NOTIZIA
Gaza e la parola «genocidio»: cosa hanno stabilito gli enti terzi, e perché pesa la voce di uno storico del genocidio
Giugno 2026 — Omer Bartov, «Israel: What Went Wrong?»
Il fatto
Omer Bartov — professore di Studi sull'Olocausto e sul genocidio alla Brown University, israelo-americano, veterano dell'esercito israeliano — ha modificato pubblicamente la propria posizione su Gaza. Nel novembre 2023 riteneva «molto probabili» crimini di guerra e contro l'umanità, ma «senza prova di genocidio»; nel luglio 2025 è giunto alla conclusione opposta. Nel libro «Israel: What Went Wrong?» (2026) sostiene che la campagna militare mira a rendere Gaza inabitabile per la sua popolazione. Non è una voce isolata: nel settembre 2025 la Commissione d'inchiesta indipendente dell'ONU ha concluso, in un rapporto formale, che Israele sta commettendo genocidio a Gaza (oltre 60.000 vittime palestinesi documentate). Israele respinge tali qualificazioni.
Commento giuridico
Il dibattito pubblico confonde determinazioni di peso giuridico diverso; isolarle è ciò che rende l'analisi inattaccabile. La Corte internazionale di giustizia, nel gennaio 2024 (Sudafrica c. Israele), ha ordinato misure provvisorie ritenendo «plausibile» il rischio per i diritti tutelati dalla Convenzione sul genocidio: non è una sentenza di merito, il giudizio è in corso. La Corte penale internazionale, nel novembre 2024, ha emesso mandati d'arresto per Netanyahu e Gallant per crimini di guerra e contro l'umanità — non per genocidio. La Commissione d'inchiesta dell'ONU (settembre 2025) ha invece formulato una determinazione formale di genocidio, così come, in propri rapporti, Amnesty International e Human Rights Watch.
Implicazioni
La domanda «mentono tutti?» è retoricamente potente ma logicamente debole: è un argomento d'autorità. Quella giuridicamente seria è un'altra: di fronte a determinazioni formali e convergenti di organi terzi e indipendenti, l'onere si sposta su chi le respinge in blocco. Bartov — egli stesso studioso della Shoah — ricorda che i genocidi non sono solo fatti militari: vivono del consenso, dell'indifferenza e del silenzio. Criticare la condotta del governo Netanyahu non significa negare il diritto di Israele a esistere, né assolvere Hamas, né cancellare le vittime del 7 ottobre: significa rifiutare che un trauma storico diventi licenza permanente. Il dovere di guardare comincia qui.
Fonti: New York Times · Democracy Now! · Al Jazeera · The Forward
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