NOTIZIA
Il velo integrale e lo stato: imposizione, divieto, non-intervento
28 luglio 2026
Nello stesso anno in cui un'attivista velata riceve un riconoscimento pubblico a Westminster per il suo lavoro con le ragazze, altrove lo stesso indumento — il velo integrale, niqab o burqa — resta imposto per legge in un Paese e vietato per legge in altri. Non è un conflitto tra Islam e Occidente: è un conflitto, che attraversa entrambi i mondi, su chi ha titolo a normare l'apparenza del corpo femminile — e su cosa il diritto può davvero accertare quando la stessa pratica viene descritta, a seconda di chi parla, come scelta o come costrizione.
I fatti, datati e con fonte
In Afghanistan, il decreto del leader supremo talebano Hibatullah Akhundzada del 7 maggio 2022 rende il burqa obbligatorio in pubblico, con responsabilità penale a carico del "guardiano" maschio (padre, fratello, marito): avvertimento al primo episodio, convocazione dell'autorità al secondo, tre giorni di detenzione al terzo, rinvio a un tribunale al quarto. Il decreto invita le donne a restare in casa quando non necessario uscire. Nel 2026 l'applicazione risulta intensificata a Herat, dove — secondo il quotidiano afghano in esilio Hasht-e Subh (giugno 2026) — una nuova direttiva locale, che richiama il Decreto n. 1930 di Akhundzada, dispone l'arresto immediato delle donne che non rispettano il codice di abbigliamento prescritto, includendo tra le violazioni anche l'uso di profumo in presenza di uomini; le dipendenti pubbliche non conformi vengono sospese dal servizio.
In Tunisia, un provvedimento del 5 luglio 2019 del primo ministro Youssef Chahed vieta il niqab negli edifici governativi, dopo un doppio attentato suicida a Tunisi il 27 giugno dello stesso anno (BBC, 5 luglio 2019) — un caso più risalente di quanto inizialmente valutato in questa sede, ma tuttora il precedente più citato per l'argomento "ordine pubblico" nel mondo arabo. In Egitto, il Ministero dell'Istruzione ha vietato l'11 settembre 2023 il niqab nelle scuole pubbliche e private a partire dall'anno scolastico avviato il 30 settembre, lasciando facoltativo l'hijab (Middle East Eye, 12 settembre 2023).
In Kuwait, a marzo 2025 le fonti divergono e la divergenza va riportata, non risolta: alcuni organi (Jordan News, Arab Times, 17-18 marzo 2025) hanno riferito che il Ministero degli Interni ha smentito l'esistenza di un divieto attivo, definendo la norma un vecchio provvedimento ministeriale del 1984 "non più in vigore"; altri organi (Gulf News, Gulf Insider, stesse date) hanno riferito che lo stesso Ministero ha annunciato multe da 30 a 50 dinari per chi guida indossando niqab o burqa, nell'ambito di un aggiornamento del codice della strada, citando la medesima origine del 1984. Le due versioni non sono conciliate da nessuna fonte consultata.
Nel Regno Unito non è mai stato introdotto un divieto nazionale sul niqab. Il 24 luglio 2026, Khadija Patel — 39 anni, di Bolton, fondatrice nel 2009 del Krimmz Girls Youth Club — ha ricevuto al Palace of Westminster il British Citizen Award 2026, tra 28 premiati, per il lavoro di inclusione sportiva di ragazze di contesti sotto-rappresentati. Patel indossa il niqab e, dopo un'ondata di commenti ostili innescata dalla foto della premiazione, ha dichiarato che il proprio lavoro «va giudicato dalle azioni, non da cosa indosso», definendo il niqab una scelta personale che «non la limita» (dichiarazioni riportate da Metro/MSN e The Islamic Information, 26-27 luglio 2026).
Test di simmetria
La domanda di controllo è: la valutazione di ciascun caso regge se si scambia l'identità dello stato che agisce? Il decreto talebano, che impone il velo con sanzione penale indiretta, e i divieti di Tunisia ed Egitto, che lo vietano in specifici spazi pubblici, sono — sul piano strutturale — la stessa affermazione di sovranità statale sul corpo femminile: cambia la direzione (obbligo contro proibizione), non il principio, per cui lo stato decide e la donna esegue. Il fatto che Tunisia ed Egitto siano essi stessi paesi a maggioranza musulmana smonta la lettura civilizzazionale binaria: lo stesso argomento di ordine pubblico invocato dalla Francia dal 2010 (e accolto dalla Corte Europea dei Diritti dell'Uomo nel caso S.A.S. c. Francia, 2014, tramite il criterio del "vivre ensemble") viene impiegato da stati islamici senza che, in quella sede, venga letto come islamofobia.
Il caso kuwaitiano, con le sue fonti discordanti, mostra una terza variante: uno stato che non decide in modo netto se il divieto sia attivo o meramente storico — un'ambiguità che nessuno dei modelli sopra descritti condivide. Il non-intervento britannico, a sua volta, non va letto come debolezza rispetto a uno standard occidentale unico — non esiste: il continente è diviso, Francia e Belgio vietano, il Regno Unito no — ma come scelta politica specifica, coerente nel tempo. Questo non equivale a dichiarare risolta, nel singolo caso Patel, la domanda se l'uso del niqab sia scelta autonoma o conformità indotta: Patel stessa la descrive, nelle proprie parole, come scelta — una dichiarazione che va riportata come tale, non riscritta né nell'uno né nell'altro senso.
Giudizio dichiarato
Nessuno dei quattro modelli qui discussi affronta il nodo dottrinale di fondo: il niqab/burqa non è obbligo religioso per la maggioranza delle scuole giuridiche sunnite (hanafita, malikita, shafi'ita), ma lo è per la sola corrente hanbalita/salafita — un dettaglio che l'Approfondimento collegato tratta per esteso. Uno stato che vieta il niqab per ordine pubblico e uno stato che lo impone per legge islamica compiono, a giudizio di chi scrive, lo stesso errore di categoria: trattano una pratica di minoranza dottrinale come se fosse un dato religioso indiscutibile — nell'un caso per sopprimerla, nell'altro per imporla. La sola posizione pienamente coerente con la libertà religiosa individuale è quella che lascia la scelta alla persona.
Ma anche questo principio, per onestà, va limitato: il diritto sa riconoscere solo la scelta dichiarata, non la pressione che eventualmente la precede. Una dichiarazione come quella di Khadija Patel — "è una scelta personale" — può essere l'esatta verità, oppure la sola forma che una pressione familiare o comunitaria, se esistesse, potrebbe assumere pubblicamente: nessuno strumento oggi disponibile, giuridico o giornalistico, distingue in modo affidabile le due possibilità quando producono la stessa dichiarazione e lo stesso indumento. Non è un vuoto normativo colmabile con una legge migliore: è il punto in cui la categoria stessa di "scelta" smette di essere osservabile dall'esterno.
Approfondimento collegato: Il velo che copre il volto: una radice comune, tre strade diverse — l'origine pre-islamica della copertura del capo e la distinzione dottrinale tra hijab e niqab/burqa. Sul piano dell'accertamento penale internazionale per la condotta talebana verso le donne, vedi Afghanistan: la Corte Penale Internazionale accusa i vertici talebani di persecuzione di genere. Sul quadro complessivo della sottomissione istituzionale afghana, vedi Tre modi per cancellare una donna: legge, corpo, morte.
Fonti: VOA · France 24 · Hasht-e Subh · BBC · Middle East Eye · Jordan News · Gulf Insider · Metro/MSN · The Islamic Information