OPINIONE

Un cartellino rosso, una telefonata, una sospensione sospesa

«Thank you to FIFA for doing what was right, and reversing a great injustice!» — Donald Trump, 5 luglio 2026

Il fatto

Il 1° luglio 2026 l'arbitro brasiliano Raphael Claus espelle Folarin Balogun, attaccante della nazionale USA, in un ottavo di finale vinto 2-0 sulla Bosnia-Erzegovina, per un intervento sulla caviglia dell'avversario Tarik Muharemović. Il cartellino rosso comporta, per l'art. 66.4 del codice disciplinare FIFA, una squalifica automatica di una gara, non impugnabile dalla squadra. Lo stesso giorno il presidente Donald Trump telefona al presidente FIFA Gianni Infantino per chiedere una revisione del caso; nei giorni successivi anche il segretario di Stato Marco Rubio chiede pubblicamente la revoca. Il 5 luglio la FIFA annuncia — citando l'art. 27 del codice, che consente di sospendere l'esecuzione di una sanzione con un periodo di prova — che la squalifica di Balogun è sospesa per un anno: potrà giocare l'ottavo di finale di lunedì contro il Belgio a Seattle. È la prima volta dal 1962 (caso Garrincha, riammesso alla finale contro il Cile per pressione politica, secondo le cronache dell'epoca) che un rosso ai Mondiali non produce una squalifica effettiva. La federazione belga (RBFA) si dice «sbalordita» e valuta un ricorso al Tribunale arbitrale dello sport; la UEFA parla di una «linea rossa oltrepassata».

Perché non è una violazione — e cosa lo rende comunque rilevante

Va detto con la stessa precisione che il sito applica altrove, perché qui rafforza la critica invece di indebolirla: nessuna norma di diritto internazionale è stata violata. La FIFA è un ente di diritto privato svizzero e il suo codice disciplinare è un regolamento contrattuale interno, non un trattato. E l'art. 27 non è stato inventato per l'occasione: era già stato usato per differire sanzioni a Cristiano Ronaldo (2025), Nicolás Otamendi e Moisés Caicedo (aprile 2026) — tutti prima di questo Mondiale. La cornice «il potente riscrive le regole dal nulla» non regge ai fatti: il meccanismo di deroga esisteva, era documentato, ed era già stato applicato a giocatori di tre federazioni diverse. Quello che è nuovo — e che la RBFA ha messo a verbale come contraddizione interna alla FIFA stessa — è il conflitto esplicito con l'art. 66.4, che qualifica la squalifica come automatica: i due articoli non erano mai stati fatti collidere così apertamente. E quello che è politicamente rilevante è il canale usato: non un ricorso della federazione USA per le vie previste, ma una telefonata diretta di un capo di Stato in carica al vertice dell'organismo, seguita dalla pressione pubblica del segretario di Stato. Infantino ha dichiarato di aver risposto a Trump che l'organo disciplinare è indipendente e che il caso seguiva il proprio iter; la FIFA insiste che la decisione è stata presa dalla commissione disciplinare sulla base dell'art. 27.

Il punto che resta

Qui il test di simmetria aiuta più della retorica dell'indignazione. Il Belgio, la Bosnia, o qualunque altra federazione coinvolta in una decisione controversa a questo Mondiale avrebbero ottenuto la stessa telefonata diretta con Infantino, lo stesso giorno, con lo stesso esito? È una domanda empirica, non retorica — e la risposta più probabile, no, è ciò che rende il caso degno di essere registrato: non la violazione di una regola, ma la dimostrazione pubblica di un canale d'accesso informale al potere che non tutte le federazioni, e tanto meno tutti i Paesi, possiedono allo stesso modo. È un problema di fiducia nella neutralità di chi arbitra le regole del gioco — sportive, qui — ma la domanda che il caso pone in scala ridotta è la stessa che questo sito documenta altrove su scala maggiore: quanto vale una regola scritta per tutti, se l'accesso a chi la applica non è per tutti uguale? Resta, comunque, una differenza che va segnalata onestamente: al Belgio è ancora aperta una via di ricorso reale, il Tribunale arbitrale dello sport. In molti dei casi che l'archivio normativo di questo sito documenta, nemmeno quello resta.

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