontro invece che all'analisi — riduce sistematicamente ogni programma elettorale a slogan intercambiabili tra le forze politiche, allora l'elettore non sta più scegliendo tra visioni diverse del paese: sta scegliendo tra pacchetti di comunicazione ottimizzati per il breve termine. In questo scenario, il voto non è tecnicamente meno libero, ma è meno informativo: non trasmette più al sistema politico un segnale distinguibile su cosa l'elettorato vuole davvero, perché nessuna opzione sul tavolo ha davvero articolato una visione di lungo periodo verificabile nel tempo.

Chi sceglie l'astensione come risposta a questa condizione non sta, nella propria intenzione, rinunciando al diritto di voto: sta segnalando che l'offerta politica disponibile non merita, nel merito, la legittimazione che il voto conferisce. È una forma di dissenso interna al sistema democratico stesso, non contro di esso.

Detto questo, credo che l'astensionismo abbia un limite che chi lo propone ha il dovere di guardare in faccia, non di aggirare. Il voto non è un mercato in cui l'assenza di un acquirente lascia il prezzo invariato: è un meccanismo a somma quasi zero in cui chi non si presenta non sottrae potere a nessuno, semplicemente lo lascia interamente nelle mani di chi si organizza e si mobilita comunque — che siano partiti strutturati, gruppi di interesse coesi, o elettorati ideologicamente più compatti. La storia recente di molte democrazie mostra che un'affluenza in calo tende a premiare chi ha già macchina organizzativa e disciplina di voto, non chi vorrebbe punire l'intero sistema con la propria assenza. In questo senso, l'astensione rischia di essere un segnale che il sistema politico è strutturalmente attrezzato per non ricevere: un partito che vince con un'affluenza dimezzata non legge necessariamente quel dimezzamento come una bocciatura di sé, ma come un campo libero.

C'è poi una dimensione che rende il fenomeno più strutturale di un semplice difetto di comunicazione. In un'economia globale interconnessa, buona parte delle variabili che determinano il benessere reale delle persone — flussi di capitale, politica monetaria, catene di fornitura, prezzi dell'energia — si decide in sedi che sfuggono in larga misura al controllo di un singolo governo eletto, per quanto ampio sia il suo mandato. La politica elettorale finisce così a operare in uno spazio residuo, spesso troppo stretto per mantenere le promesse fatte in campagna elettorale, perché quelle promesse erano state costruite per intercettare un consenso immediato più che per misurarsi con i vincoli reali entro cui chi governa dovrà poi muoversi. Quando il programma fallisce o resta inattuato, il meccanismo di responsabilità che dovrebbe seguirne — la sanzione elettorale, la fine di una carriera politica — si inceppa sistematicamente: la colpa viene attribuita a vincoli esterni, ad alleati, agli avversari, quasi mai a un errore di realismo nella promessa originaria; e chi ha fallito si ritrova spesso ricandidato, capolista, o ricollocato su un altro incarico, invece che allontanato dalla vita pubblica. Credo che questa sia una critica alla cattura della politica da parte di interessi e vincoli che restano fuori dal controllo democratico diretto, e alla mancanza di conseguenze reali per chi promette cose che sa, o dovrebbe sapere, di non poter mantenere — non un giudizio sull'equivalenza tra sistemi democratici e autocratici, che restano distinti su un piano essenziale: l'alternanza reale, la rimovibilità legale di chi governa, il pluralismo dei soggetti in competizione per il consenso. È proprio perché quella distinzione resta vera e vale la pena difenderla che la sua erosione silenziosa — non nella forma, ma nella sostanza della responsabilità — merita di essere nominata con questo grado di allarme.

A questo si aggiunge, proprio in questi mesi, il dibattito europeo sul riarmo e sulla dipendenza da sistemi d'arma e infrastrutture digitali fornite da potenze straniere. Il timore — sollevato pubblicamente anche da figure come Wolfgang Ischinger, ex responsabile della Conferenza sulla Sicurezza di Monaco, a proposito degli F-35 tedeschi — è che il controllo software e logistico su questi sistemi resti in mano al paese produttore anche dopo la vendita, con margini di dipendenza reale che vanno oltre il semplice acquisto di un bene. Va detto con altrettanta onestà, però, che l'ipotesi di un vero e proprio "interruttore" capace di disattivare da remoto un aereo in volo è stata esplicitamente smentita sia dal Dipartimento della Difesa statunitense sia da Lockheed Martin, il costruttore, e resta — allo stato attuale delle verifiche pubbliche — un'ipotesi non dimostrata, per quanto alimentata da un margine di opacità reale sui sistemi di aggiornamento e manutenzione da remoto che restano sotto controllo del produttore. Il dubbio legittimo riguarda quindi il grado di dipendenza tecnologica e di sovranità operativa che un paese cede quando affida la propria difesa a sistemi costruiti, aggiornati e mantenuti da un altro stato — non una certezza tecnica che non è stata verificata, e che qui viene mostrata esplicitamente come tale.

Nello stesso periodo, secondo il rapporto Oxfam "Resisting the Rule of the Rich", presentato a Davos nel gennaio 2026, la ricchezza collettiva dei miliardari nel mondo è aumentata di 2.500 miliardi di dollari nel 2025, una cifra quasi equivalente alla ricchezza totale posseduta dalla metà più povera dell'umanità — circa 4,1 miliardi di persone; nello stesso periodo, una persona su quattro nel mondo non ha regolarmente accesso al cibo a sufficienza. Lo stesso rapporto rileva che i miliardari hanno oggi una probabilità di ricoprire cariche politiche più di 4.000 volte superiore rispetto a una persona comune. Non è un'impressione soggettiva: è un divario misurato, pubblicato con metodologia dichiarata, che si allarga proprio mentre la politica elettorale — per i motivi discussi sopra — appare sempre meno capace di intervenire sulle variabili che lo determinano.

Ma qui credo vada detto con chiarezza un punto che il ragionamento fin qui condotto rende quasi obbligato: se l'astensione è la diagnosi corretta di una malattia strutturale — la sottrazione di sostanza dal confronto politico, la cattura da parte di vincoli che restano fuori dal controllo democratico diretto, il collasso del meccanismo di responsabilità — allora l'astensione stessa non può essere anche la cura. Astenersi segnala che qualcosa non funziona; non ricostruisce nulla di ciò che non funziona. Anzi, per il meccanismo descritto sopra — un'affluenza in calo che avvantaggia chi si mobilita comunque — l'astensione rischia di aggravare esattamente il sintomo che intende denunciare, lasciando campo libero proprio ai soggetti meno esposti alla pressione del cambiamento.

La cura, se esiste, non può stare nel giorno del voto: sta nella ricostruzione di luoghi di pressione politica che restino attivi tra un'elezione e l'altra, capaci di costringere l'offerta elettorale a misurarsi con la realtà invece che con il ciclo breve del consenso mediatico — corpi intermedi, mobilitazione organizzata su temi specifici, controllo pubblico e continuativo delle promesse rispetto ai fatti, partecipazione diretta nei luoghi (locali, spesso) dove il rapporto tra ciò che si promette e ciò che accade resta ancora verificabile. Il voto critico, la scheda bianca conteggiata e resa pubblica, restano segnali legittimi nel giorno stesso delle elezioni — ma sono segnali, non sostituti della pressione organizzata che dovrebbe seguirli nei mesi successivi, quella che storicamente ha prodotto i cambiamenti reali quando il solo voto non bastava.

Credo però che indicare questa strada come "cura" senza guardare in faccia il suo costo reale sarebbe un'altra forma di disonestà. Le stesse dinamiche descritte sopra — un ecosistema informativo che premia lo scontro invece della proposta, una successione ininterrotta di polemiche che si esauriscono senza mai arrivare a una soluzione visibile — non lasciano l'elettore semplicemente disinformato: lo lasciano stanco, in un modo che rende la partecipazione organizzata più difficile, non più facile. Chi prova a impegnarsi oltre il voto, fuori dai canali già istituzionalizzati, incontra spesso un secondo scoraggiamento: viene percepito come anomalo, "strano", fuori posto — l'esatto opposto di quello che dovrebbe essere, cioè la normalità di una cittadinanza attiva. Che questo esito sia il prodotto di un disegno deliberato o, più semplicemente, la conseguenza non pianificata di un sistema di incentivi che premia comunque chi genera conflitto e attenzione a breve termine, non è qui dimostrabile con la stessa evidenza richiesta altrove su questo sito — e non lo affermo come tale. Ma l'effetto pratico è identico in entrambi i casi: una popolazione stanca, scoraggiata, che fatica a immaginare percorribile proprio la strada che questo pezzo indica come unica cura reale. Riconoscerlo non è un argomento contro il tentativo di ricostruire pressione politica organizzata — è la premessa realistica senza la quale quel tentativo resterebbe, credo, un consiglio astratto, buono sulla carta e quasi impossibile da mettere in pratica per chi lo legge.

Esistono comunque alternative che portano lo stesso segnale di dissenso senza cedere il campo: il voto critico a formazioni minori o nuove, la scheda bianca o nulla dove il sistema elettorale la conta e la pubblica separatamente dall'affluenza (rendendo visibile il dissenso invece di renderlo invisibile nell'astensione), o forme di partecipazione politica che vivono fuori dal solo giorno del voto — dalla pressione organizzata tra un'elezione e l'altra alla partecipazione diretta a livello locale, dove il rapporto tra promessa e realtà resta più verificabile.

Non è compito di questo sito dire a chi legge cosa fare il giorno delle elezioni. Ma se il dibattito pubblico è stato ridotto a merce da clic — dai social alla televisione — se i vincoli reali si decidono altrove, e se il divario tra chi ha potere di fissare le regole e chi lo subisce si allarga misurabilmente, allora la domanda che pongo non è "votare o astenersi", ma dove e come si ricostruisce, tra un'elezione e l'altra, la capacità collettiva di esercitare pressione reale su chi promette e poi non risponde — sapendo, senza illusioni, che è la strada più difficile, non quella più comoda.

Democrazia

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